Performance pubblica.
Tutti i nomi.
Lettura di nomi e cognomi, senza interruzioni
per 6 ore e 30 minuti, da vecchi elenchi telefonici.
Andrea Roccioletti.
Voce, corpo, elenchi telefonici.
Carta, sasso, forbici. Cornici.
25 gennaio 2025, dalle ore 16:00 alle ore 00:00.
Trama, via Mazzini 44, Torino. Ingresso libero.
Notacritica, ex post e/o ex ante,
ovvero perché faccio questa cosa.
C’è stato un tempo in cui (quasi c’era una volta, once upon a time, tradotto una parola alla volta, una volta / su un tempo), una volta all’anno, venivano con segnati in ogni casa (e in ogni cabina pubblica) gli elenchi telefonici della città – elenco dal greco antico ἔλεγχος dimostrazione, prova, confutazione. Conoscendo [nome] e [cognome] – parentesi quadre, array nel linguaggio di programmazione C: una raccolta di oggetti o elementi – di una persona si poteva: trovare, comporre il numero, chiamare, dialogare. Ogni persona (ogni abitazione) era abbinata ad un numero di telefono: prefisso specifico della località + sequenza casuale univoca (equivoca nel caso di omonimie) di numeri. Per telefonare alla moglie, alla figlia o al figlio di qualcuno: dovevi passare per il numero di telefono dell’intestatario del contratto telefonico, solitamente del marito o del padre; ci si telefonava da casa a casa; salvo le comunicazioni da cabina telefonica: urgenti, oppure da non far udire alle persone con cui si condivideva l’appartamento.
La telecomunicazione vocale era legata a filo doppio (ciascun lato del filo era ancorato) ad un luogo specifico – a differenza di quello che accade oggi con i cellulari – e con il con dividere questo luogo con la propria famiglia. Si aveva la proprietà di un apparecchio telefonico (oppure il comodato d’uso), era parte del compendio dei beni della casa, un possesso di chi deteneva il potere economico in quella famiglia: chi pagava la bolletta ogni mese. Maggiore la distanza dell’apparecchio telefonico della persona che si chiamava, maggiore il costo delle chiamate: urbane, interurbane, internazionali, intercontinentali.
L’elenco (lista, catalogo, inventario) telefonico, l’elenco dei nomi, di tutti i nomi; l’omonimo romanzo di José Saramago: un impiegato presso la Conservatoria Generale dell’Anagrafe ha come svago quello di collezionare notizie, ritagliate dai giornali, di persone famose. Una notte decide di verificare quei dati negli archivi polverosi e vastissimi della Conservatoria (per non perdersi lega un filo alla sua caviglia, Arianna di se stesso in un labirinto senza Minotauro), ma tra le pratiche si intrufola la scheda di una donna sconosciuta, che diventa lo scopo della sua ricerca. Da quel momento la vita del protagonista cambia, lascia la sua collezione di nomi famosi per cercare una persona sconosciuta.
Oggi, tutti i nomi (di quei pochi elenchi telefonici che si sono salvati dal/nel tempo) appartengono a persone sconosciute – apparte quelle con le quali condividiamo cognome discendenza – parte di esse probabilmente non è più in vita; di loro non sappiamo non sapremo nulla: il loro aspetto fisico, quali che siano state le loro passioni e il loro lavoro, le ferite e i desideri, le scelte e i rimpianti. Restano lunghe liste di numeri telefonici, e nomi: come gusci vuoti, che un tempo hanno con tenuto de finito corpi più o meno longevi, storie più o meno fortunate; nomi dati alla nascita, dati sulla carta di identità, identità apposte sulle lapidi. Internet non esisteva ancora, la privacy era la porta chiusa di casa; e la feritoia telefonica era la strada percorribile dalla voce, per raggiungere parlare ascoltare in caso di necessità a distanza. Si scrivevano lettere, alle volte, ma non messaggi su whatsapp telegram oppure sui social; nella rarefazione della comunicazione privata a distanza (tele-fono, suono a distanza) ri suonava solo la φωνή, il suono della voce.
Ed è proprio la φωνή, il suono di [una] voce umana, che nell’Iliade restituisce l’umanità a Filottete, divenuto selvatico perché abbandonato (a causa della sua ferita purulenta e dei suoi lamenti) su un’isola deserta dai Greci in viaggio verso Troia. Neottolemo e Ulisse tornano da Filottete, vogliono (prendere con l’inganno) il suo arco e le sue frecce (dono di Eracle), sono necessari per poter conquistare Troia, si ri presentano a lui nonostante
“[…] il fetido odore della piaga al piede, che disturba pesantemente le narici dei Greci. L’odore del dolore, poco se ne conosce. L’odore del miserabile, del malato, del povero. L’odore della stanchezza, della miseria, della paura. L’odore del reietto e dell’oppresso. Poco di questo si parla, ma è bene ricordare che i discorsi razzisti insistevano e insistono anche sul cattivo odore dei neri, degli schiavi, dei migranti, o anche dei meridionali degli anni ’50.” – Francesca Rigotti, sul libro di Enrico Testa, Filottete: rubare l’anima; Doppiozero 2021.
(il numero di telefono che ci dà appartamento) il suono della voce che ci dà appartenenza: al genere umano, e allo stesso tempo (ci) identifica (come) la persona, la voce che è la persona, la voce unica distinguibile ri conoscibile: è il vero enigma – sempre frainteso – che la Sfinge pone a Edipo: “chi è che, avendo una e la stessa voce, si trasforma in quadrupede, bipede, tripede?”
Una e la stessa voce, a elencare articolare nomi cognomi di persone che non sono più, con le quali condividiamo – pur non conoscendole – le stesse diverse condizioni (con onde e azioni), miserie e dolori, gioie e riuscite, stanchezze e slanci. Corpi con la crocedelizia di un nome. Con tutti i nomi, pronunciati ad uno ad uno, come un mantra, come un memoriale ma senza ricordi e senza ragioni, testimonianza senza testimoni di alcunché di grandioso o riprovevole, un appello a cui nessuno risponderà, eppure al quale tutte e tutti corrispondiamo.
Il mio numero di telefono di casa è 011-6598493.
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