Exit social & Pertùs

Un anno e un mese fa abbandonavo i social: ciao Facebook, ciao Instagram. Ho intitolato questa cosa, un po’ per praticità e un po’ perché è trendy, “exit social“. Nell’articolo che segue troverete qualche appunto sull’exit social intervallato da una storia vera: quella del Pertùs.

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Exit social: ho letto da qualche parte un detto zen che mi è rimasto impresso: quando mangi, mangia; se cammini, cammina; quando dormi, dormi. Riassume, in modo pericolosamente facile da travisare e adattare ai nostri capricci, un concetto invece difficilissimo da applicare, ovvero: stai nel momento che stai vivendo. Ho sempre avuto il sospetto che – affogati nella glassa della nostra società – sia impossibile dimenticarsi di sé, essere totalmente presenti nell’attimo in cui. Per lo zen quel “sé” è la mente scimmia, e saltella: indietro, nostalgica oppure a cercare esperienze che aiutino a replicare risultati; avanti, a prevedere che cosa potrebbe accadere. Insomma, non si può fare a meno di muoversi nel futuro e nel passato, altro che Macchina del tempo di H.G.Wells. La mia ritrosia (caratteriale!) a fare bilanci va a braccetto con una consapevolezza scientifica: agiamo sulla base di informazioni scarse, e le conseguenze non ci sono del tutto note. Ci sono gli aspetti che vedo, quelli che vedo ma non voglio considerare, quelli che interpreto a mio piacimento, quelli che non vedo. Siamo assorti nel mettere gli accadimenti in fila, come candele che disegnano un percorso nell’oscurità, per costruire una narrazione che ci soddisfi. Anche una freccia che pare irreversibile, come quella del tempo, nella ricostruzione di un fatto perde di densità, diventa gommosa: “spendo meno tempo sui social” e allora “ho più tempo per scrivere”. Ma forse è stato il dedicare più tempo alla scrittura che mi ha portato a non avere più tempo per i social. Ecco allora la possibilità che ci sia stata una causa ignota, che ha prodotto entrambe le conseguenze. Zan zan!

Descrivere un fatto è come costruire un modellino in scala della realtà: troppo dettagliato, e ci si perde nei particolari, troppo generico e allora spiega poco. Facciamo un esempio: quanto pesa una montagna? Supponiamo che sia alta 4.000 metri. Approssimiamo la sua base a un quadrato: abbiamo una piramide di pendenza media di 30 gradi. La piramide avrà una base di 0.866 moltiplicato 4.000 moltiplicato per due, ovvero circa 7 chilometri. Il volume di una piramide a base quadrata è V=1/3 area di base moltiplicato per altezza, quindi 65 miliardi (circa) di metri cubi. La densità media della crosta terrestre è di 2,8 grammi per centimetro cubo. La montagna pesa dunque 183 miliardi di chilogrammi, ovvero 183 milioni di tonnellate. E le caverne? E gli alberi che ci crescono sopra? E le diverse densità dei minerali che la compongono? Modellino troppo dettagliato, non possiamo – e servirebbe troppo tempo per calcolarlo. Sappiamo però, ad occhio e croce, che la montagna pesa davvero tanto.

Pertùs: sopra a Chiomonte, in val di Susa, a quota 2050 ci si imbatte in una galleria, larga un metro, alta due, e lunga circa mezzo chilometro: attraversa la montagna da parte a parte (a quanti è venuto in mente il TAV? Ma no, questa è un’altra storia). Quelli del posto la chiamano, in dialetto, il Pertùs. Tra agosto e ottobre la galleria è percorribile a piedi, muniti di torce, il livello dell’acqua è basso. Questo infatti è lo scopo del Pertùs: convogliare l’acqua del Rio Thullie, sul versante del Cels e di Ramats, irrigare la Val di Susa e le zone circostanti. Prima del 1533, anno del completamento della galleria, questo versante della Val di Susa non era così verdeggiante come lo vediamo ora.

