Impossivery.

Impossivery.
Dispositivo per consegne a domicilio:
piattaforma di acquisizione degli ordini,
stampante fiscale, scontrini.

Installazione partecipativa,
arthacking ∩ semantico ∩ sociale ∩ culturale

Da remoto, le persone partecipanti
possono ordinare ciò che non è ordinabile
(numerabile quantificabile materiabile):
comprensione, amore, ascolto, compassione, dialogo, amicizia…
oppure inviare l’ordine ad altra persona.

#delivery #consegne #glovo #ordine #domicilio

Francesco Seren Rosso, Andrea Roccioletti

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L’ultimo miglio del desiderio
Appunti per una critica della consegna impossibile

E’ un gesto immediato e semplice alla base di questa installazione performativa e partecipativa: un dispositivo progettato per la circolazione degli ordini e delle merci, un terminale per abbreviare la distanza tra un bisogno e la sua soddisfazione, e la sovversione della sua grammatica. Non più cibo, oggetti, prodotti disponibili a catalogo, bensì ciò che sfugge alla logica della distribuzione: dialogo, ascolto, amore, comprensione, vicinanza, sostegno, fisicità.

L’arthacking non è soltanto intervento tecnico sul dispositivo, ma soprattutto sabotaggio semantico. La componente hardware continua a funzionare, la sua estetica resta quella rassicurante della transazione commerciale controllata sicura precisa numerabile, l’atto dell’ordinazione resta identico: richiesta, conferma, stampa. Ma ciò che viene immesso nel circuito è un elemento incompatibile con la macchina stessa, un cortocircuito poetico e politico: il dispositivo della consegna incontra affronta ciò che non può essere consegnato.

Lo scontrino diventa residuo archeologico di un incontro mancato: un piccolo documento cartaceo che certifica un ordine impossibile, un frammento di burocrazia del desiderio. La carta termica, normalmente destinata a testimoniare il passaggio di una merce, diventa supporto di una domanda antropologica: se e quanto e come siamo dispostə a trattare anche i nostri bisogni più profondi come servizi acquistabili; che cosa accade quando chiediamo alla macchina di distribuire ciò che, per sua natura, necessita di tempo, reciprocità, vulnerabilità.

L’opera nasce e si sviluppa all’interno di una contraddizione profondamente contemporanea: viviamo (siamo? abbiamo?) in una società nella quale quasi tutto può essere richiesto, tracciato, valutato, recensito, consegnato: numerato. Il capitalismo digitale e vettoriale ha intrappolato il desiderio in interfaccia: il gesto della mano sullo schermo è diventato una forma di relazione mediata, una promessa di immediatezza; le piattaforme non vendono soltanto prodotti, ma anche l’idea che ogni mancanza possa essere colmata attraverso un algoritmo – manipolabile e manipolato, proficuo e profilante.

Il cibo arriva in trenta minuti, un oggetto può essere consegnato il giorno dopo, una piattaforma (ma non è piatta: è paludosa collosa) può suggerire partner compatibili, un sistema può prevedere ciò che desideriamo prima ancora che lo manifestiamo / oppure inocularci un bisogno e proporci la sua soddisfazione. Portiamo allora questa (il)logica fino al limite: e se chiedessimo al dispositivo (interfaccia, piattaforma, app) di consegnarci ciò che non può essere ridotto a una prestazione quantificabile? e se il bisogno non fosse più nutrire il corpo, ma ottenere riconoscimento, attenzione, cura? L’opera si artiva, e agisce esattamente in questo punto di frizione.

L’installazione partecipativa non rifiuta il tecnologico, non assume una posizione nostalgica contro il digitale, al contrario: accede accende innesca il dispositivo dal suo interno, ne comprende il linguaggio, ne porta alla luce l’inconscio tecnologico incorporato, lo sovverte lo forza lo piega. È hacking culturale e guerriglia semiotica: rendere instabile il sistema, farne percepire le strutture interne, modificarne temporaneamente il significato, inserire un errore capace di rivelare il funzionamento interno del dispositivo.

L’hackeraggio del POS non si limita ad aprire una porta nascosta nella macchina: produce una crepa nell’immaginario. La piattaforma arthackerata non è solo strumento tecnologico disfunzionante, bensì modello antropologico sotto indagine in riconsiderazione: ci [dis]educa alla disponibilità permanente, alla risposta immediata, alla riduzione dell’attesa, all’offerta, alla convenienza. Il desiderio vive nello spazio opposto: nella distanza difficile da misurare mille volte percorsa avanti e indietro con la mente, nell’incertezza del risultato, nell’incontro imprevisto imprevedibile, nell’umano e non nell’aziendale. L’opera dunque dis-opera in un paradosso: la consegna più urgente è quella che non può essere consegnata.

