Origine del mondo 3.0

Origine del mondo 3.0

Corpo, webcam, schermi, flusso di dati video, proiettore, riproduzione del dipinto di Gustave Courbet (1866). Installazione + performance, 2025.

L’intervenzione è stata proposta nell’ambito del Festival Incanti – Sex & Puppet, 32ma edizione dedicata al corpo, all’identità e alla parità di genere, alla sessualità, ai sensi e ai consensi.

La vagina della performer, da oggetto predato colonizzato dallo sguardo altrui, attraverso una webcam diventa soggetto osservante e consente alla performer un nuovo punto di cybervista.

ll flusso di dati video è inviato agli schermi, così che il pubblico che osserva si veda osservare, e ad un proiettore collocato in una sala adiacente; infine – con riferimento alle cronogalere lavorative del capitalismo vettoriale e dei corpi – ad una call nella quale sono presenti la performer, il dipinto di Gustave Courbet e chiunque abbia il link per partecipare.

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Origine del mondo 3.0 prende in prestito / pre-testo il dipinto di Gustave Courbet (L’Origine du monde, 1866), decostruendo e ricostruendo contenuto e forma: una webcam è posizionata nella vagina della performer che da lì, in tempo reale, può osservare e trasmettere il suo sguardo agli schermi, al proiettore, alla call. L’opera rovescia l’altrui sguardo voyeuristico, lo moltiplica lo rende difficile da maneggiare dunque manipolare, e lo restituisce alla performer, trasformando il corpo in un dispositivo di cybervisione. Sovverte il paradigma culturale, mutando l’oggetto della visione in soggetto attivo: non più osservata, ma osservatrice. Solleva interrogativi sul post-umano, il post-organico e il cyberfemminismo, in riferimento ai percorsi suggeriti da Donna Haraway, Cornelia Sollfrank, Sadie Plant, Valie Export, Orlan, Deborah de Robertis. Ricolloca il corpo al centro di una rete di dati e poteri, sfidando sorveglianza e censura, e ridefinisce l’identità corporea nel dibattito contemporaneo su biopolitica, tecnologie e genere.

La webcam nella vagina della performer e rivolta verso l’esterno non è solo un gesto provocatorio, ma l’attivazione di un nuovo sguardo: reale, incarnato, cibernetico, che rovescia il paradigma millenario del corpo femminile come oggetto di visione, di definizione, di controllo. L’opera non è una semplice rilettura di Gustave Courbet e del suo L’origine du monde, che per oltre un secolo è stato simbolo di uno sguardo maschile, anatomico, voyeuristico: è un sabotaggio. La performer non si espone per essere guardata, bensì per guardare: il suo corpo diventa sensore, dispositivo attivo. La webcam che cattura il flusso di dati video, gli schermi, il proiettore e la call che lo riproducono e lo moltiplicano hackerano l’interfaccia dell’esperienza contemporanea, portando la vagina fuori dallo spazio intimo e dentro la rete e il codice dati, anzi: la rendono (rendering) codice sorgente e sorgente di codice. C’è in questo gesto una riflessione politica profonda: chi controlla e detiene lo sguardo, detiene il potere.

Origine del mondo 3.0 ha innescato molti confronti interessanti con il pubblico. L’arte, se non vuole essere decorativa, indifferente se non connivente, deve essere politica, e specchio per chi la osserva (attivamente), per vedersi rivedersi scoprirsi nelle proprie sensazioni, reazioni, sollecitazioni. Questa performance, tra le altre cose e alle volte, (ci) è stata definita come asciutta, cruda, chirurgica, anche brutale. Consideriamo queste restituzioni un proficuo punto di partenza per conoscere e conoscerci, deostruire e decostruire. In un’epoca in cui il corpo è costantemente sorvegliato, soppesato, quantificato, mercificato e riprodotto, Origine del mondo 3.0 sceglie di dotarlo di una agency tecnologica e sociale sovversiva. La vagina non è più superficie, ma punto di vista a più dimensioni. Non più osservata asservita, ma osservazione azione. Ed è da lì — da quel punto oscuro e originario — che ci poniamo la domanda: cosa accade se è il corpo stesso a guardarci? In un mondo dove tutto è visto, tutto è registrato, questa performance suggerisce che lo sguardo può essere restituito. E, con esso, un frammento di libertà.


Alcuni scatti della precedente versione della performance, Origine del mondo 2.0, approntata prima in studio fotografico, poi in un appartamento accessibile al pubblico.


