D’ora in poi

D’ora in poi.
Tre giorni di performazioni private
che diventeranno poi una mostra.

10-11-12 luglio 2026, Dora Baltea.
Restituzione in autunno, stay aut-tuned.

corpo ∩ tempo ∩ memoria ∩ cartografie

Per tre giorni la Dora Baltea, in vari tratti della sua estensione, diventerà luogo e tempo di una performance privata. Non ci saranno spettatorə: ci sarà il tempo il corpo della performer l’acqua, e tutto ciò che tra queste presenze continua, a scorrere. Scorrere a fiume, non soltanto come luogo da seguire, oppure attraversare: materia che attraversa: il paesaggio codifica modifica: il passo, la corrente il pensiero, la distanza respiro /// fatica, attesa, preparazione, azione. Ogni gesto trasmuta significato, perché incontra: qualcosa che non gli appartiene, che continuerà a esistere, e molto dopo il suo passaggio paesaggio, e in forme varie tante magmatiche scorrevoli.

Ma: ogni fiume è una scrittura. Sulle rive, sulle pietre, sulle piante. Nel tempo, e nei corpi che decidono sdecidono di seguirlo. Per tre giorni questa scrittura verrà abitata da una performer, e altre due che (la) seguiranno – per testimoniarne il passaggio, raccoglierne scatti testi, accompagnare nel viaggio. Non per rappresentare documentare il fiume, bensì: per entrare in relazione con esso; per ascoltarne il ritmo, invece che imporne uno; per misurarsi con ciò che continuamente sfugge, cambia forma, si trasforma.

D’ora in poi non è una performance sul paesaggio, è una performance dentro una relazione: tra il corpo e la corrente, tra il tempo umano e il tempo dell’acqua, tra la memoria che trattiene e il flusso che continuamente porta altrove. Come ogni attraversamento autentico, produrrà tracce: immagini, registrazioni, testi, parole, materia.

Ogni documento sarà – ma è sempre – altra cosa rispetto all’esperienza che lo ha generato. Una fotografia fermerà ciò che non può essere fermato – e fallirà nel suo intento, e in questo fallimento traspirerà la vera essenza di un’artivazione che circumnaviga, senza mai approdare, ma libera e apre. Un audio conserverà il suono di qualcosa che era già passato; un testo continuerà il cammino con un’altra materia, la carta nell’acqua si sfalda, l’inchiostro si scioglie, torna alla sua essenza liquida. Nessuno di questi materiali coinciderà con la performance: saranno piuttosto il sedimento, la deriva, l’eco.

Nelle settimane successive questi frammenti con-fluiranno in una mostra dedicata al progetto: non come archivio definitivo, bensì come nuovo spazio di attraversamento, orientandosi con costellazioni di video, suoni, testi materiali capaci di raccontare non tanto ciò che è accaduto, quanto ciò che continua, ad accadere, quando, un gesto, entra, in relazione, con il tempo.

La performance non sarà visibile: ma questa parola, visibile? [ vivibile, con divisibile ]. Non per sottrazione esclusione: per scelta. Negli ultimi decenni la performance ha progressivamente ampliato il proprio spazio pubblico, è uscita dai musei, ha occupato piazze, paesaggi, spazi istituzionali e non istituzionali, costruendo una relazione diretta tra artistə e spettatorə (e sfocando e ripensando e impastando ruoli). La presenza condivisa è diventata uno dei suoi elementi fondanti: l’opera coincide con il tempo incide il tempo dell’incontro; ed è coabitazione (con vivenza) di corpi nello stesso luogo. Tutto questo è: evolutivo, necessario, bellissimo, lo portiamo e lo porteremo avanti, nell’intersezione culturale sociale politica cercando nuovi percorsi hackerando poteri riscrivendo tempi.

Invece: questo progetto specifico sceglie una direzione diversa: la performance accade senza pubblico. Non perché il pubblico sia considerato secondario, bensì perché la sua assenza pesa radicalmente sulla natura dell’azione (e parimenti per sottrazione ne dimostra la sua centralità). Il gesto non viene eseguito per essere osservato, non cerca conferma nello sguardo, non costruisce una tensione spettacolare. Può rallentare, interrompersi, perdere intensità, ritrovarla. Può persino fallire (altra parola in odore di efficientismo aziendalismo interiorizzato) senza che il fallimento diventi rappresentazione, valutazione quantiqualitativa. Fiume come unico vero testimone necessario.