Chi nasce cane non muore gatto, diceva sempre mio padre. Ci sono passioni che si possono coltivare nel silenzio, ma non la scultura. Se non riempivo l’aria con i colpi dello scalpello – perché invece stavo lavorando di cesello – erano botte. Quando mangi, mangia, quando dormi, dormi, ma quando spacchi le pietre, spacca le pietre e basta, mi rimproverava. Avrei voluto fare lo scultore, diventai spaccapietre come mio padre. Avrei voluto cavare dalla roccia forme eleganti, ritrovai invece nelle mie vene la sua stessa esasperazione rabbiosa, quella di chi sente di dover fare a pezzi ciò che la natura ha messo insieme in milioni di anni.

Exit social: potrei smontare il problema in parti più semplici: in ambiti. Quello lavorativo: nell’ultimo anno ho cambiato mansioni, lavoro in un contesto che mi piace e aderente alle mie passioni, ho scritto un libro che è stato pubblicato, sto preparando altri due romanzi, ho messo in piedi tot mostre in tot città diverse, sono usciti articoli sui giornali, ho viaggiato, e via dicendo. La mia percezione: sono molto più efficace nel realizzare quello che progetto. Ma affermare che questo sia una conseguenza (unica, o diretta) della scelta di abbandonare i social sarebbe una bugia mascherata da eccessiva semplificazione. Un altro ambito potrebbe essere quello della comunicazione: abbandonata l’illusione che Facebook lavori al posto mio, per raccontare che cosa sto facendo della mia arte, ho dovuto trovare altri strumenti per raggiungere gli amici, farmene di nuovi, contattare gli spazi dove performare ed esporre, e così via. Non è male, mettere il naso fuori da un sistema di regole per vedere che cosa sia rimasto oltre a quello. Ci si rende anche conto, però, che se il sentire comune ha fatto suo un modo (come quello di Facebook) di percepire, diffondere, costruire l’informazione del sé e del mondo circostante, allora farne a meno significa dire ciao a una parte della società. In percentuali ancora da stabilirsi. Ma è pur sempre un ciao.

Pertùs: le prime trattative con gli abitanti di Cels e di Ramats risalgono al 1504: da Exilles autorizzano Chiomonte a scavare un tunnel nel proprio territorio. Passano vent’anni prima che si trovi qualcuno disposto a tentare l’impresa. Nel 1524 si fa avanti un certo Colombano Romean. Spaccapietre come suo padre, ma sul contratto fa scrivere: scalpellino. Uno scalpellino contro una montagna di 183 milioni di tonnellate. L’accordo con gli abitanti di Chiomonte prevede che ogni mese gli si forniscano due semine di segale, vino, attrezzi per lo scavo, punteruoli e scalpelli, mantice e carbone, e gli si costruisca presso l’imbocco della galleria una capanna con un letto, una botte e lanterne per l’illuminazione. Pagamento a lavori ultimati: ogni metro e mezzo di galleria, 5 fiorini e 12 soldi. Il modellino della realtà che hanno elaborato, però, è troppo generico, e qualcuno ne farà le spese.

Pochissimi amici, la maggior parte dei quali è partita per andare a cercare fortuna altrove; ogni anno meno pane, per via dei cattivi raccolti; poche speranze di poter fare qualcosa della mia esistenza; a quante cose ho detto ciao. Quando scavi, scava, direbbe mio padre, e non pensare ad altro. La vita ha lavorato a togliere, su di me. Io ho lavorato a togliere alla pietra. Quando ho accettato l’incarico erano tutti entusiasti, in paese. Avremo l’acqua, avremo il pane. Per quanto grandi sono stati i macigni che mio padre ha spaccato durante la sua esistenza, nemmeno a sommarli tutti saranno come la montagna che sto per affrontare io. Due, tre anni di duro lavoro, e tornerò in paese. Ricco, famoso.