Cyberfemminismo e controcultura
Un attacco incendiario alle illusioni umane
di immunità e integrità. 24 giugno 2021.
Collettivo Ippolita Dalla prefazione di Zero, uno.
Donne digitali e tecnocultura di Sadie Plant.

“Il cyberfemminismo ha avuto a che fare più con l’arte che con la tecnica in senso stretto. Le sue esponenti principali sono state teoriche e artiste anche molto diverse le une dalla altre, citiamone solo alcune per dare un’idea dell’estensione disciplinare del movimento: le australiane VNS Matrix «il clitoride è una linea diretta per la matrice», ispirate direttamente dalla Haraway; la francese Orlan che si è dedicata interamente alla bodyart, la scrittrice di romanzi cyberpunk Pat Cadigan; qualcuna annovera tra le prime anche la cantante Diamanda Galas, e noi siamo d’accordo. La cultura hacker da cui veniamo sostiene che è possibile fare hacking con qualsiasi cosa, non necessariamente con le macchine e i codici informatici, il punto è decostruire e ricostruire un oggetto cambiando le regole con cui era stato progettato, cioè fargli fare qualcosa di completamente diverso e inaspettato. In questo senso un esempio straordinario di hacking è proprio il lavoro di Diamanda Galas che usa la sua voce come un sintetizzatore in grado di controllare con precisione le onde sonore.” Prosegui qui la lettura dell’articolo.


Referenze iconografiche.

  • Scultura in legno Māori della dea Hine-Nui-te-pō. Fotografia di Charles Augustus Lloyd, c.1880s-1912, Biblioteca Alexander Turnbull, Wellington, Nuova Zelanda. ”Quella che vedete è Hine-Nui, che lampeggia dove il cielo incontra la terra. Il suo corpo è come quello di una donna, ma le pupille dei suoi occhi sono di pietra verde e i suoi capelli sono di alghe. La sua bocca è quella di un barracuda, e nel luogo dove gli uomini entrano in lei ha denti affilati di ossidiana e pietra verde.” Dalla leggenda Māori di Māui e Hine-Nui-te-pō, dea della morte e custode degli inferi, citata da Antony Alpers, Miti Maori e leggende tribali, Pearson Education, Nuova Zelanda (1964).
  • Gustave Courbet, L’Origine du monde, 1866. Huile sur toile. H. 46,3 ; L. 55,4 cm. Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt. In merito a questo dipinto e alla sua modella, se ne parla in questo articolo di corpi.blog a work, in progress.
  • Hans Bellmer, illustrazione da Histoire de l’oeil di George Bataille, 1947. Il passo in cui, durante l’orgasmo, Simone strangola a morte il sacerdote Marcelle e, strappatogli un occhio, se lo infila nella vagina, mentre continua il rapporto sessuale col narratore.
  • Valie Export, Action Pants: Genital Panic in Public Space, 1969.
  • Georges Bataille, Storia dell’occhio, prima edizione, 1980.
  • Donna J. Haraway, “Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo” (1985). “Technology is not neutral. We’re inside of what we make, and it’s inside of us. We’re living in a world of connections — and it matters which ones get made and unmade. […] Grammar is politics by other means. […] From this point of view, science – the real game in town – is rhetoric, a series of efforts to persuade relevant social actors that one’s manufactured knowledge is a route to a desired form of very objective power. […] The cyborg is a creature in a post-gender world; it has no truck with bisexuality, pre-oedipal symbiosis, unalienated labour, or other seductions to organic wholeness through a final appropriation of all the powers of the parts into a higher unity.”
  • 1997: Documenta 10 a Kassel in Germania, il First Cyberfeminist International alla fine del quale viene prodotto il manifesto in «10 Antitesi» sul significato del movimento. L’incontro fu organizzato da Cornelia Sollfrank, artista e intellettuale tedesca, una delle fondatrici della net art e attivista del Chaos Computer Club di Berlino. Fikafutura: supplemento di Decoder della Shake edizioni, dichiaratamente cyberfemminista e con particolare vocazione antimaterna, titolo giocato direttamente in conflitto con quello del settimanale Donna Moderna e con tutto il perbenismo borghese dei «femminili» che ancora cercano di ammansirci di stereotipi graditi al patriarcato. Nei due numeri usciti la redazione di Cromosoma X raccoglie tutto il meglio del cyberfemminismo internazionale, tra cui la stessa Sadie Plant, e lo mescola ad alcune voci della scena underground nostrana.
  • Mitchell Lichtenstein, Denti (Teeth), 2007.
  • Deborah de Robertis, Miroir de l’Origine, performance, 2016.