Due pesi due misure | corpo e sguardo.
in#permanenza s#legame con#temporaneo
24 luglio 2025, @ Trama, Torino.
Con Alessandra Filippi / luna.art.ink e Rossella Ferrero ph. Ringrazio entrambe per aver partecipato, con generosità e passione, alla costruzione e allo svolgimento della performance.
Decolonizzarsi ∩ il corpo è il luogo della politica ∩ la trasversalità è una condizione della carne ∩ dalla normatività si può guarire ∩ è urgente hackerare il canone.
#percezione [della propria persona] + [dell’altrui, persona] | #permanenza ∩ #impermanenza | #relazione ∩ libertà | #estraneità ∩ #appartenenza.
La performance si articola in due parti. Durante la prima parte, le persone partecipanti sono invitate a sedersi ad un tavolo sul quale sono disposte fotografie e testi inerenti al tema del corpo. Nella seconda parte, una per volta e in un ambiente separato, a ciascuna persona viene chiesto di indicare un punto sul proprio corpo. Viene quindi guidata nel tatuare lo stesso punto sul corpo del performer. Le viene chiesto, infine, se vuole fare lo stesso sul proprio corpo.
La lettera consegnata alle persone partecipanti
Grazie per aver preso parte a questa performance.
Forse hai domande sul suo significato. Possiamo parlarne nei prossimi giorni, se lo desideri; ma non voglio sovrascrivere, indirizzare o contenere le tue sensazioni e i tuoi pensieri in merito. Non c’è un’interpretazione giusta o sbagliata: abiterà il fluire, fisico e mentale, e nel corso dei giorni, dei mesi e degli anni potrà cambiare di significato, sia per te che per me, oppure si concretizzerà in una forma precisa. Questa performance è iniziata quando hai deciso di partecipare, e resterà su di me per il tempo della mia esistenza.
Sono consapevole che questa performance si addentra nei territori oscuri e ambivalenti della permanenza e dell’impermanenza, della lacerazione dell’integrità dell’involucro pelle, del segno visibile e invisibile, dell’immagine consumabile, e molto altro. Permettimi di darti solo alcuni spunti, che desiderano allargare il campo visivo su quanto è accaduto.
In geometria, un punto è un ente fondamentale, privo di dimensioni, senza lunghezza, larghezza o spessore. Rappresenta una posizione nello spazio. Euclide definisce il punto come ciò che non ha parti, sottolineando la sua natura indivisibile.
Nella punteggiatura italiana, il punto è un segno che indica una pausa lunga e segna la fine di una frase o di un periodo. Si usa per separare concetti o per segnalare un cambio di argomento. I due punti sono una pausa tra una frase e ciò che segue, per spiegare, chiarire o introdurre qualcosa. I tre punti sono un segno che indica l’interruzione o la sospensione di un discorso, lasciando sottintese parole, frasi o pensieri; esprimono incertezza, dubbio, esitazione, omissione, o a lasciano intendere qualcosa senza dirla esplicitamente.
I punti scuri sulla pelle, detti nei, sono causati da un accumulo di melanociti, cellule che producono melanina, un pigmento colorato. La loro comparsa è dovuta a diversi fattori, tra cui l’esposizione al sole, la genetica, i fattori ormonali e quelli ambientali.
James George Frazer, nell’ambito della sua ricerca sull’antropologia delle religioni e della magia, identifica il pensiero magico come un tentativo di manipolare la realtà tipico delle società pre-scientifiche. Tra le basi del pensiero magico primitivo c’è l’idea che due cose, rese simili da un dettaglio, possono continuare ad influenzarsi a vicenda, anche a distanza di spazio e di tempo.
Nelle favole, la puntura ha significati opposti: in Esopo porta un apicoltore alla consapevolezza delle sue azioni, nei Fratelli Grimm fa cadere la principessa Rosaspina in un sonno profondo. Per Bruno Bettelheim è uno degli elementi del percorso iniziatico, che rappresenta il cambiamento inevitabile.
Con gratitudine,
Una nota personale
L’idea iniziale di questa performance è nata sette anni fa. Perché non l’ho realizzata prima? E’ una domanda alla quale non so dare una risposta precisa, e per questa ragione è molto interessante: nei termini di conoscenza di me, delle ragioni che mi spingono a fare quella cosa che, socialmente e culturalmente, definiamo arte (un po’ per farla breve con le spiegazioni, un po’ per trovarsi da qualche parte in un mare molto mosso di definizioni sfocate). Forse le risposte negative da parte delle tatuatrici e dei tatuatori che contattai mi fecero desistere presto; forse gli spazi d’arte che cercai non furono recettivi nei confronti della proposta. Ma a cercare una stilla di sincerità, forse e semplicemente: quelle difficoltà iniziali mi sembrarono insuperabili perché io per primo non ero convinto di quello che avrei voluto fare.
Così, l’abbozzo di questa performance è rimasto sulla carta, e ricopiato di agenda in agenda, fino ad arrivare al 2025. Una diversa consapevolezza del mio corpo e dei temi che ci orbitano intorno e lo attraversano, forse il sostegno di persone amiche che condividono con me un certo percorso artistico, forse una serie di incontri fortunati, insomma: provare a riproporre questa performance mi è sembrato fattibile, e nel giro di qualche settimana avevo un luogo, una data, una tatuatrice e una fotografa che non solo hanno colto il substrato di significati che danno corpo alla performance, bensì hanno anche e soprattutto contribuito ad approntarla in un modo che riconosco, che sento mio. E, come per ogni performance ben pensata, sentita e proposta, sono accadute “cose” (come definirle?) durante e dopo il suo svolgimento che mi hanno toccato.
Non starò qui – forse altrove e altroquando, in un dialogo di presenza e di contatto – a fare un elenco analitico, freddo e impersonale delle reazioni delle persone partecipanti: sarebbe un torto a ciascuna di esse, e cacciare a forza tutto il portato della performance sul vetrino di un microscopio che sì, permette di vedere dettagli piccolissimi, ma perde di vista tutto il margine, quanto non è visibile perché nel luogo oscuro profondo di ciascuna persona, o perché nel filo invisibile ma persistente delle relazioni, oppure ancora perché nel flusso della percezione che [si] trasforma, chiarisce e schiarisce, si volta da un lato prima irraggiungibile e svolta e svela e rivela.
Parimenti, e a così poca distanza di tempo, non mi è possibile – e nemmeno lo vorrei – tradurre in parole quanto è accaduto in me, myself and I. Ho la senzazione (meno senza e più azione) di aver aperto nuove prospettive sul me corpo, di aver toccato con la punta delle dita quanto ho avuto il privilegio e la fortuna di poter leggere, vedere, studiare, pensare, maneggiare sul tema del corpo, l’onore e l’onere di portare su di me in modo visibile quindi tangibile il segno di quanto è accaduto. E nel tempo, lasciando decantare e cantare questa lingua armoniosa ma incomprensibile che è la voce della carne sul limite di quanto in ogni vita – in ogni vista, in ogni svista – si costruisce culturalmente, socialmente, psicologicamente, ecco: aprire nuove porte, preparare nuove soglie, progettare attraversamenti.
notacritica | nota critica | not a critica
Il tuo mio sguardo / che si posa sulla mia tua pelle: intangibile diresti, invece mi tocca di un epicentro che s’allarga, a onde concentriche, increspa il confine del mio corpo, ne rivela la fluidità, là dove lo immaginavo solido. —— Il mio tuo sguardo / che si posa sulla tua mia pelle: punta d’iceberg che scende nelle profondità della mia carne, la s-vela (gonfia di vento) palpitare arrossire rabbrividire inumidire orripilare risuonare di pulsazione cardiaca, come cassa armonica di strumento [che serve una vita ad imparare]. —— Lo sguardo sulla pelle: è già pelle a contatto di pelle, e sguardo a contatto di sguardo; ti osservo mentre mi osservi, mi osservo mentre ti osservi, in quel mentre sulla cute si discute il collage del corpo: ritagli ereditati scelti scartati ripresi coincidenti dissonanti. —— D’altronde, [anche] Leonardo ha mentito: il suo Uomo Vitruviano non rispetta le misure date da Vitruvio nel De Architectura, libro terzo: ma pur di far quadrare il cerchio! invece il corpo è un pigreco: Π snumero irrazionale e trascendente, illimitato e non periodico, irregolare nel suo ripetersi. —— Il tuo mio sguardo sul mio tuo corpo parla: di te, di me, di un’intersezione antropologica culturale storica sociale psicologica personale; prima di vedermi già mi osservavi, osservandoti non ti vedo vedo due corpi: il mio, il tuo, il nostro, quello altrui. —— Non è il gatto bensì lo sguardo di Schrödinger: ci sono non ci sono, finché non apri la vista sul di me che c’è in te, e sul di te che c’è in me; collassa di probabilistica onda la funzione, la finzione donde traiamo la conclusione che questo corpo sia (s)finito in una scatola de-finita rotonda, quadrata, geometrica misurabile; e tu, ed io, invece: continuamente cambiamo, sconfiniamo, pendiamo perdiamo riperdiamo riprendiamo mutiamo tramutiamo tramontiamo risorgiamo.
Per tutti gli scatti della performance, clicca qui.
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rizomi possibili
#corpo + #tatto
“Corpus come corpo, come corpo al singolare e come corpi al plurale, come qualunque corpo, ma anche questo corpo qui, e da ultimo infinitamente più e infinitamente meno che un corpo qualunque, come per esempio i corpi degli atomi (corpora), un corpus di testi o opere artistiche, un corpus militare ecc.: il corpo: ecco come l’abbiamo inventato. Chi altri al mondo lo conosce? Il corpo è qualcosa che noi, gli occidentali, abbiamo inventato così come abbiamo inventato l’anima, lo spirito ecc., o affermando il primo contro l’ultimo (come Platone ha fatto con la distinzione tra l’anima e il corpo), oppure riaffermando il secondo contro il primo (come Nietzsche ha fatto rovesciando il rapporto tra il corpo e l’anima). In ogni caso manchiamo il punto essenziale se semplicemente affermiamo o l’uno o l’altra, il corpo o l’anima l’uno contro l’altra, così come rischiamo di mancarlo se affermiamo una pluralità di significati del corpo contro una concezione unica e unificante.” [clicca qui sotto per testi e immagini della performance]
#corpo + #pelle
“La pelle è l’unico organo di senso che ricopre tutto il corpo; è quello che pesa di più, (circa il 20% del peso totale del corpo), ed è il solo a combinare la dimensione spaziale con quella temporale, ricevendo allo stesso tempo segnali di tatto, dolore, pressione e calore; è strettamente connesso agli altri organi di senso esterni, alla sensibilità cinestesica e all’equilibrio. Oltre al ruolo sensoriale e di protezione, possiede una funzione riflessiva: toccandosi, si sperimenta nello stesso istante sia la sensazione di toccare che quella di essere toccati; è sulla pelle, infine, che si veicolano le manifestazioni di esibizionismo e di disagio psico-somatico. Secondo lo psicologo Didier Anzieu sono essenziali le prime sensazioni cutanee e di contatto, appaganti e rassicuranti, che consentono al bambino di esperire un universo sociale e relazionale complesso, e acquisire la percezione soggettiva della propria pelle, necessaria affinché sia garantita l’integrità dell’involucro psicocorporeo contro le angosce di frammentazione e di svuotamento. E’ quello che Anzieu chiama io-pelle, contenitore di materiale psichico, pensieri, emozioni a partire da una superficie corporea che permette di differenziare lo spazio interno da quello esterno.” [prosegui qui sotto la lettura]
#corpo + #moltitudine
“Disimpara il corpo. Perché mi ti ci insegnano dove finisce quanto è costante, quanto costa consta in unità di sistemi metrici per misurarlo al millimetro un tanto al chilo; e invece il corpo germoglia cammina su radici, si espande si contrae, avvizzisce sboccia, all’altro si intreccia indistinguibile (si) distingue, (si) estingue divampa, si disloca riassembla, a sé (si) accosta discosta, trema sconfina (si) sfoca, tutto esplora da tutto esplorato attraversato attraversa, mutevole mai muto. Disimpara il corpo.” – Wincent Raca. [clicca qui sotto per testi e immagini della performance]
#corpo + #misura
“Dürer si approcciò alla diversità dei corpi con l’enumerazione: arrivò a disegnare, anno dopo anno, instancabilmente, centinaia di corpi, nell’intento di catalogarli tutti, anche quelli che mai prima si ebbe il coraggio di rappresentare (poveri, deformi, malati, vecchi: l’osceno, ciò che fino ad allora era rimasto ob skenè, fuori dalla scena) sperando di esaurirne – prima o poi – il numero; e quindi di poter procedere, per analogie e difformità tra di essi, a mettere i corpi nei giusti insiemi (matematici), a catalogarli nel (suo) casellario ordinato del cosmo. Di fronte alla crescente consapevolezza dell’impossibilità di questa azione (performativa), invece che accettare la sconfitta – che avrebbe coinciso con la vittoria della varietà e della libertà sul presuntordine antropocentrico – condannò la sua opera all’incompiutezza. E produsse – inconsapevolmente? non sapendo più dove andare a (ri)parare? – il primo autoritratto nudo di artista della storia dell’umanità.” [prosegui qui sotto la lettura]
tutti i tag #corpo #corpi
https://roccioletti.com/tag/corpi/
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Altri percorsi possibili.
