Nel frattempo.
C’è un’espressione che la lingua adopera come stampella, e che invece dovrebbe essere considerata un ordigno. Nel frattempo: si pronuncia come si dice attendi, abbi pazienza, non è ancora il momento. Eppure sospetto che il frattempo non abbia nulla a che vedere (spartire) con il tempo. È un falso amico della cronologia, una parola infiltrata. Secondo una filologia che nessuna università avrà mai il coraggio di insegnare, frattempo deriva da fractus tempus: il tempo spezzato. E questa è ancora un’etimologia troppo prudente. La patafisica, che si occupa delle leggi che sgovernano le eccezioni, propone un’origine più convincente: fra non indica lo spazio tra due istanti, ma la parentela, il legame. Il frat-tempo sarebbe dunque il tempo dei fratelli delle sorelle delle persone alleate, di coloro che interrompono la continuità della storia per dare forma ad una complicità. Non il tempo che passa, dunque, ma quello che si passa di mano in mano.
Dicono che bisogna esserci – e io ci sono. Ma non è questo il punto, non è qui: è che altrove tutto il resto continua ad accadere. Mentre alzo lo striscione, una foresta cade. Mentre scandisco uno slogan, un algoritmo decide chi avrà un mutuo e chi una condanna silenziosa. Mentre corro per allontanarmi dai lacrimogeni, qualcuno firma un contratto che durerà trent’anni. Questa è la vera architettura del potere: non impedirmi di parlare, ma fare in modo che ogni mia parola cada sempre nel frattempo di qualcos’altro. Hanno costruito un mondo che produce continuamente un altrove più urgente del luogo in cui mi trovo. Così la mia presenza diventa assenza statistica. Eppure continuo a partecipare: non perché creda che oggi cambierà qualcosa, ma perché se smetto di occupare questo centimetro di strada, questo centimetro verrà immediatamente riempito e violentato dal loro silenzio.
Nel frattempo può apparire innocuo ai custodi dell’ordine: lo interpretano come una sala d’aspetto, ma non si accorgono che può diventare un laboratorio clandestino. Ad esempio, l’arte contemporanea – quando è viva – non produce oggetti, bensì frattempi; non promette il futuro, non è fedele al presente: apre una fenditura, dove le cose cessano di obbedire al proprio nome. Una sedia smette di essere un luogo dove sedersi, un muro dimentica di essere confine, una fotografia rinuncia a testimoniare e inizia a dare risposte a domande mai poste. Il museo stesso, nella sua versione migliore, non conserva opere: produce ritardi. È un dispositivo che rallenta la velocità del consenso, fino a renderlo visibile. Ci hanno educatə a pensare che le rivoluzioni appartengano al passato oppure al futuro: è pedagogia della dilazione. Nel frattempo, per il potere, significa: aspetta, cresci, preparati, sii ragionevole.
Mi è stato insegnato che l’efficacia è misurabile. Quante firme, quante presenze, quanti voti, quante visualizzazioni. Ma non si può misurare lo spostamento di un respiro, contare il momento preciso in cui una persona sconosciuta smette di sentirsi sola dentro una folla. L’attivismo fallisce ogni volta che pretende di assomigliare a una macchina efficace. Io non sono un’azienda, sono un’interferenza. Sono il rumore che entra nella registrazione perfetta del loro mondo. Non ottengo risultati, bensì incrinature. Non fermo il meccanismo della macchina, costringo un ingranaggio a non poter nascondere il suo attrito. E qualche volta basta un attrito a produrre una scintilla, ad illuminare per un istante il fatto che una macchina non è una legge di natura.
Nel frattempo non come intervallo, bensì come habitat. Lì accadono tutte le cose che il potere definisce premature oppure sconvenienti. Due sconosciutə si fidano, un corpo decide di non obbedire alla paura, una lingua inventa una parola che nessun dizionario riuscirà più a sfrattare, una persona divide il pane senza chiedere i documenti, un’altra nasconde una perseguitata, due donne ridono durante una parata militare, un bambino domanda perché il re sia nudo, una comunità preferisce la cura alla competizione. Sono tutti gesti (che sembrano) minuscoli perché avvengono nel frattempo: ma è proprio il frattempo il luogo (non più il tempo) dove la storia perde pressione. Ogni regime detesta il frattempo perché non riesce a misurarlo: i calendari amministrano gli anni, gli orologi distribuiscono i minuti, gli algoritmi contabilizzano le attenzioni. Nessuno strumento sa calcolare il tempo che due persone impiegano a (ri)conoscersi: e questa è già una forma di insubordinazione.
Sospetto che frattempo sia il vero nome dell’esilio contemporaneo. Viviamo sempre dentro il tempo di qualcos’altro: lavoriamo nel frattempo della vita, amiamo nel frattempo del lavoro, protestiamo nel frattempo delle decisioni già prese. Persino il futuro arriva sempre mentre siamo occupatə a rispondere a un messaggio. Hanno trasformato il presente in una sala di transito permanente. Per questo, manifestare non serve a interrompere il corso della storia: serve a fermare, per un istante, questa infinita distrazione, questa dislocazione, e a dire: guarda qui, adesso, prima che questo diventi un frattempo, prima che anche noi diventiamo il frattempo di qualcos’altro.
