La distanza

“Se dovessi dirti… un filo conduttore che ha accompagnato tutta la mia vita… ecco, il concetto di distanza. Mi ci sono voluti anni per capirlo, ma la giusta distanza… anzi no, non giusta… forse necessaria… la distanza necessaria è stata una cosa con la quale mi sono sempre dovuto confrontare. Peccato non averlo capito prima. Ormai sono vecchio, eh. Sai, non mi piace lamentarmi. Però, la distanza…”

Ho acceso il registratore qualche minuto fa, e già vorrei metterlo in pausa, per ripetergli – al pugile in pensione che mi sta raccontando la sua storia – che ho bisogno di fatti, sono quelli che tengono il lettore incollato alla pagina: la narrazione. Potrei fregarmene, ovviamente, mi pagherà lo stesso, a lavoro finito; non gli credo, quando dice che la sua è solo un’autobiografia per parenti e amici; la proporrà sicuramente a qualche editore, magari farà il mio nome. Scrivere per conto di altri è solo un ripiego, per me, ma comunque non vorrei vedermi associato ad un testo brutto.

Sul ring questa sera due concittadini, si battono per il titolo locale. Che tra i due non scorra buon sangue è cosa nota da tempo a tutti noi della cronaca sportiva. Si preannuncia un match interessante. Borghesi ha iniziato aggressivo e coraggioso, generoso nello spendere energie per chiuderla in fretta, sempre il primo ad attaccare, ottime finte; tuttavia fa i conti con la tecnica molto solida di Franceschi. Gli avversari prendono le misure, si studiano, per ora nessun pugno degno di nota, molto agili negli spostamenti sul ring e altrettanto chiusi nella guardia.

Fu un suo nipote a mettermi in contatto con lui. Trovò il mio annuncio su Facebook: “Vuoi scrivere la storia della tua vita? Sono a tua disposizione…” eccetera eccetera, con quel tanto che basta di precedenti pubblicazioni per convincere potenziali clienti. “Mio nonno da anni dice che vorrebbe scrivere la sua autobiografia, così abbiamo deciso di regalargli questa opportunità…” mi spiegò. Quando lo vidi, sapendo che era stato un pugile, d’istinto gli studiai le mani. Erano semplicemente quelle di un ottantenne, non notai niente di strano. La fede all’anulare, le vene sporgenti, violacee. Le orecchie, invece, a cavolfiore, come si dice nel gergo, quelle erano un indizio: nel corso della sua esistenza, quel vecchietto un po’ sovrappeso che avevo davanti aveva preso e dato pugni. Più preso che dato, probabilmente, visto che non ha mai vinto nessun titolo importante.

“La distanza. La distanza giusta è sempre stato un fatto importante… Se sei troppo vicino, vedi solo dettagli e ti sfugge il quadro d’insieme. Se sei troppo lontano, non cogli gli aspetti essenziali della cosa e la sottovaluti. Ci spostiamo continuamente, per trovare la giusta…no, di nuovo, vedi? Dico giusta, ma non è questa la parola. Non voglio che passi l’idea che sia una cosa… facile, piacevole.”

Prosegue, alzando la guardia come se stesse per combattere, i pugni all’altezza del viso. Poi apre le mani, i palmi rivolti verso di me, sembra davvero che stia misurando una distanza che solo lui percepisce. Lo lascio parlare. Sistemerò in un secondo tempo, sbobinando la registrazione, magari suddividerò questa digressione filosofica tra la descrizione di un match e l’altro, così da renderla meno noiosa per il lettore. Non che la sua vita non sia interessante: qualche aneddoto della Seconda guerra mondiale, retroscena del mondo della boxe… ad un certo punto della sua vita si è reso conto che gli piaceva leggere, molto… per il resto, tocca a me trovare in questa storia qualcosa di universale, che possa interessare chiunque.

Ricordo che prima di lanciarmi in questa iniziativa di scrivere le storie degli altri avevo molte perplessità. Ne parlai con un amico, anche lui appassionato di scrittura, di grande esperienza, editor per due case editrici importanti. “E se non c’è niente di interessante, che faccio?” gli chiesi. “C’è sempre qualcosa di umano, quindi di appassionato e di tragico, che risuona nella vita di ciascuno di noi” mi rispose “tutto sta nel saperlo portare alla luce.” Non mi convinse davvero, non ho mai creduto che l’universo sia obbligato ad assegnare a tutti in base a criteri di equità, per il semplice fatto che siamo venuti al mondo. “Non è sbagliato forzare la mano, cercare per forza questa cosa?” replicai. Alzò le spalle, espirò una boccata di fumo. “Anche una storia non interessante, mettiamola così, sarebbe significativa. Racconteresti l’ingiustizia della mancanza di opportunità, di equità, di fortuna, chiamala come vuoi. Ma chi vorrebbe mai leggere una storia così?”

