Materia oscura

Materia oscura
Dialogo con Linda Traversi

“Si possono utilizzare
rozzi materiali d’uso quotidiano,
semplici parole disadorne,
ma se c’è la magia,
riusciamo a creare un apparecchio
sorprendentemente raffinato.”

da “Il mestiere dello scrittore”
Haruki Murakami

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Andrea Roccioletti, [15.07.19 16:37]
In un tuo messaggio, in merito ad un mio racconto su Charles Hoy Fort e ad altri racconti che hai scritto tu, mi dicevi che un po’ ti spaventano, le cose che “ci sono ma non si vedono”. Che cosa intendi?

Linda Traversi, [15.07.19 21:59]
Per me la fonte di paura primaria, quella che proprio paralizza e fa digrignare i denti, è l’ignoto. Anche il buio, l’abbandono, la malattia, la morte, fino ad arrivare ai serpenti e agli insetti, riportano sempre a una realtà sconosciuta, magari sentita dire, raccontata, ma non vissuta per esperienza diretta. Ecco perché mi spaventa. Quello che non conosco mi spaventa.

Linda Traversi, [15.07.19 22:00]
La realtà mi sembra troppo piccola per contenere tutto quello che c’è. Perché oltre alle manifestazioni tangibili ci sono tutti le vibrazioni, le sensibilità, le proiezioni, le immagini che la mente rielabora la notte, nel sogno, e anche di giorno quando si chiudono gli occhi. Credo che ci dev’essere qualcosa che non si vede, che fa collegamenti al posto mio. Forse è evidente in qualche altra dimensione che non è questa.

Linda Traversi, [15.07.19 22:00]
Ho letto un articolo, diceva che il 15% dell’universo è fatto di materia e l’85% di materia oscura: nemmeno gli scienziati sanno che cosa sia. In pratica siamo noi quelli strani, organizzati in atomi. Questa è la foto di un universo simulato, una fetta di circa 5 miliardi di anni luce x 3 miliardi di anni luce.

Linda Traversi, [15.07.19 22:02]

Linda Traversi, [15.07.19 22:03]
I pallini gialli sono ammassi di galassie, il viola invece è materia oscura. Non è spaventoso?

Andrea Roccioletti, [15.07.19 23:09]
Nella tua risposta tocchi molti argomenti interessanti. Vado in ordine sparso. La prima cosa che mi è tornata in mente è un’intervista a Dario Argento, nella quale spiegava che la causa del terrore più puro è l’ignoto. Puoi mettere una cosa spaventosa in una sceneggiatura per far saltare il pubblico sulle sedie, ma una porta aperta su uno spazio buio lascia spazio all’immaginazione, a qualcosa di non misurabile e quindi non circoscrivibile, non affrontabile: è la forma di terrore più forte. Fa sì che sia l’immaginazione del singolo a riempire quello vuoto, mettendoci dentro la propria cosa più temuta.

Andrea Roccioletti, [15.07.19 23:09]
Quando parli di realtà troppo piccola, mi viene da pensare ad una realtà “vivibile”: la quantità minima di informazione che ci è utile, per poter condurre delle vite efficaci dal punto di vista biologico e per quello che ci è stato insegnato essere importante fare e ottenere nel corso della nostra esistenza. Ovviamente, c’è molto altro, che nella media delle informazioni che i nostri cinque sensi percepiscono, non ci è immediatamente utile. Un esempio, forse troppo grossolano: mio nonno non sapeva come funzionava il videoregistratore, lo usava e basta, non aveva nozioni su come le immagini venissero trasferite su nastro magnetico.

Andrea Roccioletti, [15.07.19 23:09]
Poi parli di materia oscura: oscura per noi. E’ lo stesso discorso dell’entropia: la definiamo così, perché non ci “utile”, non è abbastanza ordinata perché noi possiamo farne uso; ma da un punto di vista esterno questo tavolo sul quale sto scrivendo non è “meglio o peggio” di un altro fenomeno altamente entropizzato come un’emissione termica che si disperde nell’ambiente causando altre reazioni.

