La trasmissione del pensiero.

Performance pubblica.
La trasmissione del pensiero.

Sul corpo epidermico.

comunicazione ∩ corpo ∩ politica
presenza ∩ pelle ∩ sconfini

Questa performance è stata possibile grazie ad Alessia Blu di Mitilene, Rossella Ferrero e Michele Di Erre. Grazie anche a Francesco Seren Rosso.

Alcuni scatti della performance

Per la notacritica
Le vele si spiegano al vento. Notacritica disparallela
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Le precedenti performance.

25/01/25 Tutti i nomi.
Sul respiro come voce.

03/04/25 Frequenze/sequenze.
Sul respiro come soffio.

22/5/25 Snodi.
Sul respiro come misura.

24/7/25 Due pesi due misure.
Su corpo e sguardo.

18/7/25 La trasmissione del pensiero.
Sul corpo epidermico.


Molto mi / me è poco chiaro.
Tuttavia attentare all’ego tentando autocritica.

Scrivo del privato, se mai vi sia del pubblico in questo: così che ci si possa riconoscere, e mi possa conoscere, quel tanto quanto (non) basta, mai.

Sono stato generato da una generazione in generale intrisa (e intristita!) dal valore – valùta, volùta valutazione monetaria – del sacrificio: sacrificarsi, fare sacrifici. Ma sacrifici umani sono state loro: le persone sull’altare sull’ara dei campi arati, coltivati razionaleconomicamente; generazioni come buoi a scarificare la terra e se stesse se stessi; generazioni a trainare (traducendo) il potere seduto a cassetta a batter cassa, seguendo e tracciando il solco che separa, le dicotomie, i dualismi; generazioni a restare sul seminato di ciò che è (considerato sconsiderato) bene e ciò che meno se non addirittura male. Generazioni ad ogni giro di stagione, di vita, il giro di vite a immolare molando sul tornio se stesse se stessi, affilarsi come coltelli per essere efficaci, con l’effetto di affettare il tempo, le energie, il corpo – generazioni de/dicate al lavoro alla famiglia a dio all’io, a quant’altro; e di questo altro quanto come quantificarne bilanci, con la bilancia stessa del poteroppressivo performativo; e che bene e che male ne sono derivati da questa deriva d’intenti della precedente generazione, per se stessi se stesse per le altre persone: la prima, insanabile, contraddizione.

Insomma generazione che si sacrifica, si scarifica, raramente si chiarifica.
Perché.

Pari menti, mentendo in buona o cattiva fede, quella generazione ha sacrificato – oltre che sé medesime medesimi – sul medesimo altare le tempovite altrui; è trapassata passando valori e svalori alla successiva. Figlio di questa generazione, per quel poco che mi disconosco ogni giorno, privilegiato senza rendermene conto, volendone rendere conto, cercando di fare il conto di una serie (televisiva!) di privilegi, porto in me – come porto di mare – navi: in parte partite, in parte ferme, in attesa di prendere la rotta; e attraverso la rottura dell’otturatore fotografare la frattura, le responsabilità le conseguenze di questi miei ereditati privilegi, da decostruire; e con le materie prime scomposte comporre altro, modellando altri modelli che siano: empatici, condivisivi condivisibili, compassionevoli compersionali, alternativi alle alternative (a pagamento, chi paga? davvero) che il potere – sornione – tollera pro pone per andargli contro; e invece proprio espropriarlo del potere, sorprenderlo di sorpresa, sorpresarlo e soppesarlo (sentendone tutto il peso), sorprimerlo e sopprimerlo. 

Questa narrazione: del sacrificio a favore (per fare favore a chi che cosa), questa mortificazione prima di morire; questa ipocrisia dell’ego in crisi che diventa crisma che santifica giustifica i peggio mezzi e per quali fini: il tossico raccontato dal tossico, Renton nel monologo finale di Trainspotting: “il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”.

E qui quindi donde arrivo dove mi trovo: buon viso (a cattivo gioco) traviso, tra la riconoscenza per i privilegivantaggi di cui ho goduto, e (in) certi asettici setting che mi sono stati inoculati nel frattempo, e da cui tento (stento a) liberarmi. Ogni mattina apro la porta di casa metto un piede fuori – ma già da prima ma per dire – ed ecco che: sono coinvolto partecipe responsabile di cose che al mondo non vorrei: sfruttamento fino alla morte di lavoratori di lavoratrici nelle miniere del Sudafrica per l’estrazione di materiali per produrre cellulari epperò il cellulare lo uso; uso (sono usato) dall’auto per andare in luoghi difficilmente raggiungibili con i mezzi pubblici – per fini che magari forse sicuramente ri-tengo buoni epperò finanzio multinazionali petrolifere sporche di sangue; e via scrivendo; per sempre; la; lista; è; infinita.

Allora, che fare, di sé. Attivismo, artivismo, impegno politico, civile, sociale, antagonismo, boicottaggio, sensibilizzazione? E’ sufficiente, efficace? Come valutare risultati conseguenze? Il foglio excel in partita doppia (doppia faccia) di cause effetti dare avere credito debito è pieno di lacune, lagune estuari ma innumerevoli sono gli affluenti in quel fiume di accadimenti nel mentre; nel durante; nell’accanto; nel frattempo. Forse ciascuna ciascuno si sobbarchi si imbarchi, perplessa perplesso nel complesso delle proprie azioni al valzer (dal tedesco walzen girare ruotare volteggiare) delle informazioni in formazioni di pariglie quadriglie e altri passi di danza collettiva connettiva. Capirne il tempo, evitarne i vincoli i vicoli (che fanno diventare) ciechi; aver contezza (addirittura contentezza, sarebbe bello!) di quel che per destino ci è toccato (tirare a) in sorte, insorte persone ma prima di tutto contro se stesse mettendosi in dubbio, lavorandosi, lavandosi dagli apparati statuari statali imparati pregiudizi; lovandosi molto reciprocamente con ricette ricevevoli; magari ripartendo proprio dal corpo, e: fare bene quel che si sa fare, con curattenzione nuova rinnovata. Magra consolazione o sfi-dante dantesca di-scesa nell’imbuto infernale dell’ego da con-tenere insieme, insieme ad altre persone, per altre persone diventi qualcosa e non fine e fine a se stesso. Sorride la contraddizione additiva: pur sempre di sacrificio si parla. Epperò non a un dio né all’io, no, né a tutti i con fondimenti che ne derivano.


I prossimi appuntamenti



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