Il rider impossibile di questa installazione non trasporta un pacco, bensì una domanda. Non arriva a domicilio con qualcosa da lasciare, ma veicola l’assenza di ciò che dovrebbe portare / e porta via qualcosa: la certezza del risultato, la soddisfazione che si può comprare. Il percorso logistico si trasforma in percorso filosofico: quale il luogo in cui arriva un sentimento? quale il suo indirizzo? quale codice postale ha una carezza? quale tempo di consegna ha una conversazione autentica?

L’installazione sollecita anche una riflessione sul lavoro e sull’economia della cura: le piattaforme di consegna hanno trasformato il tempo umano in risorsa misurabile. Ogni fase del processo viene ottimizzata: preparazione, spostamento, attesa, valutazione. Il corpo che lavora diventa estensione dell’algoritmo e periferica misurata, il gesto umano viene recluso de-tenuto dentro una linea di produzione. L’opera prende questa catena di montaggio e la spezza e la smonta e la riporta verso il corpo: e la smisura, la dismisura.

Se il cibo può viaggiare, se un oggetto può attraversare una città, se una merce può essere monitorata in ogni suo passaggio, possiamo fare altrettanto con un bisogno affettivo? La domanda è volutamente provocatoria, e proprio per questo rivela: la nostra economia ha imparato a muovere oggetti molto meglio di quanto abbia imparato a prendersi cura delle persone; in questo senso, l’ordine impossibile diventa atto politico, non perché propone una soluzione, bensì perché rende visibile una mancanza, frustrante un’impossibilità, bruciante una contraddizione, esposta una ferita.

L’opera appartiene alle pratiche artistiche che questionano il corpo e la partecipazione come luoghi di produzione di senso: chi partecipa entra nel sistema operativo dell’installazione. Può effettuare un ordine, ricevere uno scontrino, produrre una traccia. L’opera esiste attraverso un gesto individuale ma condiviso, un’azione minima che travalica la soglia tra realtà e finzione. È lavoro partecipativo: chiede una presenza a distanza ma concreta, mette in discussione il significato stesso del partecipare.

Nell’economia delle piattaforme, “partecipare” significa sempre fornire dati, alimentare sistemi, migliorare algoritmi: nutrire il desiderio della macchina, mentre si soddisfa il proprio. La partecipazione diventa forma invisibile di lavoro gratuito: ogni clic, recensione, preferenza contribuisce al funzionamento dispotico del dispositivo. Qui invece la partecipazione produce deviazione: la persona che effettua l’ordine non migliora il sistema, lo disturba, lo perturba, lo rende inefficace, instabile, contraddittorio. Non alimenta l’algoritmo: lo costringe a confrontarsi con ciò che non può elaborare, digerire, metabolizzare.

Lo scontrino diventa documento di resistenza minima, ricevuta di ciò che non si è ricevuto, e non può essere contabilizzato. La dimensione remota dell’opera amplifica ulteriormente questa tensione: l’installazione vive anche a distanza, h24 sette giorni su sette, ed è raggiungibile attivabile da ogni luogo. La relazione contemporanea è spesso costruita attraverso assenze organizzate, schermi schemi che promettono vicinanza, ma mantengono anzi rafforzano la separazione. Ordinare amore attraverso un terminale significa mettere in scena la condizione paradossale dell’essere contemporaneə: siamo costantemente connessə e allo stesso tempo attraversatə dalle solitudini nostre e altrui.

La tecnologia promette prossimità, ma spesso produce solo contiguità: ci mette nelle vicinanze delle informazioni, delle immagini, delle possibilità, ma non accanto ad altri corpi, non genera lo spazio necessario per il contatto. Il corpo, in questa opera, ritorna come elemento irriducibile: non è il destinatario finale della consegna, è ciò che la macchina non riesce a contenere. Il corpo eccede sempre, non si lascia etichettare numerare contare soppesare valutare identificare: ed è proprio questa eccedenza a diventare spazio artistico e politico. L’installazione non chiede se sia possibile automatizzare l’amore, domanda piuttosto cosa perdiamo quando immaginiamo che ogni esperienza umana debba / possa assumere la forma di un servizio contabile (in almeno due accezioni).

Ciò che viene stampato dal POS non è uno scontrino, bensì una piccola dichiarazione di fallimento: quello della macchina davanti alla complessità dei desideri, prima che il capitalismo se ne appropri e ne faccia benzina per il suo motore. Ed è un fallimento generativo: nel momento in cui il sistema non funziona, possiamo finalmente vedere il sistema. La carta continua a uscire, la stampante prosegue instancabile (già, lo stigma della stanchezza dei corpi), solo che, questa volta, non certifica una transazione: attesta una domanda senza risposta. Forse è proprio questa la consegna più importante: restituire ai desideri il diritto di non arrivare mai uguali mai puntuali.