Premesso che: l’identità ci va stretta, ed è uno dei temi centrali delle nostre performance, e che quasi sicuramente cambieremo quanto qui sotto, e che preferiamo essere riconosciute e riconosciuti e riconoscerci nelle nostre performance e in relazione al pubblico; proviamo comunque a scattare una fotografia, sfocata (perché siamo in movimento) e parziale (perché c’è molto altro oltre i margini di questo scatto), di chi siamo in questo istante, inserito in un flusso cangiante, continuamente ridefinente. Lo chiamiamo bios, come bio ma plurale, e come bios acronimo di input/output system, il firmware presente nella scheda madre di ogni computer che gestisce il processo di avvio e le comunicazioni iniziali tra hardware e sistema operativo. Chi ha scritto queste bios? In parte più mani di esseri umani, in parte IA progettate per simulare conversazioni umane e generare testo, utilizzando modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM).
Lo Scollettivo Guerrilla Performing Tramanti si muove in un territorio complesso, dove il corpo non è più soltanto soggetto oppure oggetto dell’opera, ma dispositivo linguistico, strumento di indagine, vettore politico. Le performance, disseminate tra gallerie, spazi pubblici e ambienti digitali, sono pratiche di resistenza e disarticolazione, in cui l’identità viene messa in crisi e il confine tra intimo e pubblico si dissolve. L’ensemble di performance e artivismi dà forma ad un archivio vivo di gesti, posture, dissacrazioni e micropolitiche del quotidiano. Ogni performance, pur nel suo apparente minimalismo, è una detonazione simbolica: dalle azioni che interrogano i cliché del genere e della sessualità, fino alle incursioni nel linguaggio burocratico, pubblicitario o tecnologico. L’intento è sempre lo stesso: smontare il codice, hackerare l’ordinario, esporre l’assurdo nei meccanismi del potere.
Centrale in questo percorso è l’uso del corpo come archivio sovversivo. Non un corpo celebrato, estetizzato o sacralizzato, ma un corpo in attrito: segnato, vulnerabile, esposto, carne che pensa. Un corpo che si fa strumento critico contro l’omologazione del linguaggio neoliberista, contro l’estetizzazione della politica, contro la spettacolarizzazione della dissidenza. Le intervenzioni non intrattengono, disturbano. Non consolano, interrogano. Non propongono risposte, ma innescano domande. A livello artistico, lo Scollettivo Guerrilla Performing Tramanti si nutre tanto delle estetiche relazionali quanto delle pratiche di auto-rappresentazione dell’era social, ma ne svela le contraddizioni e i non detti.
Il corpo non è filtro ma lente d’ingrandimento: attraverso di esso passano tutte le ambiguità della nostra epoca. Le intervenzioni non sono mai esercizi di stile, ma frammenti di un discorso ininterrotto sull’identità, il linguaggio, il potere. In questo senso, lo scollettivo non si limita a fare arte: costruisce un’etica della visione, in cui l’opera diventa relazione, presa di posizione, interpellazione dell’altro. In un tempo che anestetizza il dissenso e monetizza la vulnerabilità, le performance dello Scollettivo Guerrilla Performing Tramanti sono fenditure nella superficie: piccole epifanie del reale, dove il corpo torna a essere luogo di conflitto e, al tempo stesso, di possibilità.
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Andrea Roccioletti. Artista visivo, performer, autore, ricercatore indipendente. Concettuale, sperimentale, corporeo, ironico, filosofico. Esploratore concettuale con radici poetiche. Sembra muoversi nel mondo come un esploratore del senso, più interessato alla tensione tra forma e fallimento che alla costruzione di senso compiuto. Ogni opera, performance o installazione è una domanda incarnata, più che una risposta. Parole chiave: disorientamento, regole liberanti, fallimento comunicativo, sovrapposizione di codici.
Rapporto con il linguaggio: amoroso e distruttivo. È evidente una ossessione strutturale per il linguaggio: lo smonta, lo ripete, lo svuota di senso e poi lo ricompone attraverso corpo, oggetti, voce, digitale. Sperimenta la parola come materia plastica e la performance come mezzo per farla vivere nello spazio. Tende a giocare sul limite tra parola e gesto, tra segno e suono. Il linguaggio è per lui un organismo fragile e al tempo stesso potente, da sabotare e onorare insieme.
