SMS Cap Trafalgar

Dissanguata dalla tirannide del potenziale inespresso ha abbracciato la vita ritirata, abdicando prima alla carriera, poi ai riti del giro di amici, infine alla famiglia, l’impresa di traslochi ha faticato un po’ a trovare il vecchio casolare dei nonni dove si era trasferita. In città gli indirizzi sono nomi di personaggi storici e numeri, in montagna tradizione orale di indicazioni accompagnate da gesti con le mani. In una giornata di sole e vento freddo li ha visti scendere dal furgone nelle loro magliette inadatte a quella quota, si è chiesta se il loro datore di lavoro li avesse avvisati di dove si sarebbe svolta la consegna della ventina di scatole che contenevano l’esistenza che aveva deciso di portare con sé, regalando tutto il resto oppure buttandolo via.
Da dove si trova ora le giungono – quelle poche volte che prende in mano il cellulare per controllare la posta, e in veranda perché solo lì c’è campo – le parolesante degli alchimisti del social media management, echi del suo precedente lavoro, il punto di intersezione che si è trovata ad occupare tra l’incompetenza dell’azienda in materia di comunicazione, la visibilità di prodotto agognata dai suoi capi, la sua alfabetizzazione digitale al di sopra della media giusto il necessario, il tutto annacquato da un’abbondante quantità di termini informatici alla moda. La pagavano per pagare le piattaforme social perché ripagassero chi la pagava dell’investimento fatto. Finché ha detto basta.
Tra questi echi lontani, come ladruncoli in mezzo alla folla, cercano di avvicinarsi a lei i rimorsi e le aspettative disattese. Nel rumore veloce della sua vita di prima non poteva distinguerli, ora che il tempo è una marea lenta e larga si siede, li aspetta, non le destano preoccupazioni anzi la incuriosiscono, nemici così antichi che quasi è un piacere averli alla sua tavola, studiarli mentre e come girano il cucchiaino nella tazzina del caffè, poi è quasi sera e ha altro da fare e li congeda e tra la cena da preparare e il fuoco nel camino da tenere vivo non le manca affatto come si sentiva quando voleva sentirsi così.
Preferisce leggere al mattino – il suo corpo ci ha messo un po’ a disabituarsi alla dittatura dell’essere produttiva nelle prime ore del giorno – e solo libri noiosi, come antidoto alla letteratura svenduta al bisogno di novità, divertimento, tempo speso bene. Si è soffermata sul capitolo tredici della Storia delle battaglie navali della Seconda Guerra Mondiale, ha trovato quel saggio tra i libri di suo nonno, partigiano, il mare l’avrà visto una decina di volte, rilegge le parole che raccontano dell’SMS Cap Trafalgar e del suo incontro con la RMS Carmania. A parte una coincidenza curiosa, l’episodio non ha molto di speciale, ma ha suscitato qualcosa in lei che l’ha incuriosita, e vuole capire di che cosa si tratta.
Mentre fuori il pezzo di campagna strappato ai dirupi è la somma di tanti fruscii che in totale fanno un enorme silenzio, rilegge di come i nazisti avessero preso a camuffare alcune navi con i colori e le insegne delle imbarcazioni nemiche, per portarsi a distanza di tiro avvicinandole senza destare sospetti. E’ il 14 settembre 1914 quando la SMS Cap Trafalgar, mascherata da RMS Carmania, incontra proprio la britannica Carmania, nei pressi dell’isola di Trindade a mille chilometri dalle coste del Brasile. Due ore di battaglia, danni ingenti su entrambe le navi, incendi e squarci nelle fiancate. Resta a galla la Carmania. Secondo alcuni, fatto smentito dall’autore del libro, la RMS Carmania era a sua volta camuffata da SMS Cap Trafalgar.
Da qualche giorno rimugina sull’irresistibile tentazione, e di chi, di aggiungere il dettaglio del doppio travestimento, anche se storicamente non fondato. Pensa a quell’episodio insolito da cui è troppo facile cercare di trarre – anche per lei – una qualche massima universale, a fronte dei morti su entrambe le navi, il costo nascosto dei fatti non spiegati bensì piegati ad uso e consumo. Non sa il nome dell’autore classico che le è venuto in mente, citando grossomodo: quando due indovini si incontrano per strada non possono fare a meno di ridere di nascosto l’uno dell’altro.
