Attenzione: work in progress. Se non vuoi spoiler, non proseguire la lettura. La pagina verrà aggiornata in seguito con tutti gli scatti della performance. In chiave condivisiva e decostruente rispetto ai modelli della megamacchina produttiva, la trovi comunque qui, se desideri sapere che cosa stiamo preparando e vuoi collaborare.
PS – Pucciosa Sorveglianza
intervenzione politica performativa
Pucciosa Sorveglianza è intervenzione politica performativa in cortei e manifestazioni, a trasformare l’atto di [osservare il potere] [dal potere essere osservate] in gesto di riappropriazione artivista. Attraverso filtri pucciosi e stampa immediata degli scatti, l’autorità rappresentata dalle forze dell’ordine, durante i movimenti di piazza, viene riscritta in immagine fragile, ironica, depotenziata. Nel con-testo con-temporaneo della sorveglianza diffusa, dell’algoritmo di visibilità e del riconoscimento facciale, la performance pro-pone una contronarrazione immaginale: leggera superficialmente, profondamente politica.
Pucciosa Sorveglianza si con-figura come dispositivo artivistico mobile, indossabile dalle persone performer, che opera all’intersezione tra media tattici, cultura visuale algoritmica e pratiche di contro-sorveglianza. Pucciosa Sorveglianza integra acquisizione, elaborazione e output delle immagini (degli immaginari) in un’unica architettura compatta compresente, trasformando il corpo delle persone performer in nodo operativo situato all’interno del flusso della manifestazione.
L’estetica delle fotografie scattate alle forze dell’ordine e stampate durante il corteo richiama esplicitamente le interfacce e i filtri di piattaforme come Instagram, Snapchat e TikTok, ma ne sovverte la funzione originaria. Se tali piattaforme operano come socialdispositivi di selfierappresentazione, questa performance le reindirizza verso soggetti istituzionali, producendo frizione tra: codici visivi ludici e figure di autorità, anche in diversa declinazione del paradigma del Panopticon [centralizzazione e decentralizzazione della direzionalità dello sguardo]. Tuttavia, a differenza e in parallelo rispetto alle tradizionali pratiche di contro-sorveglianza, che mirano alla documentazione o alla prova, Pucciosa Sorveglianza introduce una dimensione di trasformazione simbolica: l’immagine non certifica, ma altera.
Dal punto di vista mediologico, l’operazione agisce su tre livelli: iconico [applicazione di layer grafici, sticker, cromie pastello, elementi kawaii, che destabilizzano la semantica dell’immagine] temporale [sincronizzazione tra evento e output, collocando l’opera nella simultaneità] materiale [traduzione dell’immagine digitale in oggetto stampato, sottratto parzialmente alla circolazione algoritmica]. La stampa immediata configura resistenza infrastrutturale: l’immagine non è solo dato, ma artefatto distribuibile manualmente, capace di circolare al di fuori delle piattaforme e dei loro sistemi di moderazione e visibilità.
L’uso dell’estetica cute intesa come strategia di détournement visivo: la sua apparente innocuità funziona come dispositivo di disinnesco; al contempo, forma (di) resistenza simbolica sottile, riduce il potere a immagine decorata, ne compromette la pretesa di neutralità e autorevolezza. In questo senso. Pucciosa Sorveglianza si colloca in continuità con pratiche storiche di riappropriazione dell’immagine, ma aggiorna tali strategie all’ecosistema contemporaneo dominato da interfacce, algoritmi, filtri controllo, identità. Pucciosa Sorveglianza non si limita a documentare il potere, ma lo sottopone a un processo di ricodifica estetica in tempo reale, trasformando la (partecipazione alla) manifestazione in spazio di produzione iconica diffusa, in cui l’immagine diventa campo di conflitto e negoziazione negazione simbolica.
Produzione di soggettività attraverso visibilità asimmetrica: l’immagine non più come strumento di controllo, ma campo di distorsione attiva. Nel modello del Panopticon, la visibilità è controllo è intimidazione all’autocontrollo: si è potenzialmente sempre osservate. Pucciosa Sorveglianza cortocircuita questa condizione: ad essere vista è l’autorità, con sguardo che non attesta disciplinamento, bensì ridicolizzazione, perdita di gravitas. L’immagine smette di essere garante di ordine e si trasforma in superficie instabile.
