Strucami la vita.

Strucami la vita.

Ogni parola, in esorabile: prende corpo / è corpo, si manifesta tra le pieghe dei tessuti epiteliali connettivi muscolari nervosi, scivola più meno densa nel sangue alla velocità di 30 centimetri al secondo, si deposita concrezione sulle ossa, solve e coagula, vortica ortica a volte giravolta nei labirinti membranosi delle orecchie, rampolla nelle vibrazioni delle corde vocali in fonazione, plissetta l’epidermide di rughe come canali di Marte, nel 1877 ci piacque interpretarli opere idrauliche di una civiltà scomparsa, nel 1965 li scoprimmo illusioni ottiche e crateri da impatto: non c’è parola che non impatti sulla superficie del corpo altrui proprio. Quando una parola prende corpo / è corpo cosa fa: fa cose, diventa un fatto fa accadere cadere mancare è presente, si dà concreta.

Una delle cose che una parola può fare / è: stringere. Prima di dire con il fiato soffiato amore, dolore, desiderio, paura: il corpo conosce riconosce il contatto, la pressione – atmosferica, sanguigna; si chiama prensione quella di – una mano che prende, un braccio che racchiude, una bocca che trattiene, un fianco che incontra un fianco, e all’istante: il mondo diventa più o meno spazio. In Veneto ha un nome: strucón dal verbo strucàr premere, comprimere, stringere, schiacciare; nella lingua quotidiana si fa abbraccio, anche piccolo incidente sentimentale. Le attestazioni d’uso confermano un doppio movimento, pressione fisica che contiene e abbraccio che libera; qui la lingua fa ciò che (alle volte, non sempre) le arti contemporanee: prendere un oggetto un evento ordinario, disordinarlo spostarlo di qualche centimetro, renderlo decostruente, trasformante, sovversivo.

Strucàr è verbo di area germanica, dal tedesco drücken premere schiacciare; parola per de scrivere una forza esercitata su una superficie, e poi attraverso secoli di traverso bocche, labbra, denti, mani, dialetti: arriva a raccontare cosa che può accadere tra una persona e l’altra. La linguistica non è una disciplina astratta: studia i fossili di ciò che abbiamo fatto con il corpo. Strucón è un piccolo fossile di pressione – quando il peso dei sedimenti sovrastanti schiaccia i resti di un organismo, elimina la sua parte fluida mutevole lo ferma in quel momento, appiattisce il corpo facendolo superficie in sottile pellicola scura di carbonio, la base della vita su questo pianeta: il punto di contatto tra organico inorganico, l’istante preciso in cui l’affetto diventa fisica, la fisica diventa affetto.

Là dove non arriva a raccontare quel fossile perché bidimensionale, altre dimensioni si immagina la patafisica: strucón da strùgere, verbo arcaico con cui le persone, prima dell’invenzione della proprietà privata, cercavano di tenere insieme le cose che stavano per perdersi. Forse la prima cosa strucata della storia non è stata una mano né un frutto, bensì il tempo: un ominide ha stretto il pomeriggio fra le dita, senza riuscire a impedirgli di diventare sera. Da allora [ci] stringiamo e/o lasciamo andare a tutto ciò che passa: ricordi, corpi, fotografie, biglietti del treno, accendini, password. Il progresso tecnologico non ha fatto altro che perfezionare questa pulsione atavica: hard disk per strucare la memoria, social per strucare chi è a tremila chilometri di distanza.

In altra fantaetimologia, falsa ma forse più vera, strucón deriva da struttura + crampo [krampf contrazione, spasmo]: ciò che accade quando un concetto prende coscienza di avere un corpo. Un edificio ha uno strucón quando si accorge di essere abitato; una città quando sente il peso dei suoi abitanti; una fotografia quando capisce che dentro l’immagine c’era qualcosa pesante pensante che poi è scivolata via dal tempo, lasciando un vuoto [il contrario di pressione è depressione]. L’arte contemporanea è una macchina per indurre struconi: comprime la distanza tra l’oggetto e chi lo guarda, tra corpi sul palco e corpi in platea, tra la cosa rappresentata e la cosa che manca [da mancus monco debole imperfetto, unito alla radice di manus mano]. Ed è ciò che cercano le persone che manifestano, lo strucon perfetto: il punto di rottura, mandare in pezzi la superficie appiattita del potere che opprime sopprime.

Un corpo, colto come colpo strucón in scena, quotidiana oppure artistica (differenza imprecisa) si dispone è dispositivo di pressione: struca lo spazio, lo modifica ne è modificato. Cammina, e muove lo sguardo altrui. Si sdraia, e trasforma il pavimento in una questione politica. Cade, ma suggerisce suggella un passo di danza. Si ferma, e tutte le persone nell’orbita intorno di quel pozzo gravitazionale (si) figurano il movimento successivo. Una performance è uno strucón applicato allo spaziotempo: compressione temporanea della realtà, situazione nella quale due o quanti che siano corpi – che forse normalmente normati non avrebbero motivo di incontrarsi – condividono lo stesso segmento di presente di presenza di circostanza, circolari onde concentriche come strucón di sasso lasciato cadere nello stagno.

Il corpo è politico e può-litico: può dissolvere la (re)pressione del potere che decreta: quanto devi pesare per, quanto devi essere giovane per, quanto devi produrre per, quanto devi essere desiderabile per, quanto devi essere visibile per. Quel “per” sembra una moltiplicazione, ma è sottrazione, e divisione: ti divide ti mette in una divisa, ti taglia ti mette in una taglia, ti documenta esige da te un documento. Violenta le profondità dello stagno alla ricerca del sasso di cui sopra, le illumina causando proliferazione di alghe infestanti algoritmi di visibilità Ti assegna un genere una posizione un comportamento una velocità una traiettoria. Lo smartwatch che (ti) misura i passi i passaggi ti notifica continua-mente: è la versione tecnoppressiva dello strucón, non è una mano che ti stringe il polso. E’ un’interfaccia.

