Origine del mondo 2.0

Origine del mondo 2.0
Corpo, vagina, webcam,
riproduzione del dipinto
di Gustave Courbet, 1866.
Performance, 2024.
Con Vanessa Depetris.
Rossella Ferrero ph.

La vagina della performer, storicamente al centro del focus voyeuristico verso l’interno intimo, ora restituisce lo sguardo attraverso una webcam puntata sul mondo, e offre alla performer un nuovo punto di cybervista verso l’esterno. Il flusso di dati video raccolto dalla webcam viene inviato al cellulare della performer.

The vagina of the performer, historically at the center of the voyeuristic focus towards the intimate interior, now returns the look through a webcam aimed at the world, and offers the performer a new cyberview point to the outside. The video data stream collected by the webcam is sent to the performer’s mobile phone.

Le vagin de l’interprète, historiquement au centre de la focalisation voyeuriste vers l’intérieur intime, restitue maintenant le regard à travers une webcam tournée sur le monde, offre à l’artiste un nouveau point de vue cybernétique vers l’extérieur. Le flux de données vidéo collecté par la webcam est envoyé au téléphone portable de l’interprète.

#posthuman #postorganic #transhumanism #cyber

 

Roccioletti

 

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Origine del mondo 2.0 si ispira al celebre dipinto di Gustave Courbet (L’Origine du monde, 1866), rinnovandolo in chiave post-umana: una webcam è posizionata nella vagina della performer, che così guarda il mondo e trasmette il suo sguardo in tempo reale al suo smartphone. L’opera invita a ribaltare il tradizionale sguardo voyeuristico e a restituire potere alla performer, trasformando il corpo in un dispositivo cibernetico di visione. Sconvolge lo sguardo tradizionale, passando da oggetto di visione a soggetto attivo: non più osservata, ma osservatrice. Solleva interrogativi sul post-umano e il cyberfemminismo, integrando riferimenti teorici come Donna Haraway e il manifesto cyborg. Colloca il corpo femminile al centro di una rete di dati e potere, sfidando la sorveglianza e ridefinendo l’identità corporea. Inserisce la performance nel dibattito contemporaneo su biopolitica, tecnologie e genere, con rimandi a figure come Valie Export, Orlan, Sadie Plant.

L’origine del mondo 2.0 è uno sguardo che ribalta il dispositivo. Un cortocircuito visivo e teorico che riscrive la relazione tra corpo, tecnologia e potere. In apparenza minimale, l’opera è invece densissima di riferimenti e tensioni: una webcam posizionata nella vagina della performer e rivolta verso l’esterno non è solo un gesto provocatorio, ma l’attivazione di un nuovo sguardo. Uno sguardo letterale, incarnato, cibernetico, che rovescia la logica millenaria del corpo femminile come oggetto di visione. L’opera si misura, inevitabilmente, con il fantasma ingombrante di Gustave Courbet e del suo L’origine du monde, che per oltre un secolo è stato feticcio e simbolo di uno sguardo maschile, anatomico, voyeuristico. Ma Origine del mondo 2.0 non è una semplice rilettura: è un sabotaggio. La performer non si espone per essere guardata, ma per guardare. Il corpo diventa un sensore, un dispositivo attivo. Lo smartphone che riceve il segnale diventa l’interfaccia dell’esperienza contemporanea, portando la vagina fuori dallo spazio intimo e dentro la rete, dentro il codice. C’è in questo gesto una riflessione politica profonda: chi detiene lo sguardo, detiene il potere. Ed è qui che il lavoro si innesta nella tradizione del cyberfemminismo, da Donna Haraway a Sadie Plant, passando per le performance di Orlan e Valie Export. Ma a differenza di molte opere cyberfemministe storiche, Origine del mondo 2.0 è priva di ornamenti teorici espliciti: è asciutta, chirurgica, quasi brutale. Proprio per questo ancora più potente. In un’epoca in cui il corpo è costantemente sorvegliato, mercificato e riprodotto, questa performance sceglie di dotarlo di una agency tecnologica. La vagina non è più superficie, ma punto di vista. Non più passività, ma osservazione. Ed è da lì — da quel punto oscuro e originario — che parte la domanda più inquietante: cosa succede se è il corpo stesso a guardarci? In un mondo dove tutto è visto, tutto è registrato, questa performance ci mostra che anche lo sguardo può essere restituito. E, con esso, un frammento di libertà.

 

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Alcune referenze iconografiche.

