Non si parla delle persone assenti.
Comparse e scomparse nel presepe di Luzzati.
Performance e installazione, 2025.
Giardini Sambuy, piazza Carlo Felice, Torino.

Questa notacritica è qui come soglia possibile, dispositivo discorsivo che accompagna, ma allo stesso tempo è in sincrono, precede, ed eccede l’azione performativa / installativa. Le righe che seguono non inseguono significati e significanti, non sono una spiegazione (preferiamo che ciascuna ciascuno senta che cosa risuona di fronte all’opera), né una giustificazione (che non ne dobbiamo a nessuna nessuno); bensì un campo di forze: slavora per attrito, per scarto, per hacking semantico, nello stesso modo in cui l’azione ha slavorato sul corpo monumentale del presepe.
monumento ∩ tradizione ∩ attrito
Il presepe di Luzzati, nella sua ripetizione annuale, è un monumento temporaneo a cadenza rituale: memoria condivisa, ma normativa. La tradizione non è semplice portato del passato: è macchina di consenso dolce, dispositivo che funziona perché non chiede di essere interrogato. La tradizione natalizia, incarnata dal presepe, opera come sospensione del conflitto. È spazio-tempo pacificato, in cui il dolore è già redento, la nascita è già promessa di salvezza, la povertà è estetizzata. L’azione di inserire tra le figure del presepe quella di una bambina di Gaza la porta al punto di rottura che essa stessa nasconde.
Il contemporaneo fallisce se è stile, impatta se è attrito. È corpo estraneo che non si integra. La bambina di Gaza non è una figura allegorica: è una presenza che disallinea la grammatica del presepe. Introduce un presente che non può essere metabolizzato dalla retorica normativa del potere. Con l’innesto mette alla prova il monumento, che viene lasciato intatto ed esposto nella sua incapacità di includere ciò che eccede il suo orizzonte simbolico.

tradizione ∩ software legacy
Possiamo pensare alla tradizione come software legacy: funziona, è stabile, ma è stato scritto per un altro mondo, altre ragioni, altri poteri simbolici da rendere ufficialivirali. Il presepe di Luzzati gira ogni anno lo stesso codice. L’azione performativa agisce invece come riga di codice inserita senza permesso, modifica non autorizzata che manda in crash l’interfaccia. L’installazione Non si parla delle persone assenti non è aggiornamento ufficiale. È jailbreak. È uso improprio di un sistema chiuso. La bambina di Gaza è un exploit visivo e politico: utilizza la vulnerabilità del presepe – la sua apertura al pubblico, la sua pretesa di universalità – per mostrare ciò che il sistema non è in grado / non è pensato per / non vuole processare.
Definire questa azione come arte non è una rivendicazione disciplinare, bensì una constatazione operativa. Non produrre oggetti, ma alterare flussi. Hacking non come metafora cool, ma come pratica reale: accesso non autorizzato, modifica minima, effetto massimo. Usare il sistema contro se stesso. Allo stesso modo, l’azione utilizza il capitale simbolico del presepe per veicolare un cortocircuito. Non chiede spazio, lo prende. Non propone un’alternativa estetica, ma un bug etico. Questo tipo di arte non è decorativa, egotica oppure conciliatoria. Non è pensata per essere accolta, ma per essere rilevata. Come un errore di sistema che costringe a fermarsi e a chiedersi cosa non sta funzionando.
sensibilizzazione sociale ∩ esposizione del rimosso
Il termine sensibilizzazione è insufficiente (e offensivo) per descrivere ciò che l’arte deve far accadere. Non si tratta di rendere qualcuna qualcuno più sensibili, ma visibile ciò che viene sistematicamente rimosso dal paesaggio simbolico occidentale. La bambina di Gaza non chiede empatia: impone co-presenza. È lì, nello stesso spazio della sacra famiglia, dei pastori, degli angeli. Non è vittima astratta, ma corpo situato. La sua presenza rompe la comfort zone del presepe, che da dispositivo di consolazione diventa innesco di confronto. L’arte non educa, non spiega, non media. Espone. E nell’esporre, si espone a sua volta al rifiuto, alla censura, alla rimozione fisica.

diritto d’autore ∩ proprietà simbolica
L’assenza di autorizzazione (ma da parte di chi? quale contro-parte? non la riconosciamo) è centrale: non è dettaglio logistico, ma componente concettuale dell’opera. Il presepe di Luzzati è protetto da diritto d’autore, ma anche da un diritto d’uso simbolico. Intervenire senza permesso significa mettere in discussione l’idea stessa di proprietà dell’immaginario. Chi possiede un’opera che è diventata rituale pubblico? Chi decide cosa può apparire in uno spazio che è formalmente pubblico ma simbolicamente (e non solo) sorvegliato? L’azione apre una faglia tra legalità e legittimità. Rivela l’illegittimità di un ordine simbolico che esclude sistematicamente alcuni corpi e alcune storie.
corpi ∩ agire
Non è stata un’idea a entrare nel presepe. Sono stati corpi. Corpi che si sono mossi nello spazio urbano, che hanno valutato tempi, sguardi, rischi. Corpi che hanno compiuto un gesto. Questo sposta l’azione dal piano della rappresentazione a quello della performance. Non c’è distanza. Non c’è delega. Il gesto è incarnato. E proprio per questo è vulnerabile. Il corpo che inserisce la bambina di Gaza nel presepe si espone allo stesso modo in cui la figura inserita espone una ferita geopolitica. C’è una continuità tra questi livelli: l’azione non parla dei corpi, ma con i corpi.

