Point Nemo.
Un progetto mai andato in porto.
Entrato in possesso dei filmati di un intervento chirurgico subito un anno fa, e messi a disposizione dello Scollettivo Guerrilla Performing Tramanti per farne qualcosa di partecipartistico, nessuna delle ipotesi avanzate ci ha persuase a tal punto da metterla in atto. Restano appunti sparsi, e circumnavigazioni in danza di parole attorno al centro del discorso, sfiorato mai raggiunto. Resta: sgravarsi di un fardello / sobbarcarsi di una consapevolezza.
Special thanks: Rossella Ferrero ph.

Trigger warning: questo articolo contiene immagini e filmati di sangue, organi interni, strumenti chirurgici. Se questi argomenti ti sono disturbanti, non proseguire la lettura.
ho / sono / vedo (me) in due file: due video mpeg-4, da 15 minuti l’uno, per un totale di 3,58 gigabyte. E’ il mio – ne sono proprietario? – su di me intervento chirurgico di un anno fa. Vedo / sono il mio corpo: analogico ma digitale, umano ma post-umano, biologico ma medicalizzato, curato ma sviscerato, naturale ma ingegnerizzato, primordiale ma tecnologico, privato ma pubblico. E da tempo vorrei farne qualcosa, di questi filmati: (mi) mettono in mostra la materia viscerale [latino viscera, viscus; indoeuropeo wir (radice collegata al desiderio e alla carne) e *gʷer (ingoiare e voragine)]. Evitando di sprofondare nell’autoreferenziale, saper porgere questa sostanza profonda, abissale, che non vede mai luce dalla nascita alla morte, se non in alcuni casi: caso accidentale oppure causa intenzionale.


Apporre gli scatti su un documento di riconoscimento,
a cortocircuitare quella che chiamiamo identità?

Carnosità buia, ma che diventa fotografia cioè de-scritta con la luce di questi filmati, nella dischiusura di un confine: tra il fuori e il dentro. Trovare gli aggettivi per quel che si vede / mi vedo: materia biologica, calda, morbida, elastica, sanguigna, oscura, intricata, nascosta. E intervento: alla luce inter venire in vene arterie viscosità massa manipolata, recisa, afferrata, liberata. Mentre che viva, palpitante, fumante: il battito cardiaco in onde alterne, il sangue capillare tamponato dalle garze, i tessuti recisi dall’elettrobisturi. Renderla pubblica, disseppellirla, svelarla del velo della pelle, del manto immaginifico culturale. Così come essa (me) è. Come mi rappresenta, come allo sguardo mi presenta, mi esenta dalla volontà, dall’io che io lo voglia oppure no: comunque freme, secerne, vibra, si elastica e contrae, pulsa.


Proiettare i video / le immagini sul corpo del performer,
oppure su quello delle persone partecipanti?

Point Nemo: dal nome del capitano Nemo di Ventimila leghe sotto i mari, nemo nessuno: dichiarazione di distanza, di sottrazione al mondo. Attribuito a un punto della Terra, non è solo riferimento geografico: è metafora di solitudine, luogo che sembra appartenere più all’immaginazione che alla cartografia. E’ il polo dell’inaccessibilità oceanica, il punto più lontano da qualsiasi terra abitata: un centro di distanza assoluta. Si trova a circa 2.688 chilometri dall’Antartide, lungo una linea ideale che collega il Cile alla Nuova Zelanda. Transita più vicina ad esso la Stazione Spaziale Internazionale, tra i 300 e i 400 km di quota, di qualsiasi nave che attraversi i mari circostanti. Le sue coordinate sono 48° 52′ 32″ sud e 123° 23′ 33″ ovest: per la navigazione verso questo punto remoto distante da tutto, Ulysses di Joyce sui flussi di coscienza, di ritorno sui flutti Ulisse di Omero, Ulisse Οδυσσέας / Oů-tis Nessuno Punto Nemo in assonanze per ingannare ciclopi-ci mono-punti di vista.

Point Nemo è un cimitero cosmico: vecchi satelliti, navicelle ormai inutilizzabili e intere stazioni spaziali vengono fatte precipitare nelle profondità di questo punto dell’oceano, lontano dalle rotte umane, riducendo al minimo i pericoli legati alla caduta di detriti, senza rischi di incidenti per le persone. Nel punto dell’assenza e dell’irraggiungibilità, dal 1979 più di 300 strutture spaziali (tra le quali la stazione sovietica Mir, diverse stazioni Saliut, la stazione spaziale cinese Tiangong-1) hanno trovato la loro meta finale nei suoi abissi, dopo aver raggiunto distanze enormi. Simmetrie opposte: la Stazione Spaziale Internazionale in orbita sopra la superficie terrestre, le capsule automatiche che l’hanno rifornita sui fondali di Point Nemo, a 4000 metri di profondità. Così distante, così vicino (Wim Wenders, 1993: di angeli che precipitano nell’essere umane umani).


