Roccioletti - cover

Mise en abyme.

Mise en abyme.
Sea, polaroid b/w, pillow.
25 December 2021.
Installation.

Mise en abyme.
Mare, polaroid b/n, cuscino.
25 dicembre 2021.
Installazione.

 

Roccioletti

 

Mise en abyme: espressione usata per la prima volta nel 1893 da Andrè Gide nei suoi diari. Secondo Lucien Dallenbach: “Ogni inserto che intrattiene una relazione di somiglianza con l’opera che lo contiene”.

 

Roccioletti

 

“La fotografia (così come l’arte) potrebbe far parte di un delirio paranoico all’interno del quale non si può fare altro che saltare da un livello a un altro, senza poter uscire da questo circolo vizioso fatto da cerchi concentrici / livelli che ruotano intorno a una matrice tirannica. Come trasformare questo delirio paranoico in quello che Deleuze definisce delirio passionale, fatto di segmenti che si dispongono uno dietro l’altro nell’ambito di una linea retta che va in una direzione, creando un ritmo, un percorso, una fuga? Non è che il rapporto tra fotografia e musica sia molto più stretto di quanto si sia portati a immaginare?”

M. De Bonis, 2011.

 

Roccioletti

 

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Work in progress 1.
Ancora senza titolo.

Progetto di e con Amalia de Bernardis.

Il progetto che mi è stato proposto da Amalia prevede che per un tempo prefissato (dal 6 al 23 dicembre) io sia documentato: che cosa sto facendo, dove, quando. Ovvero: io sia trasformato in informazione riproducibile, cioè dati, che verranno poi tradotti da Amalia in una installazione tangibile.

 

Roccioletti

 

Nodi da sciogliere, o da stringere.

La raccolta di queste informazioni è arbitraria. I due estremi: raccogliere tutti i dati (ma tutto è misurabile, archiviabile, riproducibile?) oppure raccogliere alcuni dati (chi decide quali sono significativi?). Nel secondo caso, forse l’unico percorribile, si generano premesse che contengono il destino dell’opera: un simulacro parziale, che rappresenta in realtà chi ha effettuato la scelta dei dati. La vera presenza risplende anche della sua oscura assenza, nei dati taciuti, non ritenuti significativi, oppure sfuggiti al pettine.

Gli strumenti diventano i dati. Per raccogliere le informazioni che riguardano un corpo si possono usare vari strumenti. Dove si trova: app di geolocalizzazione e tracciamento. Che cosa fa: video, audio. Residui: le sigarette fumate, il sudore sugli indumenti etc. Questi, e tutti gli altri strumenti, non solo influenzano la raccolta dei dati, bensì diventano il corpo del simulacro (il colore delle linee sulle mappe, la qualità dei video, etc), anzi si sostituiscono al simulacro stesso.

 

Roccioletti

 

L’esistenza non ha una struttura narrativa, se non nella nostra mente, alla selezione dei fatti che consciamente inconsciamente mettiamo in ordine per darle un senso, sia come *significato che come *direzione. Il pubblico dell’opera (del simulacro) si aspetta una narrazione: colpi di scena, conflitti, soluzioni. Se alcuni dati sono video, il pubblico cerca un film. Ma se i video raccolti, invece, simulacrano azioni banali quotidiane, la mancata soddisfazione dell’aspettativa produce sconcerto (che non è lo scopo della raccolta dei dati) oppure misunderstanding: è portato a pensare che lo scopo sia produrre un non-film, quando in realtà vorrebbe rappresentare tutta la vita, pur sapendo di non poterlo fare davvero.

 

Roccioletti

 

Infine, come oggetto dell’osservazione, so che in quel lasso di tempo i miei dati verranno raccolti. Consciamente o inconsciamente cercherò di fornire dati che considero significativi / rappresentativi, e di tacerne altri. La ricerca del dato reale, spontaneo (privo della mia narrazione) è possibile forse solo se sono inconsapevole di quanto sta avvenendo.

 

Roccioletti

 

Che cosa accadrà ora: Amalia sceglierà come lavorare tutto il materiale raccolto, e come disporlo al pubblico in forma di installazione. Per me, per ora, è stata la conferma di parte del lavoro che già porto avanti con le mie performance: sapermi in parte altrove, in altra forma, non appartenermi intero. E che molto si gioca sulla consapevolezza e l’accettazione che quello che raccontiamo di noi è: parziale, scelto da noi ma soprattutto da ciò che parla per noi senza che lo sappiamo (culturalmente e individualmente). Lo struggle di ogni relazionarsi è dovuto anche a questo: al fatto che vedono noi, là dove c’è altro che parla di noi, e in che modo.

 

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Work in progress 2:
performance pubblica in teatro torinese.

I posti sono tanti, ma è consigliato
prenotarsi per tempo.

Questa è la pagina dei contatti.

 

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“Un corpo si forma anche in questo modo: nel movimento mai compiuto, mai perfetto, di avvicinamento e distanziamento, nel viluppo di uno sguardo che si fa tatto, e di una carezza o di un contatto che poi, nel distacco, diventa ancora sguardo. Il corpo è sempre tra un troppo vicino e un troppo lontano.

– M. Ghilardi
“Derrida e la questione dello sguardo”

 

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