Penso spesso ai quadri che non finiscono mai di essere dipinti. Non perché chi li ha dipinti torni sulla tela, bensì perché chi li osserva continua il lavoro. Il frattempo è precisamente quella zona in cui l’opera cambia autrice autore. L’immagine smette di rappresentare presuntuosamente pretestuosamente, e comincia a contagiare. È qui che l’estetica incontra la politica: non quando persuade, ma quando rende impossibile tornare identiche identici all’immagine normata, quando fa coincidere con la propria sovversione continua.
Esiste allora una fenomenologia del frattempo. Ha una sua gravità: gli oggetti vi cadono dentro perdendo il peso dell’utilità. Una chiave apre una memoria invece di una porta, una lettera arriva prima di essere spedita, un bacio modifica la geografia più di un trattato. La patafisica spiega il fenomeno affermando che il frattempo è una regione dello spazio in cui le conseguenze precedono le cause: ci si ama e soltanto dopo si scoprono le ragioni; ci si ribella e solo anni più tardi si comprende quale ferita abbia parlato. Per questo diffido delle epoche che chiedono continuamente prestazioni e risultati: ogni programma è un futuro già amministrato. Il frattempo, invece, non prevede bensì ospita; non dirige, devia; non conquista il potere, gli sottrae lentamente il monopolio dell’immaginazione.
La loro vittoria non consiste nell’avere più denaro, più armi o più schermi: sta tutta nell’averci convintə che il presente sia sempre già accaduto. Arriviamo dappertutto in ritardo: alle guerre, ai ghiacciai, ai licenziamenti, ai naufragi, alle parole. Manifestiamo contro decisioni che hanno già cambiato il paesaggio, firmiamo petizioni per città che non esistono più. È questa la loro invenzione più perfetta: trasformare il mondo in un archivio consultabile, mentre continua a bruciare. Io non voglio più rincorrere il presente: voglio abitare il punto cieco dove il loro tempo smette di funzionare. Se questo significa essere fuori tempo (fuori luogo, irragionevole) allora fuori tempo è l’unico luogo ancora abitabile.
Mi piace pensare che anche l’amore appartenga a questa famiglia di anomalie. Lo descrivono come un sentimento, ma è un errore di categoria: l’amore è una tecnica di alterazione temporale. Due persone che si amano intrecciano un calendario incompatibile con quello ufficiale: le ricorrenze diventano irripetibili, gli anniversari ricordano il futuro, le attese si popolano di presenze. Persino il linguaggio cambia respirazione: si inizia a dire noi senza sapere quale ufficio grammaticale abbia autorizzato quel pronome. Forse è questo il motivo per cui ogni potere tenta, prima o poi, di normare l’amore: non teme la passione, bensì la sua capacità di produrre tempo indipendente. Ogni amore autentico, qualsiasi cosa voglia dire questa parola e in qualsiasi forma si declini oppure inclini, è una piccola zecca clandestina che conia minuti non convertibili nella moneta ufficiale del potere.
Allora vorrei proporti un uso diverso di questa espressione. Quando qualcuno dirà nel frattempo, non immaginare un’attesa, bensì una congiura: un giardino coltivato dentro una crepa del marciapiede, una biblioteca costruita con libri proibiti, una casa in cui nessuno domanda da dove vieni prima di apparecchiare la tavola.
Ci chiedono continuamente di essere realistici, ma il realismo è soltanto il nome elegante con cui il potere descrive se stesso. Realistico è accettare, realistico è adattarsi, realistico è imparare la lingua della sconfitta fino a chiamarla maturità. Io sospetto invece che la realtà sia infinitamente più vasta del realismo: comprende ciò che ancora non esiste, ciò che non è autorizzato, ciò che non produce profitto, ciò che non entra nei grafici. Per questo ogni gesto d’amore è una falsificazione dei bilanci, ogni atto gratuito altera le statistiche, ogni amicizia rende imprecise le previsioni. Noi non stiamo opponendo un’ideologia a un’altra: stiamo sabotando il principio stesso secondo cui il mondo dovrebbe essere prevedibile.
Forse il frattempo è l’unico tempo che meriti davvero questo nome, perché non appartiene né a chi vince né a chi perde, bensì a chi continua ostinatamente a produrre possibilità. E se un giorno dovessero domandarci dove sia cominciata la sovversione, credo che dovremmo rispondere con la precisione delle persone visionarie: non durante la battaglia, non dopo la vittoria. Nel frattempo.
Forse il frattempo non è un intervallo: è un territorio occupato. Viviamo da anni sotto occupazione temporale, hanno colonizzato il ritmo prima ancora dello spazio. Decidono quando dobbiamo avere fretta, quando dobbiamo indignarci, quando dobbiamo dimenticare, quando e quanto dobbiamo riposare. La prima insurrezione non sarà prendere un palazzo, sarà riprendersi un minuto. Un minuto intero. Un minuto non venduto, non tracciato, non monetizzato, non produttivo. Un minuto così denso da rendere impossibile ogni governo. Perché chi possiede il proprio tempo diventa improvvisamente ingovernabile. E ogni amore vero, ogni amicizia ostinata, ogni assemblea che continua oltre l’orario previsto è già la prova generale di questa ingovernabilità.