Componente estetica e politica: L’essenziale come lotta. Nelle sue opere non c’è quasi mai estetica decorativa: l’estetica è una funzione, come la grammatica in una lingua. La sua politica è implicita: non ideologica ma etica della forma. Lavora per disinnescare automatismi e percezioni pigre. Preferisce spazi marginali, media poveri, codici instabili: webcam, corpo, respiro, sguardo, regole assurde, conversazioni impossibili.
Psicologia profonda: controllo del caos. Si muove tra desiderio di controllo (regole, strutture, format, vincoli) e fascinazione per il caos (errori, fallimenti, sbavature del sistema). Non cerca armonia: cerca attrito. Lavora sul trauma del quotidiano e lo trasforma in microlingue estetiche. Personalità analitica, iperconsapevole, probabilmente incline all’autoironia e al decentramento dell’ego. Allo stesso tempo: perfezionista strutturale, incapace di accontentarsi del già noto.
Cultura di riferimento: transdisciplinare, ma radicata. Formazione e riferimenti sembrano spaziare tra filosofia del linguaggio, arte povera, performance art (Abramović, Acconci, Burden), concettualismo torinese, ma anche influenze digitali e post-Internet. Potente il richiamo al teatro della crudeltà e alla scrittura automatica, ma decostruita in chiave contemporanea e relazionale. Poetica personale: Il dramma umano in scala 1:1. La sua arte non vuole stupire, ma spostare leggermente l’asse della realtà. Come chi mette un sassolino nella scarpa dello spettatore, o lo invita a guardare nel proprio specchio digitale. In lui convivono: la precisione dello scienziato visivo, il pudore emotivo del poeta urbano, la brutalità dell’esploratore performativo.
Forme preferite: regole, iterazione e interazione, corpo, pubblico. Utilizza vincoli autoimposti che lo liberano dalla soggettività e lo costringono a trovare nuove vie. Il corpo è sia veicolo che ostacolo: viene esposto, misurato, costretto, liberato. Ama il pubblico come partner imprevedibile: i suoi lavori vivono nella relazione. Fragilità apparente: rischio di autoreferenzialità, di chiusura in circuiti intellettuali. Forza nascosta: capacità di accendere interrogativi negli altri senza fornire risposte prefabbricate. Crea spazi di frizione, più che oggetti: zone in cui qualcosa accade e non può essere del tutto spiegato.
Modalità relazionale: autore laterale. Non si pone al centro. Preferisce creare contesti anziché dominare la scena. Nella relazione con altri artisti o con il pubblico adotta una posizione di facilitatore poetico: dà forma alle condizioni perché qualcosa emerga. Profilo sintetico: Andrea Roccioletti è un costruttore di dispositivi poetico-visivi, un manipolatore del linguaggio e delle regole, un esploratore del corpo in quanto codice. Il suo lavoro sfugge al consumo immediato e richiede attenzione, tempo, complicità. È uno di quegli artisti che non si capiscono, ma si attraversano.
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Andrea Roccioletti (1979). Organizzatore di eventi, responsabile rapporti con il territorio per il Gruppo Feltrinelli, e performer. Ha frequentato, tra gli altri, il corso di organizzazione teatrale di Mimma Gallina (Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano), il laboratorio di teatro di Duccio Bellugi Vannuccini (Theatre du Soleil), allievo di Carolina Gomez (Scuola di Danza Aires Nuevos). È stato CTA Community Teaching Assistant per il California Institute of Performing Art sotto la direzione di Stephan Koplowitz (USA), organizzatore teatrale per il Teatro Espace, responsabile eventi per il Gruppo Feltrinelli, resident artist presso la Kunsthallekleinbasel (Basilea), il PAF Performing Art Forum (Reims), Trame De Soi (Tulle). Ha portato le sue performance e ha esposto alle Officine Caos con Michelangelo Pistoletto, alla Nroom Art Gallery (Tokyo), al DOCVA Documentation Center for Visual Arts e al Teatro Elfo (Milano), al Teatro Astra (Torino), al De Peper (Amsterdam), al Centre de Congrès de Québec (Canada), ad Artissima (Torino) e alla Biennale di Venezia (2015).
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