Tutto in parte – cado in contraddizione – forse dipende da questo: ci sono persone che hanno un luogo morbido dove cadere, e persone che un luogo morbido dove cadere non ce l’hanno.
Questa suddivisione può trarre in inganno per la sua semplicità, ma: a considerare attentamente – e attentando agli stereotipi – la natura delle cadute, e quella dei luoghi morbidi o meno dove si cade, ecco il quadro si complica; e se prendiamo atto anche dello scorrere del tempo: diventa inestricabile. Non si farà qui alcuna distinzione tra metafora e significato letterale di caduta e luogo morbido (o meno): non c’è persona al mondo che, almeno una volta nella vita – ma sono molte, molte – allo stesso tempo metaforicamente e letteralmente non si sia trovata ad essere nell’una, oppure nell’altra condizione; basta lasciar parlare la memoria, ma dei corpi.
La natura delle cadute si esprime a sua volta in inciampi e traiettorie.
Gli inciampi possono essere eventi casuali – se non si vuole ricomporre a ritroso la concatenazione dei moventi – oppure eventi causali, se si necessita attribuirne la colpa a qualcosa o a qualcuno, quando qualcuno o qualcosa ci sgambetta di proposito (sì, che una cosa possa avere un proposito è questione da approfondirsi, prima o poi).
Ad esempio: ci sono inciampi che sono sassi ben piccoli, dettagli dell’altrui comportamento o portamento che non par vero potessero e addirittura far cadere, ma in quel momento precisamente piazzati sul cammino, e ci sono volute ere geologiche perché arrivassero, e proprio lì; oppure gradini verso l’altra persona che si valutarono meno alti di quel che invece effettivamente, mentre che il cuore era già oltre l’ostacolo; buche di gesti mancati, di assenze voragini delle quali non si ha avuta contezza, ammirando il paesaggio oppure volgendo l’attenzione ai pensieri. Ci sono bucce di banana di frasi dette per caso, lasciate a terra senza cura delle poi conseguenze. Ci sono superfici ghiacciate delle indifferenze altrui, e si pensava di poterci pattinare; scivolose di pavimenti appena lavati da traumi recenti che hanno sparso sangue, lacrime, sudore; ci sono folate improvvise di vento di cambi d’umore in giorni estivi, e ci si stringe, ma persa la presa, l’equilibrio, si cade.
E si cade: dai tetti delle case a lungo abitate, dai balconi degli alberghi giusto di passaggio, dai trapezi a congiungere due punti appuntamenti nello spazio, e dalle prese di trapezisti mancate; si cade dai rami d’albero saliti insieme per gioco o per coglierne frutti; dai sentieri esposti su vette che si sono sottostimate. Si cade dai letti d’amore, dalle scale musicali, dalle sedie sulle quali in piedi si voleva solo cambiare una lampadina per far un poco di luce sulle vicende; si cade dalla torre d’avorio della carta dei tarocchi (ma non cade eternamente l’appeso ma nemmeno risale). Ci sono cadute dal basso di alti ideali e dall’alto dei bassi istinti. Si cade a fagiolo, si cade dalle nuvole, si cade in disgrazia; si cade dalla padella alla brace, si cade in depressione, cadono i fulmini, i fiocchi di neve, i petali dei fiori di pesco ad Okinawa, a fine gennaio. Si cade quando scade una promessa con la data di scadenza, nella cadenza di cose rimandate. Si cade come la mela di Newton, ma senza Newton che ne spieghi il perché.
E quindi le traiettorie, una volta che, inevitabilmente? la caduta è iniziata. Ci sono, ad esempio, cadute a peso morto morta la speranza in discesa dritta; cadute alla frenetica ricerca di un appiglio qualcosa qualcuno che ci tenda la mano; cadute di chi già guarda dove andrà a cadere sa già come quando andrà a finire, e cadute di chi lo sguardo ancora tiene verso il luogo da cui cadde. Cadute che sono partenze, e cadute che sono ritorni; angeli caduti e caduchi demoni. Ci sono cadute veloci che scusa ma come è possibile era solo ieri che, e cadute lente che si contano in anni. Cadute in compagnia, all’unisono oppure sfalsati sfilacciati i rapporti, e cadute solitarie.