Andrea Roccioletti, [15.07.19 23:09]
Questo “spavento” di cui mi parli mi ha immediatamente ricordato una citazione di Lovecraft: “Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà visioni talmente terrificanti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo.”

Andrea Roccioletti, [15.07.19 23:09]
E tuttavia ho come l’impressione che non possiamo fare a meno di questo nero mare dell’infinito, come se fosse un richiamo al quale, prima o poi, dobbiamo decidere se rispondere, oppure ignorare.

Linda Traversi, [16.07.19 17:20]
L’ignoranza può essere desiderata tantissimo, in inglese si dice “ignorante is bliss”.

Linda Traversi, [16.07.19 17:21]
Hai visto il film Eternal sunshine of the spotless mind? Il titolo in italiano mi mette più brividi di Lovecraft e Dario Argento messi insieme. Clem si fa eliminare una porzione di memoria che la faceva soffrire troppo. Ma non funziona mai, la spinta a scavare è un pezzo di noi, come la sofferenza, la paura, e gli istinti biologici di sopravvivenza più basica.

Linda Traversi, [16.07.19 17:22]
Li condividiamo con le altre forme di vita, forse anche le piante hanno paura e noi non lo sappiamo. Questo non sapere però secondo me ci avvicina, non mi trovo d’accordo con Lovecraft (che pure adoro leggere), era tanto pessimista e faticava a “connettersi” con gli altri. Almeno a livello consapevole, perché a scrivere non fai altro che condividere. E allora su questa spot-full mind può ugualmente splenderci un po’ di sole.

Linda Traversi, [16.07.19 17:22]
Penso spesso al fatto che Pope ha usato la parola “sunshine” per descrivere la felicità. In fondo non è un disco luminoso in mezzo a un nero mare dell’infinito?

Andrea Roccioletti, [16.07.19 19:47]
Walter Moers, autore per bambini (ma è una definizione restrittiva, consiglio la lettura dei suoi libri a tutti) ha usato la metafora del pesciolino d’argento negli abissi di un oceano scuro. Però non si riferiva alla felicità, piuttosto alla speranza.

Andrea Roccioletti, [16.07.19 19:47]
Ha anche inventato una parola curiosa, “l’unza”, che alcuni hanno paragonato al “duende”, che è un termine, proveniente dal mondo del tango, difficilmente traducibile. E’ il “fascino”, ma non quello intellettuale né estetico. La mia interpretazione è che sia avvicinabile al magnetismo che hanno le persone che fanno qualcosa con passione.

Andrea Roccioletti, [16.07.19 19:48]
E qui mi ricollego al discorso che stiamo facendo: questo “fare con passione”, in ambito artistico, credo debba contenere – per essere completo, avere “duende” – anche l’accettazione della parte “piovosa e grigia” se non addirittura “oscura” dell’esistenza. Ti faccio un esempio pratico: come artista so che la performance che oggi sto progettando domani mi soddisferà più o meno, e che poi di nuovo avrò il mood del doverne fare un’altra, sarò di nuovo insoddisfatto del lavoro svolto fino ad oggi.

Andrea Roccioletti, [16.07.19 19:48]
E’ ovviamente uno stato patologico. Cosa posso farci di buono con questo? E’ come surfare un’onda, restarci sopra in equilibrio, sfruttarla per andare da qualche parte. La metafora del surf è molto adatta, perché questo “farci qualcosa” non è necessariamente un ottenimento pratico, potrebbe anche essere “solo” artistico… un “solo” che però non è, visto che ogni cosa ha, e torniamo di nuovo a noi, conseguenze invisibili.

Andrea Roccioletti, [16.07.19 19:48]
L’inquietudine (biologica, personale, culturale) è un motore potente; propellente che può esplodere tra le mani, oppure spingerci all’evoluzione. Nell’ambito dell’arte, come in quello della scrittura, ovviamente.