La scelta di un’estetica pucciosa agisce come forma di miniaturizzazione simbolica del potere. Cuori, blush, glitter e sticker non decorano: operano riduzione semantica. La figura autoritaria viene traslata in registro innocuo, ne compromette la postura istituzionale.La parodia [ma anche nella sua accezione etimologica, dal greco παρῳδία, παρα simile e ᾠδή canto) entra in campo come dispositivo dispolitico ambiguo, tra de-risione e dis-innesco. Ridere del potere ne incrina la rappresentazione, aprendo zone di indeterminazione. La risata èì un atto liminale, che sospende temporaneamente la rigidità dei ruoli. Dal punto di vista iconologico, Pucciosa Sorveglianza opera una tensione tra: iper-visibilità [l’atto di fotografare nello spazio pubblico] iper-mediazione [l’intervento dei filtri] ri-materializzazione [la stampa immediata].
Spostare l’immagine fuori dalla sua funzione documentaria per collocarla in relazioni, micro macro situazioni, critica dell’autorità, ma anche decostruire ricostruire l’ecosistema visivo contemporaneo. E i filtri: chi ha il diritto di modificare l’immagine di chi? La fragilità che emerge non è solo quella del soggetto fotografato, ma anche dei dispositivi stessi di rappresentazione del potere. Pucciosa Sorveglianza evidenzia che tali dispositivi, apparentemente solidi e neutrali, sono in realtà vulnerabili a interventi minimi, superficiali, ludici, ritorcibili contro l’algoritmo che li satura e chi ne fa uso repressivo. Un filtro per incrinare un’immagine; un’immagine per incrinare un’autorità. In questo senso, la parodia non è evasione bensì eversione, ma tecnica: modalità leggiadra di esercitare pressione simbolica.
Perché stampare le foto in tempo reale e distribuirle durante la manifestazione
Elemento portante di Pucciosa Sorveglianza è la traduzione immediata dell’immagine in oggetto materiale: la stampa non è semplice output tecnico, ma scelta teorica precisa: sottrarre: l’immagine al regime della circolazione digitale, per reinscriverla: in una economia fisica, situata, relazionale. Nel contesto contemporaneo, dominato da flussi visivi immateriali e piattaforme social, l’immagine tende al dato: replicabile, archiviabile, modulato da algoritmi di visibilità. La stampa interroga interrompe questa logica. Introduce attrito, peso, finitezza. Ogni fotografia diventa: un oggetto unico, distribuibile mano a mano, traccia che può essere conservata, scambiata, persa. Questa materializzazione produce cambiamenti di stato statuto: l’immagine non più soltanto vista, bensì maneggiata. Entra in contatto: con i corpi con lo spazio con la durata. Può essere piegata tagliata sovrascritta attaccata accumulata. In questo senso la stampa agisce come forma di resistenza alla smaterializzazione totale dell’esperienza visiva.
Parallelamente, il dispositivo di stampa fotografica indossato introduce una dimensione significativa: non esiste infrastruttura neutra o invisibile: sono i corpi a sostenere, alimentare e attivare il sistema. La postazione mobile trasforma l’artivista in piattaforma vivente, intersezione tecnica e fisica, tangibile, palpitante, incarnata. Questa scelta avvolge implica: visibilità del dispositivo [la tecnologia non è nascosta, ma esposta, dichiarata] vulnerabilità [il funzionamento dipende da energia, fatica, movimento] situazione [ogni immagine prodotta è inseparabile dal contesto corporeo]
In relazione al pensiero di Michel Foucault, si potrebbe dire che, se il potere disciplinare tende a organizzare i corpi nello spazio, qui sono i corpi stessi a riappropriarsi posizione nello spazio: non più solo oggetti di visibilità, ma soggetti di produzione iconica. La combinazione tra corpo portante e immagine stampata genera una catena corta artigianale: corpo → sguardo → dispositivo → immagine → oggetto → altro corpo questa sequenza riduce la distanza tra produzione e fruizione, tra autor* e pubblico, tra evento e traccia. La manifestazione non è solo documentata o rappresentata, ma continuamente rimaterializzata attraverso atti di distribuzione visiva.
La presenza fisica della stampa introduce una temporalità diversa rispetto al flusso digitale. Se le immagini online scorrono scompaiono, le stampate persistono anche soprattutto a discapito in virtù della loro fragilità. Possono deteriorarsi essere abbandonate raccolte archiviate. In questa precarietà risiede una qualità politica: la possibilità che l’immagine sfugga al controllo totale, che circoli in modo imprevedibile, che lasci tracce non governabili. La materialità non è residuo nostalgico, ma componente attiva del progetto: per restituire all’immagine peso presenza capacità di incidere nello spazio reale attraverso i corpi.
