Gioia.

Gioia.
Esegesi di una distanza abitabile.

[passa in Francia da joie
arriva dal latino gaudium
legato al verbo godere]

Esiste una disciplina che non viene insegnata in nessuna università, benché sia praticata spontaneamente prima dei cinque anni, e qualche volta da persone anziane particolarmente fortunate, oppure presenti a se stesse. Si chiama gioiologia comparata: studia la comparsa improvvisa della gioia, nei punti in cui il mondo smette per un istante di essere soltanto utile.

La felicità è una faccenda diversa. Ama i sostantivi: successo, traguardo, equilibrio, sicurezza, soddisfazione. Ha bisogno di poter essere raccontata, si lascia fotografare, accetta perfino le classifiche. La gioia preferisce i verbi: accadere, incontrare, respirare, danzare, ridere. La felicità tende per sua natura a stabilizzarsi; la gioia destabilizza. La felicità rassicura l’identità; la gioia la attraversa e la sconvolge.

La felicità può diventare un progetto, la gioia rimane un evento. La patafisica — scienza rigorosa delle eccezioni che ancora non sanno di esserlo — sostiene che la gioia sia una particella subatomica, prodotta ogni volta che due presenze rinunciano, anche solo per pochi secondi, a difendersi. Non compare dentro i corpi, bensì tra di essi: è una proprietà dello spazio che li separa, oppure che li avvicina.

Per questa ragione nessuna persona riesce a produrla da sola. Può prepararle il terreno, come si appronta una stanza per l’arrivo di un’altra persona. Ma la gioia possiede un carattere meteorologico: si manifesta quando le condizioni sono favorevoli, non quando viene comandata.

Il corpo la conosce molto prima della mente, che domanda continuamente “perché sono felice?” oppure “perché non lo sono?” Il corpo pone una domanda diversa: “c’è abbastanza spazio perché io possa espandermi oltre il confine della pelle?”. Ogni gioia è una piccola estensione: le spalle si rilassano, la mandibola smette di trattenere il mondo, le mani dimenticano di essere strumenti e ritornano a essere ali, il respiro rinuncia a chiedere permesso. Anche il tempo, per qualche istante, perde l’abitudine di correre scorrere.

Forse recuperare la gioia significa innanzitutto restituire al corpo il diritto di occupare il proprio volume, senza doversi continuamente giustificare, mentre ci troviamo a vivere, invece, in un’epoca che misura tutto, tranne la distanza necessaria affinché una relazione (con sé con le altre persone) possa respirare. Troppo vicinə per ascoltarci, troppo lontanə per sfiorarci: la gioia abita quella misura che non compare nei metri, è una distanza elastica, una geometria affettiva. Lo spazio sufficiente perché l’alta persona non diventi un ostacolo, ma nemmeno uno specchio, bensì una presenza.

Le città, forse, dovrebbero essere progettate secondo l’indice di gioiabilità, anziché quello di redditività. Più piazze inutili, più panchine rivolte verso il tramonto, più alberi che interrompano le conversazioni con il fruscio delle foglie, più luoghi dove il corpo possa sostare senza consumare. Perché la gioia non è produttiva, è generativa: porta a relazioni invece che a risultati, fiducia invece che controllo, memoria invece che archivio.

Esiste poi una forma rarissima di gioia: quella condivisa. Non è la somma di due gioie individuali: è un fenomeno nuovo, come l’acqua che non assomiglia né all’idrogeno né all’ossigeno. Accade quando una persona ride e il nostro corpo, prima ancora della nostra volontà, decide di seguirlo; quando un passo trova spontaneamente il ritmo di un altro passo; quando una conversazione dimentica di voler arrivare da qualche parte; quando il silenzio smette di essere un imbarazzo e diventa un luogo abitato da due persone.

Forse abbiamo dedicato troppo tempo a cercare la felicità, e troppo poco a costruire le condizioni della gioia, in fondo sorprendentemente semplici: un corpo che possa respirare, un tempo che non venga immediatamente venduto, uno spazio abbastanza libero perché due presenze possano modificarsi reciprocamente senza invadersi, una relazione in cui non sia necessario vincere. La gioia non è un’emozione: è una forma di ospitalità: è il modo il luogo in cui un corpo accoglie il mondo senza cercare di possederlo, e il luogo il modo in cui il mondo, qualche volta, risponde.

Forse l’etimologia più segreta di gioia è anche la più improbabile: lo spazio in cui una persona non coincide completamente con sé stessa e, proprio per questo, diventa finalmente incontrabile.

fra-intendendo, eppure è una cosa preziosa: