infraamore.
Anatomia delle cose che fanno andare.
Ci sono fotografie che nessuna persona scatta. Non perché siano impossibili, ma perché sembrano inutili. Sui traghetti, ad esempio: si volge lo sguardo verso il mare, si fotografa la linea dell’orizzonte, le nuvole che sembrano promettere un continente, il vento nei capelli, i riflessi del sole sull’acqua. Qualche volta il fumaiolo, perché è riconoscibile; oppure la scia, perché rassicura. Sono i certificati che ci stiamo muovendo.
Quasi mai invece ci si affaccia – alle volte ci si capita per caso, per sbaglio, ed è una fortuna – nei corridoi di servizio: dove passano le tubazioni rivestite di vernice, le valvole numerate, le flange, i cavi, i manometri, le pompe, i giunti, le serpentine. Si torna indietro; raramente ci si ferma davanti a quella grammatica metallica che occupa il ventre della nave, che rende possibile ogni metro di viaggio. Ma è lì, sotto la linea di galleggiamento fotografabile, che il mare viene realmente attraversato.


Mi è sempre piaciuto pensare che esistesse una parola dimenticata per definire tutto questo. Non impianto, che è una parola amministrativa. Nemmeno macchinario, che sa già di museo industriale. La fantætimologia – che sbagliando si permette precisioni che i dizionari spesso le invidiano – propone invece infraamore: da infra, ciò che sta sotto, e amore: non nel senso sentimentale, bensì nella sua radice immaginaria, ciò che tiene unite cose che altrimenti si separerebbero. L’infraamore è l’insieme di tutto ciò che non si vede, e che tuttavia continua a far procedere il mondo.
Ogni viaggio possiede il proprio infraamore. E anche ogni essere umano. Abbiamo imparato a desiderare il ponte esterno, raramente la sala macchine: ci interessa il panorama, molto meno ciò che permette allo sguardo di arrivare fino all’orizzonte. Viviamo un tempo che confonde la destinazione con il movimento, e la visibilità con l’importanza. Anche le vacanze sono diventate una forma sofisticata di produttività: bisogna vedere, raccontare, documentare, accumulare tramonti come se fossero ricevute fiscali dell’esperienza. Si parte già con il tornare, il far ritornare le cose, dopo.


E così perdiamo il viaggio, più precisamente: perdiamo tutto ciò che il viaggio deve continuamente dimenticare di sé per poter esistere. La patafisica delle navigazioni – marine, aeree, terrestri e tra le persone – sostiene che una nave non galleggi grazie al principio di Archimede, bensì per la discrezione dei suoi organi interni. È una teoria priva di qualunque conferma scientifica, e proprio per questo sorprendentemente fertile. Se le tubazioni desiderassero essere osservate più del mare, se le valvole pretendessero il proprio selfie, se ogni interruttore reclamasse i suoi like, il traghetto smetterebbe di essere un mezzo, e diventerebbe uno spettacolo. Invece funzionano, e secondo una forma altissima di invisibilità: affinché qualcos’altro possa essere guardato.
Mi domando se il corpo non abbia a che fare con questo.
Siamo attraversatə da condotti invisibili: non solo vene e arterie, che l’anatomia conosce abbastanza bene, ma tubazioni emotive, raccordi della memoria, piccole valvole che regolano il passaggio tra ciò che possiamo sentire e ciò che, almeno per oggi, sarebbe troppo. Esistono giunti che collegano un odore d’infanzia a una decisione adulta senza che ce ne accorgiamo. Esistono flange che tengono insieme il coraggio e la paura, impedendo a entrambə di disperdersi. Esistono pompe minuscole che continuano a rimettere in circolo fiducia, anche quando crediamo di averla esaurita.


Ovviamente nessuna risonanza magnetica le mostrerà mai: appartengono all’ingegneria dell’invisibile organico sotto la pelle, sotto coperta. Forse a-mare significa anche questo: diventare curiosə dell’altrui sala macchine, e non accontentarsi del ponte illuminato, delle conversazioni brillanti dei fuochi artificiali a festeggiare il viaggio, delle fotografie ri-uscite fuoribordo verso il panorama marino. Desiderare conoscere il rumore sommesso degli impianti interiori dell’altra persona, capire quali pressioni sopporta ogni giorno, dove perde energia, quali valvole si chiudono per paura, quali tubazioni sono state riparate troppe volte e continuano, in direzione ostinata e contraria, a reggere.
È un a-mare molto diverso da quello raccontato nelle fotografie delle vacanze che ogni algoritmo di visibilità adora divora. Non cerca l’orizzonte, bensì ciò che rende possibile raggiungerlo. Forse è per questo che le relazioni beccheggiano, imbarcano acqua, a volte affondano, quando vengono costruite sulla parte esposta delle persone. È come innamorarsi della prua, dimenticando che sotto il ponte esiste un organismo intero che lavora senza sosta. E prima o poi la realtà presenta sempre il conto dell’invisibile, delle correnti sottomarine che trascinano verso altra rotta, della mancata manutenzione del comparto macchine che esplode di ruggine salmastra di molti troppi viaggi.


Eppure continuiamo a educarci edulcorarci alla superficie, in buona o cattiva fede, con la benedizione delle cronogalere quotidiane. Conosciamo il nome delle baie, non quello delle cerniere che permettono a una porta stagna di chiudersi al momento giusto. Condividiamo sui social il colore del tramonto, non quello dell’olio che continua a lubrificare gli assi mentre noi brindiamo sul ponte. Celebriamo la leggerezza, ma senza domandarci quale immenso lavorìo, sommerso sovversivo resistente, la sostenga.
Esiste una malinconia particolare nelle cose tecniche: non chiedono riconoscimento, sembrano sapere che il proprio destino consiste nel funzionare e basta. Forse proprio per questo custodiscono una forma rara di bellezza, che non coincide con l’apparire, bensì con il rendere possibile.


Secondo i dizionari, la parola necessario deriva (alla deriva in mare) da radici molto serie. Secondo la fantætimologia, invece, nasce dall’incontro fra nesso e aria: ciò che tiene insieme tutto, anche il vuoto. Mi piace pensare che ogni tubo, ogni valvola, ogni raccordo sia precisamente questo: una piccola macchina per impedire che il mondo si disunisca. Forse dovremmo imparare a guardarli: non per sostituire il mare (l’a-mare) con il metallo e gli ingranaggi, bensì per scoprire che il mare (l’a-mare) non arriva mai da solo. Ogni orizzonte è accompagnato da una quantità sorprendente di materia silenziosa, ogni libertà è sorretta da un’infrastruttura affettiva, biologica, tecnica, che non viene applaudita.
E forse anche queste righe, mentre provano a tenere la rotta per raggiungerti, possiedono tubi invisibili. Ci sono parole che fanno da pompe, altre che tengono la pressione, altre ancora che assorbono le vibrazioni perché il senso non si spezzi durante il tragitto. Se qualcosa di ciò che sto scrivendo arriverà da qui a lì, attraversando tutto questo oceanico spazio vuoto, non sarà per merito della frase più bella, ma di tutta quella meccanica discreta che non si legge mai.
Forse è questo: imparare ad a-mare come si guarda una nave vera, non soltanto per il modo – più o meno veloce, più o meno elegante – in cui attraversa il mare, bensì per l’immensa quantità di vita nascosta che continua, instancabile, a costruire il viaggio dall’interno. Perché ci sono destini che sembrano procedere in virtù del vento, e invece avanzano grazie a una pazienza di tubi, di pressioni, di giunture, di manutenzioni. E forse la forma più consapevole della tenerezza consiste proprio nello scegliere di restare, qualche volta, nella sala macchine dell’altra persona, ad ascoltare il rumore regolare delle cose che non si fotografano, e senza le quali non si arriverebbe davvero da nessuna parte.


