La trasmissione del pensiero.

Performance pubblica.
La trasmissione del pensiero.

Sul corpo epidermico.

comunicazione ∩ corpo ∩ politica
presenza ∩ pelle ∩ sconfini

Giovedì 18 settembre 2025, presso Trama, via Mazzini 44bis, Torino. La performance si svolgerà dalle 21:30 alle 23:00. Si può accedere in qualsiasi momento, non è necessario prenotare ma è consigliato, perché si partecipa una persona alla volta, e potrebbero esserci tempi di attesa di 5-10 minuti.

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Le vele si spiegano al vento.
Notacritica disparallela
che non svelerà nulla della performance, ma.

Non so se mi spiego, disse il paracadute. Inciampando nei doppi sensi di marcia, in caduta libera causa gravità, gravoso risalire all’origine di questa freddura, a mente fredda ragionando nella stratopausa tra l’una e l’altra preparazione di ben confezionati pacchetti di informazioni, che verranno scartati non si sa in che accezione; oppureppure (a volte ? spesso ? sempre) rimane sulle mani la sensazione che, qualcosa, non sia, arrivato, a destinazione.

Forse il teorema mittente > messaggio > destinatario è maneggevole massaggio ma incompleto, e ci mise sulle premise errate. Per innumerabili ragioni. Perché continuamente siamo parlate parlati – e l’altrui inconscio ne è conscio – dalla nostra biologia: battiti cardiaci, ritmo del respiro, temperatura del corpo, movimenti muscolari involontari, postura delle articolazioni; dalla nostra cultura: parole aperte, chiuse, concetti astratti che rimandano a pre(de)cise strutture gerarchiche e di potere; dalla neurologia: se di corpi in presenza neuroni specchio, se invece – in vece di corpi – simulacri sullo specchio di uno schermo, piccolo di smartphone oppure grande di cinema; dalla fisica: questo suono di voce che vibra nell’aria del traffico cittadino, oppure nel silenzio montano dei duemila metri di quota. E così via / è così suvvia.

Riavvolgiamo il nastro. Salpare – da asserpare, avvolgere come una serpe, riferito alla catena dell’ancora – disancorare il precotto preconcetto che comunicare è questa cosa che: io mando a te, poi tu mandi a me, quando non è affatto così. Si costruisce (e decostruisce, a volte avvolte come le serpi sul caduceo di Mercurio, messaggero divino) a metà strada. Ascoltare tanto attivo quanto parlare: inter sezione di corpi (e che ne espone parte del dì dentro) e immagini che immaginiamo di essi; prima ancora di quel “ciao come stai” tanto frequente quanto acuente domanda di stati d’animi. Il tuo ascolto già mi parla. Le cose che sdirò risuoneranno in te per come tu le capirai, da capere tenere in sé. Siamo disposte disposti a lasciare che ciò accada ci cada dalle mani fuori controllo e sia, oppure già abbiamo: una casella dove incasellare recapitare il messaggio altrui?

Nel 1882 Frederic William Henry Myers introdusse per la prima volta il termine telepatia: il pensiero di trasmettere il pensiero a distanza, senza usare (essere usate usati da) le parole. Figlio di lunga tradizione dicotomica corpo / mente, vestito casual parapsicologico ma scarpe scientifiche quanto basta per darsi credito, pensava di isolare “un pensiero”. Inseparabile dalla voce invece, ogni pensiero è attraversamento semaforico semantico somatico del quale vediamo solo in superficie il traffico, viavai d’api ronzanti da ogni estremità del corpo e del corpo ne portano il nettare: la cicatrice sul dito indice sinistro che distrattamente tormentiamo, il freddo dei piedi in un giorno invernale, la voce profonda carezzevole di persona sconosciuta ma vicina di posto sull’autobus, il sapore di quel caffè bevuto di corsa / in pausa al lavoro; e poi sì, certo, il concetto di quel che vogliamo / vorremmo comunicare, ma nel frattempo che tutto questo avviene, laggiù corrente oceanica profonda. Invece che di tras missione del pensiero, potremmo invece puntodivistare: tras formazione del corpo, ogni volta che si affaccia si contagia si contamina multistrato nell’incontro dell’altrui; a tutta la storia che inconsapevole trasporta, a tutta quella di cui è pervaso, e che travasa.

Vorremmo fosse tutto così, chiaro: comunico, e questo. In stati di grazia avviene, ma sempre – e questo è certo – nel frattempo càpita anche altro: presenze al mondo noi e in noi presente il mondo, toraciche casse di risonanza di distanze e vicinanze, nel tempo e nello spazio, vibriamo continuamente, di noi cospargiamo battezzando sbattezzando il mondo: l’odore lasciato nel letto, un capello perso per strada, l’ombra sul tavolino del bar occupato da un’altra persona…

 

Roccioletti


Le precedenti performance:

25/01/25 Tutti i nomi.
Sul respiro come voce.

03/04/25 Frequenze/sequenze.
Sul respiro come soffio.

22/5/25 Snodi.
Sul respiro come misura.

24/7/25 Due pesi due misure.
Su corpo e sguardo.

18/7/25 La trasmissione del pensiero.
Sul corpo epidermico.

 

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Vi garantisco, io ve lo giuro: sono così interessata, appiccicata, morbosamente ghiotta, e obesa di vita proprio, sono così interessata alla vita che mi interessa pure la morte, che di essa è il finale; e mi astengo dal giudizio che sia qualcosa di bello o di brutto, perché è qualcosa che ci accade, e quindi tutto quello che ci accade è osservabile; tanto più l’indicibile, quello che cammina nel sottosuolo, quello che in genere non compare mai, che non abbiamo il permesso di dire, che non abbiamo il coraggio di dire… quanto parlo beeene, quanto parlo beeeeeene, ma guarda che è una cosa!

– Anna Marchesini, 3 novembre 2014.

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Identità. Workshop di arti performative.

 

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Rinominare il file?

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“Da un paio d’anni, più o meno da quando è nata la Settimana Sovversiva, mi sono fatto una promessa: non regalerò la mia vita personale ai social commerciali. Ho ancora un account di Instagram, che uso per fare propaganda sui temi che mi stanno a cuore e per ricondividere le locandine degli eventi dove suono come Kenobit. Basta. Lì non pubblico nemmeno un pixel della mia vita personale, perché mi fa stare male l’idea che finisca nelle mani di Meta. Perché devo regalare qualcosa di intimo a un’azienda che lo userà per vendere paccottiglia e rinforzare la sua posizione di dominio? E per cosa? Avendo fatto il content creator ed essendo avvilito dalla sola esistenza del termine, mi sembra disumanizzante che la mia vita diventi content. Il mio lato umano, non professionale e chiacchierone, lo riservo al Fediverso, dove non c’è pubblicità e l’unico obiettivo è stare insieme e socializzare. Lì non c’è lavoro, ma solo il piacere di condividere pensieri ed esperienze con persone affini. In quel contesto mi sento a mio agio a pubblicare tutto ciò che non voglio più dare a Instagram: una foto con amici, un cane che ho visto in giro, lo screenshot del videogioco che mi sta piacendo. Mi piace farlo, perché mentre un post su Instagram, anche senza pretese, si inserisce immediatamente nelle dinamiche numeriche e competitive della piattaforma, un toot su Mastodon è gloriosamente inutile. Non è lì per farmare engagement, ma solo per ispirare confronti e contatti umani, senza secondi fini. Mi fa stare bene.”

– Kenobit

Liberare il mio smartphone per liberare me stesso
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