Linda Traversi, [17.07.19 19:12]
Ho cercato duende, la Treccani dà questa definizione: “fascino ammaliatore, talvolta venato di tristezza e inquietudine; estro ispiratore, creativo.” Oltre che magnetismo di chi si appassiona è anche ispirazione, magari prodotta proprio da quel magnetismo in un ciclo che si riproduce all’infinito?

Linda Traversi, [17.07.19 19:13]
La prima volta che ha capito che lo stato patologico è una realtà conclamata ero a teatro. Ne “Il Gabbiano” di Cechov c’è questo personaggio odioso, sicuramente lo conosci, lo scrittore famoso che viene lodato dall’ammiratrice giovane, lei dice “che bello essere scrittore”, ma lui non è d’accordo: “qualsiasi cosa vivo sono lì con il quaderno per appuntare, così da sfruttare ogni episodio della mia vita in letteratura; e comunque sia appena ho finito di scrivere qualcosa, già lo detesto, devo subito cominciare qualcos’altro.” Allora è quello che succede a tutti, ho pensato, perché se ognuno credesse di aver prodotto un’opera d’arte perfetta, dove starebbe la spinta a fare qualcosa di meglio?

Linda Traversi, [17.07.19 19:13]
Che poi ci si possa fare qualcosa di utile, surfando l’onda, non so se sia il motivo per cui si intraprende il viaggio. Murakami dice che lo scrittore non è una persona particolarmente intelligente, se si cerca una soluzione a un problema si deve andare da un matematico, un economista, un architetto, qualcuno con una mente scientifica che ti dia una risposta sicura e precisa. Lo scrittore, invece, con molti giri di parole e tentennamenti, e forse anche vicoli ciechi, cerca di dar forma ad una realtà che nemmeno lui comprende appieno. E anche lui parla di magia, forse la sua versione di “duende”, ti riporto la citazione da “Il mestiere dello scrittore”: “Facendo ancora riferimento al cinema, nel film di Steven Spielberg “E.T.”, c’è una scena in cui l’alieno prende cose alla rinfusa da un ripostiglio, e se ne serve per costruire una ricetrasmittente improvvisata. Ricordate? Un ombrello, una lampada a piede, dei piatti, un giradischi… È un film che ho visto tanto tempo fa, quindi ho dimenticato i dettagli, ma ricordo che E.T. fabbricava la ricetrasmittente in quattro e quattr’otto, combinando nel modo opportuno diversi oggetti casalinghi. Un dispositivo provvisorio, ma perfettamente in grado di metterlo in contatto con la sua stella madre, lontana migliaia di anni luce. Vedendo quella scena al cinema sono rimasto impressionato, perché un buon romanzo si crea nello stesso modo. La qualità degli ingredienti non è molto importante. Quella che non può mancare, invece, è la magia. Si possono utilizzare rozzi materiali d’uso quotidiano, semplici parole disadorne, ma se c’è la magia, riusciamo a creare un apparecchio sorprendentemente raffinato.”

L’apparecchiatura costruita da E.T. per comunicare con il suo pianeta.

Linda Traversi, [17.07.19 19:14]
La parte oscura dell’esistenza credo sia proprio il suo centro, e anche il suo punto di partenza. Tenco quando gli hanno chiesto perché le sue canzoni fossero così tristi, ha risposto “quando sono felice esco”. Sto cominciando a pensare che non abbia una connotazione negativa o positiva, è semplicemente una cosa che è, qualcuno è inquieto e qualcun altro no, and either way you have to deal with it. E forse hai ragione tu, l’inquietudine ci connette con il nostro fine ultimo, l’evoluzione, ognuno con i suoi tempi e i suoi modi, perché se non procediamo in avanti, più che esplodere, implodiamo, in una sorta di autodistruzione pilotata.

