Panchine Piccolissime Project.
Accomodatevi.
Installazione diffusa, 2024.
Michele Dierre, Andrea Roccioletti
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In coda a questo articolo, la mappa
con le Panchine Piccolissime già ritrovate.
Le panchine non sono sempre esistite. Inventate nei primi anni del ‘700, presenti solo nei giardini dei palazzi nobiliari, raccontano di un uso sociale esclusivo dello spazio e del tempo: i nobili possono passeggiare sedersi riposare contemplare parlare tra di loro; viceversa non ci sono panchine negli spazi pubblici fuori dalle mura dei palazzi, tantomeno lungo i campi luoghi di lavoro per i contadini. Deve trascorrere un altro secolo prima che compaiano panchine lungo i viali e nelle piazze, usate dai borghesi delle città ottocentesche per le loro passeggiate sociali (antesignani sfoggi di costruzioni d’ego in album fotografici su social media). Oggi sempre più spesso vengono installate panchine escludenti e marginalizzanti, panchine dell’architettura ostile, quelle che impediscono alle/ai clochard di distendersi trovare riparo dormire. Altrove intanto in luoghi ameni fuori dalle città nelle campagne in collina in montagna vengono installate panchine giganti, radiofari turistici, pozzi gravitazionali selfotografici. Panchine escludenti, panchine esclusive, panchine espositive. Allora abbiamo pensato installato panchine piccolissime, che escludono che includono tutte e tutti: in una impossibilità d’uso; in una riflessione su paesaggio e intervento; in una domanda rispetto all’umana e culturale percezione dei dettagli.
Panchine piccolissime. Piccolissime: superlativo assoluto, performance installazione assoluta da ab solutum, libera da vincoli; non vogliamo soldi dalla pubblica amministrazione dai bandi dai finanziamenti alla creatività cultura turismo; ma se avessimo voluto soldi, ne avremmo voluti tanti, li avremmo voluti tutti, tutti fino alla bancarotta delle banche, al fallimento dell’economia di Stato, fino al crollo del sistema monetario mondiale; e di tutti quei soldi ne avremmo fatto un enorme cumulo, attorno al quale in cerchio avremmo danzato con le torce dandogli fuoco che la notte risplenda e riveli tutte le violenze del capitalismo mimetico.
Performance e installazione libera da qualsiasi vincolo di ragione oppure scopo, causa ed effetto, aspettative attese pretese, permessi approvazioni benestare: per bene stare noi togliamo dal conto tutta l’energia necessaria per esser benedetti dal potere religioso politico e bene detti dalla critica d’arte; aspettiamo anzi con curiosità se e quale mano le rimuoverà in nome di che cosa, indebita occupazione di spazio pubblico, in debito ci occupiamo di azione nell’ospizio pubblico.
Panchine piccolissime: superlativo assoluto, grado di comparazione grammaticale, comparate alle panchine normali sono piccolissime, alle panchine giganti del Big Bench Project di Chris Bangle sono ancora più piccolissime e qui siamo oltre la grammatica, la drammatica, la pragmatica, l’appariscenza, la scienza dell’apparire studiata a tavolino, i comitati le giunte comunali le pro loco le delibere le rotonde di provincia come cerchi d’evocazione di orribili opere direttamente dall’ottavo girone infernale, quello dei fraudolenti.
Questa coazione psichiatrica alla presenza che nel visibile ostentato si afferma, ma già rafferma come idea; avessimo voluto, avremmo potuto costruire panchine ancora più piccole, in laboratorio di fisica atomica far panchine grandi una manciata di atomi, da trattenere il fiato che basta un respiro per farle volare via. Non cerchiamo il paragone: dal greco antico παρακονάω sfregare contro, affilare, saggiare l’oro, sulla pietra di paragone o con altro metodo. Non cerchiamo un’identità nel conflitto ruvido, abrasivo, nel paragone che serve al gioco duale delle definizioni. Altresì ci stupimmo che nessuno ci avesse ancora pensato, e pensammo allora noi che quell’estremo eremo ancora disabitato fosse da tentare, sentiero da percorrere sentimento da discorrere.
Panchine piccolissime. Piccolissime: superlativo assoluto, grado di comparazione grammaticale, per il quale si spinge all’estremo il valore dell’aggettivo o dell’avverbio. Sulle panchine piccolissime non ci si può sedere: togliamo di mezzo l’ipocrisia del valore comunque d’uso che stampella (in) certe opere d’arte; il soft design è il catalogo Postalmarket di chi ha pudori nei confronti della pornarte contemporanea. Sulle panchine piccolissime non ci si può fotografare, hackeriamo il setting tipico della fotobella su panchina con panorama logoro stanco d’esser correlativo oggettivo di un sentire mai davvero provato, già finalizzato alla socialpubblicazione metti un like lascia un commento.
Le panchine piccolissime non occupano spazio nel paesaggio eppure (e proprio per questo) ci sono, come ci sono molte, molte altre cose che sfuggono al nostro strumento per appropriarcene, la macchina riassuntiva fotografica. Le panchine piccolissime sono lì, sia per chi sa che ci sono che per chi non sa che ci sono; non hanno bisogno dell’antroposguardo vampirapprovante per essere d’arte a se stesse. Le panchine piccolissime sono aggettivo fantaetimologico, non da aggettivo ad-jectum nome aggiunto, bensì da ob-jectum, che si getta davanti, più avanti, verso l’estremo appena visibile; e se visto, è per caso per percezione selettiva aguzzando lo sguardo, aguzzo appuntito sguardo sul punto; punto di intersezione tra il caso di averla trovata, la panchina piccolissima, e ciò che segretamente dirige a nostra insaputa il nostro sguardo, e lo domina.
Per tutti gli scatti, nostri e delle persone
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