Emodinamica

Il sangue scorre alla velocità di 1 centimetro al secondo nei capillari, e di 30 centimetri al secondo nell’aorta. La distribuzione del sangue nel corpo è difficile da stabilirsi, dal momento che varia a seconda dell’età, della posizione e delle attività del corpo. In un uomo di trent’anni, del peso di sessantacinque chili, 250 ml di sangue si trovano nel cuore e il doppio, 500 ml, nel fegato e nella milza. Più fegato che cuore nella vita, aveva commentato la mia compagna di studi a Medicina.

Una clinica privata a Innsbruck cercava personale. Lo studio medico per cui lavoravo in Italia come ematologa non mi offriva nessuna opportunità di crescita, nessuno stimolo. La verità era che volevo andare via, lontano da una città che era stata il teatro del fallimento della mia relazione, andare all’estero era l’occasione per chiudere finalmente il sipario di una tragedia che ormai assomigliava ad una farsa, e infatti pochi amici erano rimasti tra il pubblico ad ascoltare i miei monologhi inutili. Partii, fui assunta, trovai un piccolo appartamento ammobiliato senza gusto alla periferia di Innsbruck.

L’appartamento era in un palazzo fatto ad elle, e il mio balcone si affacciava sul cortile interno. Incrociavo pochi condomini, uscendo presto di casa al mattino per andare al lavoro oppure tornando a casa alla sera. In attesa che la scusa che ero troppo impegnata con il lavoro per iniziare ad imparare il tedesco non fosse più plausibile, parlavo in inglese. Fu durante una pausa pranzo che una collega mi chiese se mi sentissi sola, lontana da casa e dalla mia famiglia; cercando nel dizionario sul cellulare, scoprii che in inglese c’era solitude, lo star bene da soli, e loneliness, il dolore per l’isolamento.

Era giugno, e trascorrevo parte dei miei giorni liberi passeggiando per Innsbruck, oppure sul balcone a prendere un po’ di sole e a leggere sulla sdraio. La mia vicina di casa, una donna sulla sessantina, era una maniaca della pulizia: panni sempre stesi, aspirapolvere tutti i giorni, passava la scopa sul pavimento del balcone al mattino e al pomeriggio. Ci limitavamo ad un cenno della mano, finché un giorno mi disse qualcosa, indicandomi il mobile di metallo sul mio balcone. Le chiesi scusa in inglese, non la capivo. Senza cambiare espressione ripeté più lentamente, come se in quel modo il tedesco potesse essermi più chiaro.

Si dice che il chitarrista Keith Richards, durante la tournée dei Rolling Stones del 1973 in Europa, si sia sottoposto ad emodialisi, ovvero ad un lavaggio del sangue, presso una clinica svizzera molto esclusiva. Ritornato a Londra, a chi gli chiedeva come avesse fatto a disintossicarsi, rispondeva evasivo: “Mi sono fatto cambiare il sangue.”

Posai il libro e guardai sotto al mobile di metallo. C’erano dei rametti di legno, qualche foglia secca. Una piuma piccola e grigia era la prova inconfutabile che un piccione aveva deciso di costruire lì il suo nido, considerandolo un posto sicuro, visto che non ero mai a casa e non lo disturbavo. Ringraziai la donna sorridendo, rientrai in casa. Non avevo voglia di mettermi a pulire quella roba. Nel frattempo, la clinica aveva aperto ufficialmente al pubblico, iniziarono ad arrivare i primi pazienti, soprattutto tedeschi, svizzeri, qualche francese e uno statunitense. Tutti accomunati da due dettagli: erano vecchi, e molto ricchi.

La clinica si occupava di parabiosi – settemila euro a seduta – cioè lavaggi e trasfusioni di sangue giovane, con lo scopo di ritardare se non addirittura sconfiggere l’invecchiamento. Una pratica molto diffusa negli Stati Uniti, che stava prendendo piede anche in Germania, Repubblica Ceca e appunto Austria, guardacaso paesi dove il commercio privato di sacche di sangue era legale. I duemilasettecento euro che ogni mese la clinica versava sul mio conto facevano a pugni con la mia onestà intellettuale: in medicina non c’erano ancora prove davvero certe che la parabiosi funzionasse.

Fu un giorno di fine luglio che, interrotta la lettura sulla sdraio per rispondere al cellulare, mentii ai miei genitori, ad agosto non sarei tornata in Italia, c’era troppo lavoro in clinica, e dovevo ancora finire di sistemare la casa. Era una scusa più che ragionevole. Nel frattempo, la mia vicina di casa proseguiva il suo rituale quotidiano: stendere, aspirapolvere, lavare i pavimenti, balcone compreso. Per l’ennesima volta mi indicò il mobiletto di metallo, la solita frase in tedesco. Questa volta le risposi in italiano: grazie, ho capito, gentile. Quando rientrò in casa, sbirciai di nuovo sotto al mobile.