Linda Traversi, [17.07.19 19:14]
Mi piace tantissimo l’idea che l’ottenimento artistico possa essere una conseguenza del viaggio di un’altra persona, e che il suo, a sua volta, spinga invisibilmente un terzo, magari da un’altra parte del mondo, a cominciare un suo viaggio personale. A proposito di viaggi, spinta dal moto ondoso di questa conversazione, I temporarily landed on la Terra del Fuoco. In lingua Yamana esiste questo termine che è considerato uno dei più difficili da tradurre del mondo, “mamihlapinatapai”. Significa “guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo”.

Linda Traversi, [17.07.19 19:15]
Ho pensato: meno male che l’italiano non è una lingua così sintetica, altrimenti quanto sarebbero corte e tutte uguali le nostre storie?

Andrea Roccioletti, [18.07.19 09:27]
Libro dei Proverbi, Antico Testamrento, capitolo 27, v. 20: “Gli occhi degli uomini sono insaziabili.” Anche ad una lettura non “religiosa” come la mia una frase simile non può che far risuonare qualcosa: probabilmente è l’insoddisfazione, l’inquietudine, a muovere gli uomini verso qualcosa che trascenda la versione “a bassa risoluzione” della realtà. Per i greci, nello specifico per Sofocle che lo fa dire al coro nell’Antigone, gli uomini (le azioni degli uomini) sono “deinos”, che è un termine difficile da tradurre: terribile e meraviglioso allo stesso tempo. Chiuderei il cerchio con Pasolini da “Che cosa sono le nuvole”: “Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato. Le nuvole passano veloci nel grande cielo azzurro.” Tre citazioni, che attraversano tremila anni della storia dell’uomo, e che in qualche modo girano attorno alla stessa cosa, cercano di afferrarla senza in realtà riuscire a definirla davvero, e quindi usano l’espediente del poetico per “far capire”: è lì, lo vedi, lo senti, quel punto cieco, non riesci ad afferrarlo ma anche tu sai di che cosa si tratta, perché sei umano.

Andrea Roccioletti, [18.07.19 09:27]
Sul rivolgersi ad uno scienziato piuttosto che ad uno scrittore, ho sempre avuto il sospetto – ma non ne sono certo, è un’intuizione che devo ancora annusare per bene – che chi scrive spesso lo faccia proprio perché ha difficoltà a raccontare la realtà. Per tutti un tavolo è un tavolo, per alcuni sì, è un tavolo, ma… e quindi ricordi, sensazioni, rimandi ad altro. Questo non è un vantaggio, non è un superpotere, non è una capacità speciale, è una difficoltà a stare nella realtà, nella sua versione, appunto, “low-res”. Poi, siamo d’accordo, anni di esercizio della scrittura possono portare al genio, che è un’arma a doppio taglio perché c’è il rischio che il mezzo – in questo caso la scrittura, ma può essere qualsiasi forma d’arte – diventi decorazione e sovrasti e zittisca la parte umana profonda della questione – ma resta il fatto che tutto parte da un momento di incertezza, un dubbio, un leggero ritardo del doppiaggio, se mi passi la metafora, tra la realtà del movimento delle labbra e l’audio che effettivamente si sente. In quello scarto lancia il primo vagito la scintilla di quella che può diventare creazione artistica.

Andrea Roccioletti, [18.07.19 09:28]
Sul fatto che sia la “tristezza” un motivo dell’arte, quando fai riferimento all’affermazione di Tenco, ho letto molto sull’argomento, e ti consiglio “Toccati dal fuoco”, di Kay Redfield Jamison, che indaga proprio le correlazioni tra arte e patologia. Il risultato di questo e altri studi è che non è esattamente la tristezza il motore dell’arte, ma più quello di cui stiamo parlando noi: il leggero attrito delle cose che non scivolano come dovrebbero nel normale flusso di coscienza, e creano piccole ellissi di tempo nel nostro percepire, sentire, pensare.