Far replicare l’intervento chirurgico al pubblico?
su orsetti di peluche? e che cosa metterci dentro?

Dal 1979 – dalla mia nascita – queste vene arterie organi tessuti fanno cose, (mi) agiscono a mia insaputa, sono la mia presenzesistenza biologica, processano digeriscono elaborano assorbono espellono sono me / sono io. Poterli / potermi osservare stra-volge gli equilibri gli equilibrismi dell’io rovescia la bilancia delle speculazioni dicotomiche ho un corpo / sono un corpo. Temperature, liquidi, consistenze, secrezioni, collosità: ho portato / porto / sono portato in viaggio (da) questi tessuti, sotto pochi millimetri di pelle solve et coagula questa carne, su di essa “dormiamo, vegliamo, combattiamo, vinciamo e siamo vinti, cerchiamo il nostro posto, conosciamo le nostre inaudite felicità e le nostre favolose cadute” [G. Deleuze F. Guattari, Millepiani, 1980]. E’ il grado zero della sé-descrizione, il Point Nemo di ogni selfie di ogni autoritratto, distante migliaia di chilometri dagli approdi sicuri alla terraferma del sé culturale, sociale, psicologico; il luogo più distante da qualsiasi intenzione di ogni immagine di sé, pensata rappresentata condivisa metti un like ricondividi.


Tracciare le sagome degli organi, sovraproiettandoli,
su fogli da consegnare al pubblico affinché li colori?

La migliore / più fedele rappresentazione di me, presente e assente, in anestesia totale in iperestesia sul tavolo operatorio. E’ sguardo crudo crudus non lavorato sul corpo, che (ci) si immagina si narra si costruisce sui libri di scuola nei disegni anatomici (nei film horror, nei reportage di guerra); qui invece è topografia scala 1:1, mappa precisa del sangue del suo giro vorticoso vorace voraginoso attorno al Point Nemo, e trascina verso la consapevolezza: dentro, sotto la pelle, sono così; sono io ma non sono io; questo è il me che non mi conosco. Qui dentro avvengono cose, che non comprendo ma che mi comprendono tutto insieme. Da questa materia sono parlato, nelle sensazioni nei malesseri nei benesseri quotidiani. La tua mano, quando mi hai accarezzato, li ha fatti muovere diversamente, questi organi, psiche e somatica; qui si incontrano si toccano si avvoltolano due universi: quanto di pensato sentito provato ha infuso diverso ritmo velocità intensità a questa carne, e quanto di questa carne ha infuso diverso ritmo velocità intensità ai miei pensieri sentimenti. Qui l’anima è la carne è l’anima è la carne, le bipartizioni platoniche si dissolvono, i dogmi cristianocazzolici si diluiscono dileguano nell’oceano del Point Nemo, il linguaggio vacilla, la vista è spietata, addio estetica non si vede terraferma all’orizzonte equidistante migliaia di chilometri.


Affiancare / sovrapporre al video dell’intervento un altro video
di ambienti esterni, paesaggi, folle e solitudini, a contrasto?

H. P. Lovecraft ha immaginato qualcosa di simile al Point Nemo – ma anni prima, nel 1926 – e ad esso molto vicino: alle coordinate 47° 9′ sud e 126° 43′ ovest ha collocato, letterariamente, la città sommersa di R’lyeh, dimora e prigione di Cthulhu, divinità primordiale tentacolare dalla pelle trasparente “attraverso la quale si vede l’interno osceno del suo corpo“; dormiente da eoni, in attesa di riemergere, entra in contatto con gli esseri umani attraverso i sogni, portando alla follia oppure ad improvvise epifanie cosmiche. Il vuoto geografico diventa anche vuoto simbolico: come soglia tra realtà e immaginazione, come tensione verso l’oltre, non rappresenta soltanto la massima distanza geografica dalla presenza umana, ma anche il limite oltre il quale l’immagine stessa stenta ad esistere. I personaggi di Lovecraft non trovano parole umane per descrivere la città di R’lyeh e Chtulhu; sono state scattate pochissime fotografie del Point Nemo.