Chi parteciperà successivamente alla mostra incontrerà soltanto ciò che il tempo ha lasciato emergere. Video, audio, fotografie, testi, oggetti, tracce. Ma chiamare questi residui semplicemente documentazione rischia di essere fuorviante. Nella storia della performance il documento è stato spesso pensato come un sostituto imperfetto dell’opera, una testimonianza inevitabilmente incompleta, una prova che qualcosa è avvenuto altrove, in un tempo ormai perduto. L’evento conserverebbe così un primato ontologico, mentre fotografie e registrazioni assumerebbero un ruolo subordinato, quasi nostalgico.

Qui il rapporto viene spostato (e restituito, ad una dimensione meno prepotente presuntuosa): ciò che sarà esposto non pretende di ricostruire fedelmente ciò che è accaduto, né induce a rimpiangere di non esserci statə. La mostra non arriva dopo la performance: ne costituisce una seconda esistenza. Ogni dispositivo produce infatti un’altra opera: la telecamera non registra un gesto, sceglie un’inquadratura, una durata, un punto di vista. Il microfono ascolta frequenze che l’orecchio umano spesso trascura, lascia a latere, accecato dalle economie quotidiane. La fotografia immobilizza un istante che durante l’azione non è stato percepito come immobile. La scrittura non descrive l’esperienza: la prolunga, la trasforma, la traduce in un’altra materia.

Il documento non è copia: è metamorfosi, ribollente magmatica cangiante. Anche le persone visitatorə occupano, di conseguenza, posizione differente rispetto a chi assiste alla performance dal vivo. Ricostruiscono, mettono in relazione frammenti, colmano vuoti, immaginano (immaginificano) ciò che nessuna immagine mostra e ciò che nessuna registrazione può contenere. La loro esperienza non consiste nel verificare un evento, ma nell’abitarne le conseguenze. In questo senso la distanza temporale non impoverisce il lavoro: lo espande.

La differita introduce un tempo ulteriore, di sedimentazione (fluviale, lento o tracimante). Come accade nei fiumi, dove la corrente trasporta materiali che verranno depositati molto più avanti rispetto al punto in cui sono stati generati, anche questa performance continua a produrre effetti dopo la conclusione delle azioni: e la mostra diventa il luogo in cui quei sedimenti vengono incontrati; non si osserva il fiume mentre scorre: si osservano le tracce che il suo passaggio ha lasciato.

Questa scelta interroga anche una condizione profondamente contemporanea. Viviamo immersə nella necessità di assistere simultaneamente a tutto, di trasformare ogni esperienza in evento condiviso, im-mediatamente disponibile, trasmesso, documentato, consumato. Qui accade, per esperimento hackeramento provocamento, il contrario. Esiste un tempo che non appartiene allo sguardo pubblico, esiste un’esperienza che non chiede di essere vista mentre avviene: la sua condivisione è rinviata, la distanza non è un limite, (ne) è il dispositivo.

Come la memoria – che non restituisce mai un fatto nella sua interezza (intenerezza) ma lo ricompone attraverso frammenti e omissioni e trasformazioni e autonarrazioni e pozzi gravitazioni dell’io – anche questa mostra costruisce un rapporto con qualcosa qualcuno che non può più essere presente. Non offre l’evento, bensì il suo attraversamento, e forse è proprio questo il punto in cui performance e fiume si incontrano più profondamente: non si vede davvero l’acqua che è già passata, eppure continuiamo a chiamarlo fiume.


Ogni fiume è una scrittura.

Prima ancora di essere fenomeno geografico, sistema idraulico, presenza paesaggistica: il fiume è dispositivo narrativo. Attraversa territori, produce immagini, accumula memorie, genera economie. È forma che esiste nel movimento, nel tempo e nello spazio. Non possiede identità stabile: è sempre altrove rispetto a sé stesso. Ovviamente – dal latino obvius, ob- davanti, e dalla radice del verbo vĭre andare – quando lo si osserva, è già passato, andando avanti […]

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