Andrea Roccioletti, [18.07.19 09:28]
A proposito delle parole per definire le cose, e nello specifico questo “genere di cose”, ti chiedo: quale è la forma artistica che tu hai scelto per dare voce a tutto questo, e perché?

Linda Traversi, [18.07.19 18:46]
La cosa più bella di questa conversazione è che sto imparando così tante cose. E questa già non è una conseguenza invisibile?

Linda Traversi, [18.07.19 18:46]
Quando ho letto Seneca ho pensato che davvero gli uomini sono tutti diversi nelle manifestazioni specifiche, ma uguali nel loro “core” (una parola che io ho sempre trovato difficile da tradurre), attraverso il tempo e lo spazio. Adesso cito te: è lì, lo vedi, lo senti, quel punto cieco, non riesci ad afferrarlo ma anche tu sai di cosa si tratta, perché sei umano. Un milione di parole per cercare di descrivere qualcosa che non si lascia descrivere.

Linda Traversi, [18.07.19 18:47]
Quando dico che c’è qualcos’altro che “fa i collegamenti” al posto tuo, forse è il nostro inconscio (collettivo) che ragiona, discute, fa le sue valutazioni, e noi non ne sappiamo niente, ma ci ritroviamo di fronte agli stessi nodi che anche gli altri cercano di sbrogliare: fai riferimento a un leggero ritardo del doppiaggio, un lip synch non completamente a fuoco. Anni fa ho lavorato come sottotitolatrice di film per il cinema e la televisione. Immagina: capire il parlato sullo schermo, condensarlo, snellirlo, tradurlo, tenendo conto dell’inquadratura, del montaggio, della colonna sonora. È un’interpretazione, che segue quella del regista, dell’attore, dello sceneggiatore, dello scrittore. Quanti gap possono aprirsi in così tanti passaggi? La trasmissione della storia può essere paragonabile a tutte le bocche che la raccontavano ai tempi della tradizione orale?

Linda Traversi, [18.07.19 18:48]
Mi è capitato spesso di leggere romanzi che hanno uno stile e un ritmo talmente ben costruito che la struttura stessa diventa oggetto di lettura. Però poi chiudo il libro, e non mi sono affezionata a nessun personaggio: non mi viene il mal di stomaco, il fiato corto, lo struggimento per chi si deve riunire e l’amarezza per chi non può più farlo. Non sento essere una pulsione razionale quando sono attirata dalla vita degli altri esseri umani, che sia vera o immaginaria. Forse è in questo modo che mi sono avvicinata all’arte; ma, se mi permetti, mi sento un puntino infinitesimale in mezzo al mare di cui abbiamo parlato finora. Non è stata una scelta. Ho gravitato attorno alle due lingue con cui sono cresciuta credendo di dover trovare una funzione che le unisse. Allora ho studiato traduzione. Però non ha funzionato, perché più che unire divideva. Poi c’è stata un’implosione che ha generato il primo esperimento letterario. Può essere solo un’assonanza, perché ho le mani (per disegnare) poco coordinate, e reticenza a espormi col corpo (escludiamo il teatro). Però l’assonanza ha iniziato a produrre un rumore di sottofondo che ora è un’armonia, scarna, ma se tendo bene l’orecchio la sento. Quindi la seguo. Anzi, ho il sospetto che se tentassi di zittirla implorerebbe in qualche altro organo, e poi mi tornerebbe a parlare, magari dal rene. Sul perché, ancora ci sto lavorando. Però ha molto a che fare quello che chiami “difficoltà a stare nella realtà”. Non è escluso che a seconda di come la guardi possa diventare un superpotere. No?

Linda Traversi, [18.07.19 18:48]
Tu hai fatto una scelta artistica consapevole? E perché?