Velocizzare il video, e/o: accostare testo scritto oppure letto,
a sostegno / contrapposizione? in merito a ciò che di immateriale
ha effetti sul dentro, di ciò che da dentro parla al fuori.

Scendere nelle profondità di Point Nemo – descrivere l’orrore cosmico di R’lyeh, tenere saldo lo sguardo sul perturbante delle profondità dei propri organi – documentarne i fondali con fotografie si è rivelato quasi impraticabile. Il risultato è un luogo reale, che però sfugge alla rappresentazione. Un territorio che nega l’immagine, e si definisce attraverso la propria invisibilità. Nel 2012 Tanel Tammet, ingegnere informatico estone, ha lanciato sul web il sito Sightsmap: basato sul crowdsourcing, nello specifico sulle immagini di luoghi pubblicate online e geolocalizzate, metteva in risalto come caldi i monumenti e le città più fotografate del pianeta; permetteva inoltre analisi dettagliate sui tag usati per descrivere le fotografie, e sulle modalità di scatto. Ad esempio, più della metà delle fotografie di luoghi famosi e molto frequentati sono sempre dalla stessa angolazione; per il Cristo Redentore di Rio la percentuale sale al 71%, per la Fontana di Trevi al 74%, il Monte Fuji al 77%, Machu Picchu all’85%.

Viviamo in un regime percettivo post-fotografico dove l’archivio delle immagini sembra potenzialmente infinito. Eppure, proprio dentro questa sovrabbondanza, emerge una verità meno evidente: mancano alcune immagini. Un tempo cercavamo nelle immagini rifugio, memoria, consolazione: gli album di famiglia, le cartoline postali dai luoghi visitati, gli scatti incorniciati a ricordare, le fototessere tenute nel portafoglio. Oggi ne siamo sotto assedio, talvolta sembrano soffocarci con la loro presenza continua. Per tale sragione, forse, questa visione destabilizzante dell’interno di sé affascina, induce un senso di estraniamento che – fino allo sconcerto, alla repulsione, all’horror vacui – abbatte la pressione che ogni immagine ben definita richiede e induce. Nelle zone d’ombra, ai margini, nei territori sottratti alla registrazione continua, l’imprevisto e l’opacità funzionano come forma di resistenza simbolica contro la cartografia totale del mondo, e contro il monitoraggio permanente che caratterizza la nostra epoca di ipervisibilità globale. Le immagini che non possediamo, e che continuiamo a cercare, sono luogo dove l’assenza non segna un limite definitivo, ma l’inizio di una nuova ricerca dello sguardo.


Proiettare il video, e nel frattempo chiedere al pubblico
di toccare / maneggiare qualcos’altro?

Uno sguardo dietro alle quinte della rappresentazione quotidiana di sé, bella liscia tirata a lucido da portare sul palco delle giornate pubbliche: non è il copione, le pretese della scrittura di scena, l’obbligo di sospensione dell’incredulità di fronte ai costumi rattoppati che vogliono farsi credere altro. Questa carne materica è proprio il foglio su cui, l’inchiostro con cui, il mio essere cosa (voce del verbo cosare) che io lo voglia o meno. E’ materia prima, il petrolio prima che la cultura lo raffini in (una forma) plastica, la natura che danza il suo canto gioioso e folle, Shiva pifferaio magico che conduce ogni forma di vita basata sul carbonio alla sua ossidazione finale. E’ il nadir, il punto più profondo, la tana il tempio delle divinità ctonie, il point nemo di me. In questi organi ogni orgasmo ogni nostalgia risuona e cammina e dorme e pasteggia e piroetta e saltella e cade e si rialza e si stanca e si attarda e ritorna e riparte e e e