“E’ appunto il mio corpo a percepire il corpo dell’altra persona: esso vi trova come un prolungamento miracoloso delle sue proprie intenzioni, una maniera familiare di trattare il mondo. Ormai, come le parti del mio corpo formano insieme un sistema, così il corpo altrui e il mio sono un tutto unico, il diritto e il rovescio di un solo fenomeno; l’esistenza anonima, di cui il mio corpo è in ogni momento la traccia, abita contemporaneamente questi due corpi. Quindi, ogni nostra apertura relazionale al mondo, alle altre persone, ogni nostro modo di avere relazioni, anche il dialogo e il colloquio, tutto passa attraverso la carne. Non c’è niente che possa essere detto, pensato, espresso, che possa istituire una relazione a prescindere dalla carne che noi siamo.”
– Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, 2003.
“Il butō è anarchico e sovversivo. Restituisce al corpo la sua dimensione carnale e spirituale, anzi, le unifica. Nel semplice atto di essere sé e altro da sé, riunendo carne e spirito, distrugge tutto il dualismo occidentale, tutta la morale cattolica così assiduamente impegnata a spossessarci dei nostri corpi, la assurda normatività dei generi, il consumismo compulsivo neocapitalista, riporta l’essere sopra l’avere, cancella la colpa, ci riconsegna alla sacralità.”
– Stefano Taiuti, Roma, primavera 2021.
“Questo sguardo storto apre prospettive su come la corporeità si produce nello spazio della scena: qual è il corpo naturale, il corpo autentico? Se osservato attraverso le pratiche delle arti performative, il corpo si presenta come un artefatto, un corpo artificiale. La questione dell’autenticità o della presunta naturalezza del corpo è una delle versioni in cui si ripropone l’alternativa tra natura e cultura, un’opposizione che il pensiero femminista ha affrontato e radicalmente decostruito, a partire da de Beauvoir fino ai più recenti esiti del pensiero queer, del postumano, del neomaterialismo. Le distinzioni classiche tra naturale e artificiale, originale e copia, realtà e finzione, perdono di efficacia descrittiva se applicate alle pratiche delle arti performative. Di più – dalla prospettiva delle arti performative si acquisiscono ulteriori strumenti di lettura per smantellare queste opposizione binarie. Il corpo de* performer è un corpo costitutivamente costruito attraverso stratificazioni, addestrato alle tecniche, implicato in continue interazioni con le tecnologie – tecnologie linguistiche e gestuali, e tecnologie materiali della scenotecnica (luci, audio, macchine sceniche). È il frutto di ripetizioni di azioni, partiture, schemi. Ciò che può essere interessante rilevare è dunque l’artificialità e la queerness del corpo performativo, come costruzione storta, assemblata, artificiale. Di contro alle rivendicazioni di una naturalità originaria, le arti performative rendono esplicito lo statuto del corpo in quanto artefatto. La modificazione dell’anatomia e delle posture del corpo, l’amplificazione della voce, la ripetizione di sequenze, l’uso del peso, la creazione di codici di danza e di movimento, la decostruzione e ricostruzione della respirazione – sono forme di riorganizzazione del corpo, strutture artificiali che riarticolano il movimento, l’anatomia, la percezione.”
– Ilenia Caleo, Materie ibride e disidentificazione nella scena performativa, 2023
“Con il termine spettatorialità possiamo indicare la condizione affettiva in cui il soggetto rende disponibile il proprio corpo a una soggettivazione temporanea, in eccesso rispetto alla quotidiana. La performance artistica, dunque, sembra innescare una connettività tra due ordini di corpi – l’uno posizionato come attivo e agente, l’altro come reattivo e patente – il cui obiettivo è la trasformazione consensuale del secondo.”
– Marco Pustianaz, Crepuscoli dello spettatore. Attività, inattività e lavoro dello spettatore nell’economia performativa. in Carmela Maria Laudando (a cura di), Reti performative. Letteratura, arte, teatro, nuovi media, Tangram, Trento 2015.
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Il luogo approntato per la performance.
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Alcuni scatti che mi sono stati inviati dalle persone partecipanti alla performance:
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