Andrea Roccioletti, [19.07.19 01:22]
Credo che ogni azione abbia conseguenze visibili e invisibili, però negli ultimi tempi – sia in ambito letterario che artistico – sto girando attorno ad una nuova idea, ancora tutta da limare: credo che ponderare queste conseguenze sia un atto smaccatamente soggettivo. Potremmo quindi raggruppare in tre grandi insiemi di conseguenze – per esempio in seguito a un’azione performativa, o alla lettura di un libro – quello che “avviene” dopo: le conseguenze che consideriamo significative (che soddisfano o meno le nostre speranze e/o le nostre pretese), quelle che mettiamo a lato e volutamente non consideriamo importanti, e quelle che proprio non possiamo soppesare. Ed è vero quello che dici: un milione di parole, e resta un passo oltre. Ma è quel milione di parole che produce le conseguenze di cui scrivevo sopra, e considera che sono conseguenze in primis su noi stessi.

Andrea Roccioletti, [19.07.19 01:23]
C’è un filosofo, Peter Sloterdijk (di cui ti consiglio la lettura di “Sfere”, il terzo volume di una serie) che sottolinea più volte come l’epoca contemporanea possa essere caratterizzata, tra le altre cose, come quella in cui l’uomo interviene su se stesso: con la chirurgia, la psicologia, la tecnologia, l’accesso all’informazione che continuamente modifica e riconfigura la sua mente… ho il presentimento che non maneggiamo ancora del tutto le conseguenze di questo nostro tempo, e sono certo che saranno motivo di studio antropologico tra cento anni, forse anche meno. E’ cambiato tutto: il tempo, lo spazio, i concetti che davamo per solidi e difficilmente rimodellabili, come l’amicizia, la condivisione, la partecipazione… credo che ora sia impossibile schierarsi, con un minimo di onestà intellettuale, dalla parte degli apocalittici oppure degli integrati: semplicemente, è un cambiamento. Meglio o peggio, dipende: troppe variabili in gioco.

Andrea Roccioletti, [19.07.19 01:25]
Tutto questo per arrivare alla tua domanda finale, alla quale in fin dei conti non ti so rispondere senza provare un senso di incompletezza, di non “avvicinamento alla verità”. Però alcune cose mi sembrano – in relazione all’oggi, a questo momento – abbastanza plausibili: ad esempio, non è una scelta, è un arrendersi ad uno “stato”, una condizione che non chiamerei nemmeno “bisogno”: quella di fare arte per capirne il perché, per avvicinarsi a quel “quid” inafferrabile. Il tuo punto di vista sul fatto che se non “esce in un modo esplode in qualche altro” è interessante, nel mio caso non credo sia vero. Non è una cura. Non mi guarisce. Forse, anestetizza per un po’, ma neanche. E’ nostalgia, è speranza, è stupore di fronte all’esistenza, è delusione, è dolore per il distacco, è quella scintilla che fa fare un passo in più quando in realtà sarebbe davvero statisticamente inutile e tuttavia… è tante cose tutte insieme e molto altro. E poi, preferisco in fondo che siano le mie opere a parlare: non voglio spiegarle, creare sovrastrutture. Devono camminare con le loro gambe, e se non lo fanno, allora non erano buone. Sono la patria dell’osservatore, non mia.

Andrea Roccioletti, [19.07.19 01:25]
Parlami del tuo prossimo progetto creativo. Che cosa sarà, un racconto? Una serie di scatti?