E nemmeno sa come sia giunta alla consapevolezza della tirannide del potenziale inespresso – sospetta che qualche valvola di sfogo dell’esistenza abbia smesso di funzionare, ma quale – ha ben chiaro di che cosa si tratta ma non riuscirebbe, diversamente dall’episodio della SMS Cap Trafalgar e della Carmania, a riassumerlo in quattro pagine e qualche riga, per poi trarne un paradigma edificante. Non a tutte le amiche che le hanno chiesto, più o meno discretamente, per quale ragione avesse deciso di andare via dalla città è bastato dire che stava bene così. A due o tre ha provato a spiegare che era stanca di dover dimostrare il torto oppure la ragione di chi diceva che poteva essere più di quello che era; tutte le altre le ha lasciate a fare congetture.
A quelle che le hanno detto che un paesino di 53 abitanti in mezzo alle montagne sarebbe stato anche per loro la vita ideale, ha replicato che era affascinante da immaginare, ma molto meno da vivere. Lo ha sconsigliato. Per alcune di esse è diventata un sorta di eremita ornamentale, come quegli uomini disposti a stare in solitudine, senza tagliarsi i capelli né le unghie, vestiti di tela di sacco, pagati per vivere in grotte costruite appositamente e non fare nulla, nelle tenute degli aristocratici del diciottesimo secolo a dare spettacolo di se stessi ai loro ospiti. Sorride, pensando che non erano così diversi da molti youtuber, influencer, twittstar e via dicendo, e ci si mette anche lei, nel numero.
Vengono a trovarla, raramente, le amiche, nei fine settimana: dà loro appuntamento nel piazzale davanti alla chiesa, le accompagna lungo la strada sterrata che porta al suo casolare. Mostra loro l’orto e le galline. Capita che si scattino selfie con i suoi tre gatti. A tavola percepisce il loro imbarazzo nel dare per scontato che lei sappia cose che invece no, dal momento che passa pochissimo tempo su internet e ancora meno sui social, imbarazzo ancora maggiore quando i discorsi vertono su fidanzati, compagni, mariti. Lei è sola e sa che loro stanno pensando che lì, lontana dal mondo, certo non avrà modo di incontrare nessuno.
I primi tempi, quando andavano via, le chiedevano di ricambiare la visita da loro giù in città, poi hanno smesso. Osserva le loro auto scomparire dietro al primo dei tornanti che le riporterà a valle, domani troverà sul cellulare le notifiche delle fotografie in cui è stata taggata, le guarderà, ma non subito, con un misto che mai avrebbe detto possibile di tenerezza e rimprovero come se fossero bugie di bambini. Ieri pomeriggio si è trovata faccia a faccia con un grosso tasso, lungo la mulattiera che porta alla vecchia legnaia. L’animale l’ha vista ma l’ha ignorata, continuando a grattare con le zampe accanto a una roccia in mezzo ai rovi, lei è stata ferma finché il tasso se n’è andato, soddisfatto. Si è sorpresa inspiegabilmente felice nel non essere stata, per lui, causa di interesse né di preoccupazione.

12 Comments

  1. Spesso le storie si raccontano quando qualcosa di particolare ha fatto cambiare una determinata situazione, Quando qualcosa di nuovo o vecchio si appropriano di un’importanza data dal protagonista della narrazione o dallo scrittore stesso. Con minor frequenza si parla di quel raro momento (o anche spesso frequente, dipende dalla storia e da chi ne parla) in cui ogni aspetto della vita si annulla di qualsiasi valore, e si arriva al punto in cui nulla è più importante, ma “va bene così”.

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    1. L’interessante esistenza – e contrapposizione – tra la ricerca (cause antropologiche e culturali) del “punto di svolta” oppure del “punto saliente” di una narrazione e, a latere, del punto in cui “non accade più nulla”, ovvero si smette di cercare significati là dove non ce ne sono, se non quelli che attribuiamo noi. La narrazione è un modo di conoscere se stessi, non nel senso della psicologia da bar, bensì quello che il modo stesso di cercare, interpretare e riordinare sottendono a come siamo fatti.

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