Exit social: e poi ci sono le conseguenze in ambito personale: delle quali non scriverò. Il perché lo spiega meglio di me Byung Chul-Han nel suo “La società della trasparenza”: “All’obbligo di trasparenza manca proprio questa delicatezza, che non è altro che la delicatezza del rispetto per quell’alterità che non può essere completamente eliminata. Di fronte al pathos della trasparenza che lega la società odierna, bisognerebbe esercitarsi nel pathos della distanza. Distanza e pudore non si lasciano integrare nei circuiti accelerati del capitale, dell’informazione e della comunicazione. Così, tutti gli spazi riservati in cui ritirarsi sono eliminati in nome della trasparenza. Vengono illuminati e sfruttati. Il mondo diviene, in questo modo, nudo e senza pudore.” Quello che avviene dentro ad un essere umano non può essere cacciato a forza nella logica di un social, perché ha tempi e modi tutti suoi, che non rispondono alle esigenze di velocità e vendibilità di una piattaforma digitale.

Pertùs: bucare una montagna da parte a parte è, per quell’epoca, un’impresa che rasenta l’impossibile: bisogna, tra le altre cose, scavare nella direzione giusta. Colombano allinea candele nell’oscurità del tunnel, le guarda chiudendo un occhio, come se stesse prendendo la mira, e se sono tutte in fila significa che sta andando dritto. Scava instancabilmente. Né lui né a valle si rendono conto di quanto tempo servirà davvero. Passano due anni, tre, poi quattro. L’entusiasmo per il Pertùs, per l’acqua, per i campi di grano che già se lo sentivano in bocca, il pane, diventa progressivamente cinismo. Poi derisione. Lassù, appena sotto alla macchia bianca della neve sulla cima, c’è un pazzo di nome Colombano Romean che cerca di scavare un tunnel attraverso una montagna, con martello e scalpello. Tutti avevano visto la realtà solo per gli aspetti che confermavano le loro aspettative, e hanno sottovalutato un dato: il tempo. E’ più facile puntare il dito, dare la colpa, dire che è un pazzo, quel Colombano, invece che affrontare il problema e ammettere: ci siamo sbagliati. Anche quei pochi che andavano a trovarlo smettono di arrampicarsi per i sentieri che conducono alla sua capanna, a 2000 metri di quota. Colombano resta da solo. Continua a scavare, giorno dopo giorno, mese dopo mese.

La montagna non finisce mai. Per ciascun metro in più che scavo, la roccia si fa più cattiva, ad ogni colpo di scalpello lei mi morde la mano con una vibrazione più forte. Mentiva, mio padre. Non è vero che ci si fa l’abitudine, alle mani insensibili, intorpidite. Lui le portava in giro come un trofeo, spesse come il cuoio; aveva scelto un nemico più facile, e aveva vinto. Io ho sfidato una montagna, non un macigno. Non posso arrendermi e lasciare il lavoro a metà, sarebbe un fallimento che mi sopravviverebbe, nei secoli. Oggi ho infranto un giuramento a me stesso – vedere l’altro versante solo dopo aver terminato la galleria – sono salito sulla cima dei Tre Denti, per misurare ad occhio la larghezza della montagna. Sembrano così brevi, le distanze, da quassù. E ancora più brevi, quasi impercettibili, quelle tra una casa e l’altra del villaggio giù a valle; stanno tutti lì, in uno spazio così ristretto, si vedono, si salutano, si parlano. Alle volte mi prende un’inquietudine che non saprei dire, come se mi stessi perdendo qualcosa, altre volte – e non me lo spiego – vorrei che lo scavo di questa galleria non finisse mai, ed è un pensiero così assurdo, come se la realizzazione di questa opera per uno scopo pratico, avere l’acqua, il grano, il pane, la sporcasse. Invece quassù tutto funziona benissimo anche senza di noi, le stagioni si inseguono senza posa, regolari, ogni anno in primavera i cervi passano sul crinale e i cerbiatti sono cresciuti e altri nuovi cerbiatti sono arrivati.