Il mercato della medicina illegale non si limita al commercio degli organi, ma anche a soddisfare la richiesta di sangue. I soggetti a farne maggiormente le spese sono i bambini abbandonati delle favelas e quelli del sud-est asiatico; esistono vere e proprie banche private del sangue che si procurano, raffinano e vendono sacche di sangue alle grandi industrie farmaceutiche e a privati per operazioni o trapianti che avvengono illegalmente. Nel 2003 la polizia cinese ha aperto una serie di indagini nei confronti di numerosi ospedali che, a causa della carenza di scorte di sangue, si erano rivolti a venditori senza scrupoli del mercato nero.

Il piccione aveva portato avanti il suo lavoro: i rametti e le foglie secche iniziavano ad assomigliare ad un nido. Chiusi la porta del balcone alle mie spalle e mi preparai per fare una passeggiata. Per evitare alcuni colleghi seduti nel dehors di un locale sulla Herzog-Siegmund-Ufer, fui costretta ad attraversare il fiume Inn sul ponte verso il Botanischer Garten. Non passavo mai volentieri da lì. E’ stato da quel ponte che, in un impeto di rabbia, gettai nel fiume gli anelli che il mio ex fidanzato mi aveva regalato. Ricordo di averli visti sparire nella corrente senza un suono, senza un’increspatura dell’acqua.

Nonostante mi trovassi assolutamente d’accordo con il regolamento della clinica che vietava confidenze con i pazienti, feci amicizia con un vecchio bretone, tra le cui rughe pungevano due occhi di un azzurro sincero. Accettai il suo invito per un caffè. “E’ mia moglie che mi obbliga a questi trattamenti” mi disse in un italiano arrugginito imparato tanti anni prima dalla madre, “vuole che stia in salute, vuole che stiamo insieme per sempre…” Sorridemmo entrambi. Ripartì qualche giorno dopo, ci salutammo con una stretta di mano. Da quando vivevo in Austria fu la cosa più simile ad un amico che ebbi.

Nel frattempo la vecchia zitella vicina di casa era diventata insopportabile. Ero certa che il suo sguardo nascondesse un rimprovero silenzioso per il fatto che non mi dedicavo con la stessa sua dedizione alle pulizie di casa. “Die Taube unter dem Schrank!”, il piccione sotto al mobile! mi aveva ripetuto per la centesima volta. Mi ero preparata la risposta: grazie, lo so! “Danke, ich weiß!” Rimase interdetta, sbatté gli stracci meno del solito dal balcone e rientrò in casa. Mancavano poche pagine alla fine del romanzo che stavo leggendo, e che io sapessi non c’erano a Innsbruck librerie che vendessero testi in italiano.

I piccioni sono monogami e fedeli per tutta la vita. Il maschio impiega molto tempo a scegliere la compagna, la corteggia a lungo, e la coppia non nidifica finché non si reputa stabile. Entrambi si prendono cura dei pulcini, alternandosi alla cova, ed entrambi producono una secrezione biancastra, simile al latte, per nutrirli.

Ad agosto ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto. Se avessi saputo che era il mio ex non avrei risposto. Le cime dell’Hintere Brandjochspitze si stagliavano sul cielo terso, attraverso la finestra sembravano essere in cucina. Posi fine al fiume di parole che sgorgava dall’auricolare dicendo al mio ex che non avevo voglia di parlargli, chiusi la chiamata. Indossai i guanti che usavo per lavare i piatti, uscii sul balcone, mi chinai sotto al mobile e iniziai a togliere il nido, le ultime a toccare l’acciottolato del cortile furono tre piume che il piccione aveva perso tra i rametti. Tappai il pertugio sotto al mobiletto con nastro adesivo e ritagli di cartone di una scatola di scarpe che avevo comprato da poco.

Ieri in clinica il collega che si occupa delle prenotazioni mi ha detto che il mio amico bretone non tornerà per proseguire la terapia. E’ morto in un incidente d’auto. Quando sono tornata a casa ho sentito la vicina di casa che parlava da sola sul balcone; ho aspettato che smettesse e rientrasse, mi sono affacciata, e ho visto che ha legato al suo davanzale un numero esagerato di strisce di alluminio. Il piccione che veniva da me, trovando inaccessibile il pertugio sotto al mio mobile, aveva deciso di nidificare da lei. Ho cenato, ho guardato senza voglia la televisione austriaca, sono andata a letto. Mi sono tornati in mente gli anelli che ho gettato nell’Inn qualche mese fa: immagino che di tanto in tanto si tocchino, sul letto del fiume, e il tintinnio del metallo si perda nelle acque scure e profonde che scorrono alla velocità di 30 centimetri al secondo.

 

“…l’omo ha in sé il lago del sangue,
dove crescie e discrescie il polmone nello alitare,
il corpo della terra ha il suo oceano mare,
il quale anche lui crescie e discrescie ogni sei ore
per lo alitare del mondo;
se dal detto lago dirivano vene,
che si vanno ramificando per lo corpo umano,
similmente il mare oceano
empie il corpo della terra
d’infinite vene d’acqua.”

Leonardo da Vinci
in “Paragone dell’uomo e del mondo”.

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