A questo link i due video dell’intervento chirurgico.
Altri percorsi
#corpo #anatomia #chirurgia #arte #bodymodification
Orlan (nata Mireille Porte, 30 maggio 1947, Saint-Étienne, Francia) è un’artista francese di fama internazionale, pioniera della body art e fondatrice del concetto di arte carnale. È conosciuta per le sue performance radicali che utilizzano il corpo come materia plastica, linguaggio e campo di dibattito pubblico. La sua opera sfida i canoni di bellezza, identità e genere, unendo arte, scienza e tecnologia.
Petr Pavlensky (nato Pyotr Andreyevich Pavlensky l’8 marzo 1984 a Leningrado, oggi San Pietroburgo) è un artista performativo e attivista politico russo. È noto per azioni estreme di protesta che impiegano il proprio corpo come strumento di denuncia contro la repressione statale in Russia. Dal 2017 vive in Francia, dove ha ottenuto asilo politico.
Ron Athey (nato nel 1961 a Groton, Connecticut) è un artista performativo statunitense, figura centrale nello sviluppo della live art e del body art estremo. Attivo dagli anni Ottanta, è noto per le sue performance viscerali e rituali che esplorano religione, sessualità, dolore, HIV/AIDS e identità queer.
Stelarc (nato Stelios Arcadiou nel 1946 a Limassol, Cipro) è un artista performativo cipriota naturalizzato australiano, noto per le sue esplorazioni radicali del rapporto tra corpo umano e tecnologia. Figura di spicco della body art e della performance art, sostiene l’idea che “il corpo umano è obsoleto”, proponendo nuove “architetture anatomiche alternative”
Gina Pane (Biarritz, 1939 – Parigi, 1990) è stata un’artista franco-italiana, figura di primo piano della Body Art internazionale. Nelle sue performance, definite “azioni”, utilizzò il proprio corpo come linguaggio estetico, psicologico e spirituale, esplorando dolore, empatia e sacralità.
Franko B (Milan, 1960) è un artista visivo e performer italo-britannico, noto per le sue opere radicali di body art che indagano vulnerabilità, dolore, identità e bellezza. Attivo dalla fine degli anni ’80, è riconosciuto come una figura centrale dell’arte performativa contemporanea e vive e lavora a Londra.
Chris Burden (Boston, 11 aprile 1946 – Topanga Canyon, 10 maggio 2015) è stato un artista statunitense noto per le sue performance radicali degli anni Settanta e per le grandi installazioni scultoree realizzate in seguito. Figura di punta dell’arte concettuale americana, ha spinto i limiti fisici e psicologici dell’artista come soggetto e mezzo dell’opera.
Bob Flanagan (1952–1996) è stato un artista performativo, poeta e musicista statunitense, noto per aver esplorato il dolore fisico e la malattia come forme di espressione artistica. Affetto da fibrosi cistica, trasformò la propria sofferenza cronica in un mezzo per riflettere sui limiti del corpo e sulla resilienza umana.
Zhang Huan (nato il 3 gennaio 1965 ad Anyang, provincia di Henan, Cina) è un artista contemporaneo cinese noto per le sue performance fisicamente estreme e le sue monumentali sculture e installazioni. È considerato una figura chiave dell’avanguardia cinese degli anni Novanta e un importante interprete del dialogo tra corpo, spiritualità e memoria collettiva.
Marcel·lí Antúnez Roca (Moià, 1959) è un artista catalano noto per le sue performance meccatroniche e installazioni interattive che fondono corpo, tecnologia e teatro d’azione. Cofondatore di La Fura dels Baus, è una figura di spicco nell’arte elettronica internazionale e nella sperimentazione scenica contemporanea. Negli ultimi anni ha orientato il suo lavoro verso forme di arte collaborativa e ambientale.
Zhu Yu (朱昱, nato nel 1970 a Chengdu, Sichuan) è un artista contemporaneo cinese noto per le sue performance e opere concettuali provocatorie. Esplora i limiti morali, estetici e giuridici dell’arte, ponendo interrogativi radicali sul corpo umano, la religione e la censura in Cina.
Eduardo Kac (nato nel 1962 a Rio de Janeiro) è un artista brasiliano-americano pioniere del bioarte e della telepresenza. È celebre per opere che fondono arte, scienza e tecnologia, come il controverso progetto GFP Bunny(2000), che presentava un coniglio transgenico fluorescente. Le sue sperimentazioni hanno ridefinito il rapporto fra vita, linguaggio e media digitali.
Yang Zhichao (杨志超; nato nel 1963 a Lanzhou, provincia di Gansu) è un artista cinese di performance e body art. È noto per opere estreme che utilizzano il proprio corpo come mezzo per indagare identità, dolore e controllo sociale nella Cina contemporanea. La sua pratica è considerata tra le più radicali dell’arte performativa asiatica.