Exit social: esistono social alternativi a Facebook: Ello, Cisti, Nextdoor e altri. Si è tentati di fare paragoni: non sono così bellini graficamente, hanno meno partecipanti, sono più pratici, non diffondono dati personali… Ma sono confronti impossibili: sarebbe come paragonare una mela ad un uovo. Entrambi possono sfamare, ma sono fatti completamente differenti; non è detto che a tutti piacciano; hanno scopi diversi; non orientano le loro vele nella direzione che la società sta prendendo; non sono appetitosi per gli investitori; eccetera, eccetera. Per quello che riguarda invece il mondo dell’informazione, confermo quanto sospettavo in articoli precedenti: trovare altre “emittenti” è stata un’esperienza illuminante; in qualche modo ha a che fare con: a chi ci si affida, di chi ci si fida. Non è roba da poco.

Pertùs: è il 1533. Gli abitanti di Chiomonte vedono arrivare in paese un personaggio un po’ stralunato, non lo riconoscono subito. E’ Colombano Romean, ha terminato la galleria, dopo 7 anni di colpi di martello e scalpello. Reclama la sua paga, gli viene assicurato che gli verrà consegnata, il tempo di avvisare le autorità a Exilles, riprendere in mano le carte, fare i conti. Vorrebbero improvvisare una festa, ma Colombano risale alla sua capanna, promettendo di ritornare tra due o tre giorni. Invece passano due settimane. Dopo anni che se l’erano dimenticato, ora salgono a cercarlo: se davvero ha scavato il Pertùs da una parte all’altra della montagna, allora c’è acqua, i contadini dei territori circostanti ne trarranno beneficio, cambierà tutto. Trovano Colombano nella sua capanna, senza vita. Lo portano a valle. Alcuni dicono che sia morto a causa dell’idropisia per l’umidità e il freddo del suo lavoro sotterraneo, altri sottolineano il suo vizio del vino, qualcuno insinua che sia stato avvelenato. L’ipotesi non è così assurda: gli dovevano 1600 fiorini, pari a 320 scudi. Quasi l’intero bilancio annuale della città di Chiomonte. Le cause della sua morte resteranno un mistero.

Exit social: quindi ci si deve arrendere all’inconoscibilità del reale, data la sua vastità, e all’impossibilità di raccontarlo? No. Ma le premesse doverose sono quelle di cui sopra, così come trovare un escamotage di forma e di contenuto, che provi a narrare un punto di vista seppur personale; è il lavoro di ciascun creativo (ma di ciascuno di noi, in fondo), personale perché tanti quanti siamo, ecco: ciascuno se la vive in modo diverso, questa faccenda dei social, con maggiore oppure minore consapevolezza, e la somma di tutti i vissuti fa poi, tra le altre cose, il Big Data appetitoso per altri. Senza cadere nelle semplificazioni troppo comode, che invece sono così meravigliosamente virali.

Non me la date a bere: tutti desideriamo qualcosa di impossibile, che ci piaccia ammetterlo oppure no. Se percorrete il Pertùs, sulle pareti della galleria potete trovare ancora un po’ del Colombano scultore: soprattutto volti.

 

 

 

 

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I precedenti articoli sull’exit social:

SFACEBOOK – il giorno prima di andare via
Sfacebook – come si scende dall’autobus?
Sfacebook – ovvero la nuova Esposizione Universale
Sfacebook – pulsante, pulsante
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“Il dato fotografico è sempre essenzialmente il veicolo più sicuro della poesia e il processo più agile per percepire le delicate osmosi che si determinano tra realtà e surrealtà.”

Salvador Dalì, “La testimonianza fotografica” in
“Sì: la rivoluzione paranoico-critica, l’arcangelismo scientifico”,
Rizzoli 1980.

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