Linda Traversi, [19.07.19 19:30]
Mi piace che cerchi di ordinare la realtà, mettere in categorie comprensibili le percezioni soggettive, e io glielo vorrei mettere tanto, un ordine, a tutta questa confusione, ma se fosse tutto in movimento? Le conseguenze significative, quelle trascurabili, quelle imponderabili, ho l’impressione che si mescolino di continuo. Per esempio, se guardo un film. Se mi capita di ripensarci molto, dopo che l’ho visto, allora dico: “mi è piaciuto”. Ma non è nemmeno corretto dire “piaciuto”, è più che “ha scavato un buco”, dove esattamente non lo so, poi quel buco si è riempito di una cosa nuova, che può essere bella oppure sofferente. Poi succede che quello stesso film lo riveda a distanza di anni, e non mi fa nessun effetto. Oppure è il contrario, un film che mi ha lasciato indifferente in seguito produce una grande impressione. Perché ero pronta a riceverlo in un modo diverso? Perché sono diversa io? Nella sua Interpretazione dei sogni, Freud dice che dettagli insignificanti della nostra vita da svegli si agganciano a eventi passati (spesso dell’infanzia) che sono stati invece molto significativi, quindi il lavoro onirico combina le due sfere e rielabora emozioni o eventi che poi sono sempre legati ai desideri. E che se uno si pone come osservatore davanti ai propri sogni, senza giudicare, troverà molti più collegamenti che la mente razionale potrebbe fare se operasse la sua solita attività di selezionare cosa è importante e cosa no. Credo che sia perché non siamo in grado di giudicare cosa è importante e cosa no, né nell’immediato né nel tempo. E proprio come dici tu, è tutto soggettivo, e oltretutto la soggettività fluttua, forse ha senso lasciarsi trasportare dalla corrente, non schierarsi, non cercare di capire, che forse non abbiamo mai capito, e probabilmente nemmeno i nostri antenati nella loro epoca meno tormentata dalla velocità del cambiamento.

Linda Traversi, [19.07.19 19:30]
MI viene in mente Hiroshige e Hokusai, che rappresentavano la vita perennemente ‘in progress’, come diremmo oggi: “Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo, io chiamo ukiyo.” (Asai Ryōi, Racconti del mondo fluttuante – Ukiyo monogatari 1662)

Linda Traversi, [19.07.19 19:31]
Raccontare storie per me non è fonte di guarigione. Sto solo osservando il processo da una posizione di curiosità, e l’unica cosa che ho capito è che se il flusso c’è non va interrotto. Io credo che tu sia a un livello di coscienza più alto del mio, ti sai ascoltare e forse l’hai sempre fatto, quindi sei un tutt’uno col tuo flusso, lo riconosci nel dolore o nella nostalgia o nel groviglio di complicanza che è, e sei così vicino a te stesso. Ti ammiro per questo e spero di arrivarci, a sentire sul corpo lo scarto della percezione fonte del processo creativo, e sputarlo fuori in forme sempre nuove che cammineranno nel mondo con le loro gambe. Per adesso sto in ascolto e qualcosa ogni tanto colgo, la buccia è ancora spessa ma se sto bene in silenzio spero che si assottigli.

Linda Traversi, [19.07.19 19:31]
Sono così attratta dalle immagini, vorrei fare come gli Yamanà e condensare tutto in una fotografia. Però sono io quella prolissa, non è colpa dell’italiano, sono io che ho bisogno di tante tantissime parole per tirare fuori quello che non capisco e che non è destinato a essere capito. Allora ho un paio di idee piccole che devo fissare presto in forma di racconto, e la mia idea grande è il romanzo a cui sto lavorando, è la storia dell’elaborazione di un’assenza, nei sogni e attraverso i sogni. Adesso forse ti sarà più chiaro tutto quello di cui ho parlato finora.

Linda Traversi, [19.07.19 19:32]
E lo sai cosa? Mi sembra una di quelle conversazioni infinite fatte alle quattro della mattina, dopo che hai visto “Requiem for a cream” e spaventa l’idea di andare a letto, e allora parli di tutto, della vita, della morte, del soggettivo e dell’oggettivo, mentre fuori c’è una bufera di neve.

Linda Traversi, [19.07.19 19:33]
Invece adesso è caldo, e c’è ancora il sole. Allora ti mando qualche secondo di ineffabile raccontato nella voce dell’estate.

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Linda Traversi
“Me myself and I
and a galaxy of people
crowding my imagination.”

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