Art Orienté Objet è un duo artistico francese formato da Marion Laval-Jeantet (1964, Neuilly-sur-Seine) e Benoît Mangin (1962, Parigi), attivo dal 1991. Il loro lavoro fonde arte, scienza e filosofia, affrontando temi di ecologia, biotecnologia e comportamento umano attraverso performance e installazioni sperimentali.
Wafaa Bilal (nato nel 1966 a Najaf, Iraq) è un artista iracheno-statunitense conosciuto per le sue opere performative e interattive online che esplorano temi di politica globale, guerra e identità. Professore d’arte alla New York University Tisch School of the Arts, usa spesso il proprio corpo come mezzo per indagare la tensione tra il “comfort zone” statunitense e la “conflict zone” irachena.
Stuart Brisley (nato nel 1933 a Surrey, Regno Unito) è un artista britannico considerato il pioniere della performance art nel Regno Unito. La sua pratica, attiva dagli anni Sessanta, esplora temi di politica, corpo e società attraverso performance estreme, installazioni e opere multimediali. È noto per la sua influenza su generazioni successive di artisti britannici e per l’insegnamento presso la Slade School of Fine Art.
Kira O’Reilly (nata nel 1967) è un’artista e performer irlandese, attiva tra Helsinki e l’Irlanda. La sua pratica, dichiaratamente interdisciplinare, fonde arte visiva, performance, pratiche biotecnologiche e scrittura per esplorare concettualmente e materialmente il corpo e le sue relazioni con ecologie, tecnologie e specie non umane. È considerata una figura centrale nella live art europea contemporanea.
Julia Reodica è una bioartista, musicista e produttrice filippino-americana, conosciuta per la sua esplorazione dei confini tra arte, biologia e identità. Il suo lavoro unisce biotecnologia, performance e installazioni per riflettere su genere, corporeità e autonomia. È anche attiva nella scena teatrale e musicale indipendente di Portland, Oregon.
Tissue Culture & Art Project (TC&A): un collettivo di bioarte fondato nel 1996 a Perth (Australia) dagli artisti e ricercatori Oron Catts e Ionat Zurr. È tra i pionieri nell’uso delle biotecnologie come mezzo artistico, esplorando la vita coltivata in laboratorio e le implicazioni etiche ed estetiche della biologia contemporanea. Le loro opere sono state esposte in istituzioni come il Museum of Modern Art, Ars Electronica e la Gallery of Modern Art.
Patricia Piccinini (nata nel 1965 a Freetown, Sierra Leone) è un’artista australiana contemporanea nota per le sue sculture iperrealiste e installazioni che esplorano i confini tra naturale e artificiale. Le sue opere, spesso ibride tra umano, animale e macchina, invitano a riflettere su empatia, bioetica e tecnologia.
Gunther von Hagens (nato Gunther Gerhard Liebchen, 10 gennaio 1945) è un anatomista e imprenditore tedesco, inventore della plastinazione, un metodo per conservare tessuti biologici mediante polimeri. È celebre per aver creato le mostre Body Worlds, che espongono corpi umani e animali plastinati in pose educative e artistiche, viste da decine di milioni di persone nel mondo.
Damien Hirst è un artista contemporaneo britannico, figura di spicco del gruppo Young British Artists (YBA) emerso negli anni ’90. È noto per le sue opere provocatorie che esplorano temi di vita, morte e valore dell’arte nel mercato globale.
Jan Fabre (nato ad Anversa nel 1958) è un artista, regista teatrale e scrittore belga noto per la sua ricerca radicale tra arte visiva, performance e letteratura. È considerato una delle figure più versatili e provocatorie dell’arte contemporanea europea, capace di fondere scienza, estetica e teatralità in un linguaggio personale e trasgressivo.
Teresa Margolles (Culiacán, Sinaloa, 1963) è un’artista concettuale, fotografa e videoartista messicana. Formata in medicina forense, la sua pratica esplora la morte, la violenza e le disuguaglianze sociali, trasformando materiali provenienti da obitori in opere che riflettono la realtà sociale del Messico contemporaneo. È una delle voci più riconosciute dell’arte latinoamericana impegnata.
Andres Serrano (nato il 15 agosto 1950 a New York) è un fotografo e artista concettuale statunitense noto per le sue immagini provocatorie che esplorano temi religiosi, corporei e sociali. Divenne figura centrale delle “culture wars” americane degli anni ’80 per la controversa fotografia Piss Christ (1987).
Matthew Barney (nato il 25 marzo 1967 a San Francisco, California) è un artista e cineasta statunitense noto per le sue opere multimediali che fondono scultura, performance, disegno e film. È considerato una delle figure più influenti dell’arte contemporanea per la sua capacità di intrecciare mitologia, biologia e cultura pop in un linguaggio visivo unico e spesso provocatorio.
Passaporto, frame da video di intervento chirurgico.









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