Ci sono cadute che sono jeté assemblé échappé passi di danza, coreografie aeree di pensieri castelli in aria di sabbia che gocciola nella clessidra; cadute pregevoli come tuffi olimpionici; cadute ad occhi chiusi essendo caduto per caso lo sguardo su; cadute silenziose che tutte le persone si voltano a sguardare, e cadute urlate che nessuna persona se ne accorge. Ci sono persone abituate assuefatte avvezze addestrate alla caduta; altre che ogni ultima volta è la prima; altre ancora che proprio non se la aspettavano, altre che non vedevano l’ora e come si è fatto tardi presto; altre persone ancora che se la sono cercata: la caduta perfetta. Ci sono le cadute dei clown, che si sanno false ma fanno ridere, le cadute da stunt-man, che si sanno false ma fanno paura, e le cascate del Niagara Falls in Love, che non smettono di cadere dall’ultima era glaciale, 12.000 anni fa. Ci sono le cadute di persone che professano religioni come il bungee-jumping e il paracadutismo.
Infine, i luoghi dove la caduta termina: possono essere morbidi oppure no; e le innumerabili sfumature tra questi due estremi. Si potrebbe pensare sperare che sia soggettiva, la morbidezza o meno del luogo dove si cade, e probabilmente questo ha un peso (che per definizione cade) per tutti quei luoghi che fanno media morbidezza / durezza. Tuttavia, più si cade dall’alto, oppure soprattutto male, e meno pesa la propria impressione personale. Ad esempio: ci sono luoghi morbidi e accoglienti, materassi di piume di carezze inaspettate, oppure vasche di palline colorate di una persona amica che smagica un sorriso; ci sono reti di protezione per chi pratica l’equilibrismo da poco tempo insicurezza, e reti di sostegno contegno per chi pratica l’equilibrismo da molto tempo ma troppo in sicurezza.
Ci sono laghi di acque cristalline confidenze, e di fieno balle raccontate che rotolano nonostante le gambe corte; ci sono luoghi morbidi dove cadere come rimorchi pieni di peluche buffi; cadute tra le pagine di un libro letto per distrarsi fino a tarda notte. Ci sono luoghi deserti aridi e senza anima viva; rocce taglienti che fanno a pezzi; cumuli di rifiuti e respingimenti acuminati; cespugli di spine senza rose; ci sono pavimenti in marmo lucidissimo che fanno riflettere, e marciapiedi freschi di catrame nuovo mai calpestato prima. Gli esempi potrebbero continuare: e alcuni di questi luoghi dove si cade stanno, fermi: affrontando o trascurando il rischio di una caduta già si sapeva o non si sapeva come (dove, quando) sarebbe andare a finire. Altri luoghi, invece, si muovono (ci smuovono), ed è coincidenza fortuita o grande mira il bacio tra la caduta e il luogo morbido d’atterraggio.
Già, l’atterraggio. Gira voce di quella persona che durante la caduta diceva “fino a qui, tutto bene”, a rimarcare persuadere convincere che precipitare non è il problema, solo l’atterraggio lo è.
Ma io non credo a questa storia.
Perché la caduta prima o dopo è inevitabile, l’atterraggio oppure lo schianto pure, si può discutere e molto e a lungo senza trovarsi (nello stesso luogo, allo stesso tempo) d’accordo sulle cause, sulle conseguenze. Ma, nel frattempo, si cade. Ed è tutto lì, in ciò che accade nel (bel) mezzo, che forse c’è margine per una scelta. Ogni caduta sono i versi di un universo poeta che fa della gravitazione universale la sua penna, e degli a capo il suo tempo. Il tempo di ogni caduta è quel che davvero abbiamo: lo spavento e l’ebbrezza, il rimorso e l’impazienza, il ricordo e la speranza, la rassegnazione e il volo. E poi c’è chi decide è deciso essere, a sua volta, luogo morbido dove possa un’altra persona cadere. De sideranti stelle cadenti, esprimi non un desiderio, esprimi il desiderio.
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appuntamenti, persone, misure
e doppie esposizioni.
Pentax K2 del 1975,
obbiettivo Vivitar 52 mm 1:4.5
Scatti analogici e poi digitali, 2025.
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