 

Roccioletti
Scultura in legno Māori della dea Hine-Nui-te-pō. Fotografia di Charles Augustus Lloyd, c.1880s-1912, Biblioteca Alexander Turnbull, Wellington, Nuova Zelanda.”Quella che vedete è Hine-Nui, che lampeggia dove il cielo incontra la terra. Il suo corpo è come quello di una donna, ma le pupille dei suoi occhi sono di pietra verde e i suoi capelli sono di alghe. La sua bocca è quella di un barracuda, e nel luogo dove gli uomini entrano in lei ha denti affilati di ossidiana e pietra verde.” Dalla leggenda Māori di Māui e Hine-Nui-te-pō, dea della morte e custode degli inferi, citata da Antony Alpers, Miti Maori e leggende tribali, Pearson Education, Nuova Zelanda (1964).

 

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Gustave Courbet, L’Origine du monde, 1866. Huile sur toile. H. 46,3 ; L. 55,4 cm. Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt. In merito a questo dipinto e alla sua modella, se ne parla in questo articolo di corpi.blog a work, in progress.

 

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Hans Bellmer, illustrazione da Histoire de l’oeil di George Bataille, 1947. Il passo in cui, durante l’orgasmo, Simone strangola a morte il sacerdote Marcelle e, strappatogli un occhio, se lo infila nella vagina, mentre continua il rapporto sessuale col narratore.

 

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Valie Export, Action Pants: Genital Panic in Public Space, 1969.

 

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Hans Rudolf Giger, Passage, 1971.

 

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Pink Floyd, The Wall, Don’t leave me now, 1979.

 

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Georges Bataille, Storia dell’occhio, prima edizione, 1980.

 

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Donna J. Haraway, “Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo” (1985). “Technology is not neutral. We’re inside of what we make, and it’s inside of us. We’re living in a world of connections — and it matters which ones get made and unmade. […] Grammar is politics by other means. […] From this point of view, science – the real game in town – is rhetoric, a series of efforts to persuade relevant social actors that one’s manufactured knowledge is a route to a desired form of very objective power. […] The cyborg is a creature in a post-gender world; it has no truck with bisexuality, pre-oedipal symbiosis, unalienated labour, or other seductions to organic wholeness through a final appropriation of all the powers of the parts into a higher unity.”

 

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1997: Documenta 10 a Kassel in Germania, il First Cyberfeminist International alla fine del quale viene prodotto il manifesto in «10 Antitesi» sul significato del movimento. L’incontro fu organizzato da Cornelia Sollfrank, artista e intellettuale tedesca, una delle fondatrici della net art e attivista del Chaos Computer Club di Berlino. Fikafutura: supplemento di Decoder della Shake edizioni, dichiaratamente cyberfemminista e con particolare vocazione antimaterna, titolo giocato direttamente in conflitto con quello del settimanale Donna Moderna e con tutto il perbenismo borghese dei «femminili» che ancora cercano di ammansirci di stereotipi graditi al patriarcato. Nei due numeri usciti la redazione di Cromosoma X raccoglie tutto il meglio del cyberfemminismo internazionale, tra cui la stessa Sadie Plant, e lo mescola ad alcune voci della scena underground nostrana.

 

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Harold Ramis, Un boss sotto stress (Analyze That), 2002. Paul Vitti (Robert De Niro), in una delle macchie del test di Rorschach, dice di vedere una vagina dentata.

 

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Mitchell Lichtenstein, Denti (Teeth), 2007.

 

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Deborah de Robertis, Miroir de l’Origine, performance, 2016.

 

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Altri percorsi

 

corpi.blog
a work, in progress

Il corpo senza organi – Orlan

Il corpo tagliato – Mary Richardson

Il corpo post/organico
Marta De Menezes
Jana Sterbak

Il corpo epidermico – Ariana Page Russell

 

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Cyberfemminismo e controcultura
Un attacco incendiario alle illusioni umane
di immunità e integrità. 24 giugno 2021.
Collettivo Ippolita Dalla prefazione di Zero, uno.
Donne digitali e tecnocultura di Sadie Plant.

“Il cyberfemminismo ha avuto a che fare più con l’arte che con la tecnica in senso stretto. Le sue esponenti principali sono state teoriche e artiste anche molto diverse le une dalla altre, citiamone solo alcune per dare un’idea dell’estensione disciplinare del movimento: le australiane VNS Matrix «il clitoride è una linea diretta per la matrice», ispirate direttamente dalla Haraway; la francese Orlan che si è dedicata interamente alla bodyart, la scrittrice di romanzi cyberpunk Pat Cadigan; qualcuna annovera tra le prime anche la cantante Diamanda Galas, e noi siamo d’accordo. La cultura hacker da cui veniamo sostiene che è possibile fare hacking con qualsiasi cosa, non necessariamente con le macchine e i codici informatici, il punto è decostruire e ricostruire un oggetto cambiando le regole con cui era stato progettato, cioè fargli fare qualcosa di completamente diverso e inaspettato. In questo senso un esempio straordinario di hacking è proprio il lavoro di Diamanda Galas che usa la sua voce come un sintetizzatore in grado di controllare con precisione le onde sonore.” Prosegui qui la lettura dell’articolo.

 

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