Strucami la vita, stringimi la vita. La vita biologica, che pulsa lavica sotto le costole; e la vita dei fianchi, la linea morbida elastica che la moda, la pittura, la pornografia, la danza, la chirurgia hanno negoziato trasformato per secoli in un confine politico. Vita è il respiro, ma anche: il punto in cui il corpo si piega, si gira, cambia direzione. È il luogo anatomico in cui il busto smette di essere torace, e diventa bacino: la cerniera del corpo, che si può ruotare per fronteggiare persona o cosa a latere del percorso. Una paraetimologia inevitabile vorrebbe allora che vita derivasse dal latino vitta: nastro, fascia, ciò che cinge: e può essere avvolto (coinvolto, sconvolto). Non è filologia: è anatomia, nemmeno troppo immaginaria.

Da bambinə sperimentiamo intensamente lo strucón: siamo presə in braccio, strettə contro il petto, contenutə dentro una forma più grande della nostra. Poi, cresciamo: gran parte della vita a cercare quella pressione perduta, rimodularla in altre forme, cesellarla di altri significati. Mediando: con le convenzioni sociali, l’ageismo che alla tua età queste cose non si fanno più, la timida cautela di una ferita aperta accessibile. Il capitalismo (soprattutto vettoriale) vende abbracci confezionati: cuscini ergonomici, materassi che si ricordano le nostre forme, app per il benessere, follower, community, dating, esperienze immersive. Promette connessione, consegna superfici lisce, scivolevoli, mai del tutto soddisfacenti, passaci sopra passa alla prossima. Il cyberpunk aveva intuito la cosa più semplice: il futuro avrà nostalgia di una mano.

La pressione delle placche tettoniche, dal profondo magmatico dell’inconscio, produce cronosismi: strucón che fanno tremare la terra abbattono sovvertono rivoltano rivoluzionano, il passato appare nel presente, il futuro è un ricordo del passato. Senti una canzone, per un istante hai di nuovo vent’anni. Apri un cassetto, trovi una fotografia che non ricordavi. Una persona ti abbraccia, e il corpo ritorna: lo ritrovi antico, lo scopri nuovo. Secondo un’antica scuola patafisica veneta, mai esistita ma citata in numerosi documenti che non sono mai stati ritrovati, gli anni non trascorrono in linea retta: si accumulano attorno alla vita. Ogni esperienza produce una piccola pressione, una piega, un po’ di spazio. La vecchiaia non è l’avanzare del tempo, bensì il progressivo strucón dei giorni sul corpo. Diventare archivio: il corpo luogo dove le opere non sono appese alle pareti, ma sotto la pelle.

Lo strucón quindi come: forma di resistenza reciproca condivisa, due corpi che si sostengono, (si) tengono insieme, coesistono coesano, impedendo alla materia di disperdersi cedere entropiarsi, per qualche istante. Rievoluzione che inizia nello stesso punto: chi o cosa che si doveva obbediente invece attrita, superficie che rifiuta di restare piatta e insorge in pieni e vuoti e laghi e montagne. Strucare: premere stringere comprimere ma anche: fare creare lasciare spazio attraverso una pressione: bacio che (dis)chiude due bocche per aprire mondi, folla che struca via l’oppressore da una piazza la restituisce a chi la abita. Resta questo: non tanto chi cosa abbiamo stretto, ma la pressione reciproca, il segno che ci siamo passatə attraverso.

Nessun corpo esce uguale da uno strucón. Questo temono le sforme del potere: non solo il corpo che protesta, ma anche soprattutto il corpo che si avvicina approssima ad altri corpi (e lo devi prima comunicare al Questore, che vuoi assembrarti, no? Riconsiderare il concetto di permesso): un abbraccio è una manifestazione con pochissimi ma già sufficienti partecipanti. Abbiamo forse misurato male tutto: il tempo in ore, l’amore in durata, la protesta in numeri, il corpo in centimetri, il desiderio in algoritmi. Esiste misura più antica, misura senza unità di misura che dismisura: non opprimere, resistere resistàre abbastanza vicinə da sentire il battito, abbastanza liberə da non soffocarlo, strucón perfetto che non trattiene: fa cedere il mondo fa spazio spazia altri mondi possibili.

Poi c’è un equivoco da dirimere. Si insegna: non stringere troppo non invadere non premere non disturbare non fare peso. Diventare leggerə, trasparenti, soffiabili via: il potere vuole corpi senza attrito, desideri senza peso, persone che occupino lo spazio assegnato. Strucón è parola sovversiva: il corpo pesa, il contatto modifica, ogni vicinanza, anche di parole, produce conseguenze. Corpo su corpo è già teoria politica, bocca su bocca è una frontiera che smette di funzionare finzionare, una folla strucata insieme, è ovvio: materia difficile da governare. Allora: strucami la vita, quel poco tanto da sentirla passare, come (ci) si tiene un corpo che incespica cade ma invece, come una piazza tiene una folla, come il presente trattiene un istante il passato prima che sia memoria. Strucami contro la superficie liscia delle cose, contro l’idea che tutto debba scorrere funzionare produrre passare oltre. Fammi peso, dammi peso, fammi attrito, fammi sentire: ho sono un respiro.


Anche Marziale ne scriveva,
nell’epigramma V 34 (88-89 dc circa),
dedicato alla piccola Erotion:

“nec illi, terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.”
e tu, Terra, non esserle pesante: lei non lo fu per te.