Colpo di scena al secondo round, Borghese porta a destinazione una bella combinazione di colpi, gancio, finta, gancio e poi affondo con il destro allo zigomo, Franceschi ne risente, perde l’equilibrio. L’arbitro non convalida il knock-down, giudicandolo causa di una scivolata accidentale. Il pubblico rumoreggia, quella dell’arbitro è una decisione palesemente errata, è evidente che Franceschi ha accusato il colpo. Borghese non sembra lasciarsi abbattere dal torto subito, sbatte i guantoni tra di loro, riprende ad attaccare a spron battuto.

Si guarda intorno, il vecchio, la credenza e il tavolo di legno scuro, le tende da cui filtra un po’ di sole di aprile. Mi chiedo, da quando lo conosco, che cosa faccia il resto del tempo, quando non ci vediamo per scrivere, da solo in questa casa. Si guarda intorno il vecchio e sembra aver perso per un attimo il filo del discorso, ma è normale, quando si scrive un’autobiografia, per questo ho insistito che mettessimo in scaletta, fin dall’inizio, periodi della vita, eventi salienti. Restare sul pezzo, lucidi. Quasi nessuno ce la fa, da soli è ancora più difficile. Non si può scrivere così, facilmente, la propria autobiografia. Finché non ce l’hai davanti, finché qualcuno non ti chiede sul serio di raccontare tutto di te… è come se non ti conoscessi davvero.

“Se sei troppo vicino all’avversario, se lo conosci troppo, non puoi odiarlo più… capisci che cosa intendo? Riesci a odiarlo perché te lo figuri nella mente in un certo modo, da una certa distanza. Ti serve, devi sconfiggerlo, quello è il ruolo nel film che ti sei fatto nella tua testa e il finale che desideri, allora lo immagini così, per il tuo scopo. Se ti allontani troppo da lui diventa una figura sfocata, indistinta, l’odio scema. Se ti avvicini troppo, stesso risultato: scopri che proprio come te l’avversario soffre per quel brutto colpo al sopracciglio, ti rendi conto che adora la pasta con il ragù come piace a te, che lo scorso anno è andato in vacanza al mare vicino a dove vai tu, anche lui avrà preso il sole godendosi un po’ di pace…”

Ha cambiato tono, non so se per stanchezza o confidenza. Mi guarda, sorride, gli occhi acquosi tra le rughe, come se quella, la distanza dal nemico, fosse una cosa che sappiamo entrambi bene. Ci rifletto, in fondo vale anche per quello che stiamo facendo ora: se fossi troppo coinvolto nella sua storia non avrei la giusta… no, come dice lui, la necessaria distanza per raccontarla, per puntare la luce su aspetti di cui nemmeno lui si rende conto; non dovrei mettermi in gioco per immedesimarmi, uno sforzo che poi, il lettore, percepisce, in modo inconscio forse, ma da cui è attratto. Lui continua a sorridere, come se volesse che vada avanti io. La casa è silenziosa, si sente solo il ronzio del registratore, annuisco, abbasso lo sguardo, fingo di prendere appunti.

Circa un mese fa mi ha telefonato il nipote, per dirmi che al vecchio era stata diagnosticata la punch drunk syndrome, ovvero l’encefalopatia cronica progressiva. “Ma ce l’aspettavamo, eh, dieci pugili su cento ce l’hanno, alcune statistiche dicono anche di più, io già avevo dei sospetti per certi momenti che l’ho visto confuso, è una cosa che si scopre solo dopo molti anni…” “E lui lo sa?” gli ho chiesto. “Sì, tutti i pugili lo sanno, che c’è questo rischio, lo mettono in conto…” Quando ha riagganciato ho cercato informazioni in internet. Un numero eccessivo di colpi portati al cranio causa lesioni cerebrali, e quindi disturbi della memoria, rallentamento del linguaggio, nei casi più gravi aggressività e stati paranoici. Un giorno fu il vecchio ad affrontare l’argomento – io non l’avrei mai fatto, di mia iniziativa, per discrezione – “visto che fregatura?” disse con una smorfia strana, un sorriso amaro, poi si picchiettò con l’indice la fronte “troppa esperienza, e invece di essere più sveglio, sei più offuscato. Il cervello si fa pregiudizi. Non è più fresco come una volta”.

Match ricco di imprevisti, Borghese perde l’equilibrio sparando un destro potentissimo che però non va a segno, quella è una spalla lussata, fa mezzo passo per rimettersi dritto, Borghese si è lussato una spalla, muovendola in quel modo, attenzione. L’arbitro non ferma l’incontro. Borghese continua a combattere, ma è chiaro a tutti che è in sofferenza, non usa più il destro, sembra faccia fatica a tenerlo alzato. Franceschi ovviamente ne approfitta, abbandona più spesso la tecnica per portare colpi sempre più veloci e forti, vuole fiaccare l’avversario.

Ho già sbobinato un centinaio di pagine, da quando abbiamo iniziato, spesso penso sia un lavoro che comunque mi viene pagato meno di quello che dovrebbe. E’ faticoso, sono ore passate davanti allo schermo, gli auricolari nelle orecchie, play e stop, play e stop, e poi rileggere, rimettere in sesto, tagliare, cambiare di posizione. Fortunatamente il vecchio non è noioso, anzi, ha una certa abilità nel raccontare, soprattutto gli eventi sportivi, le sensazioni che si provano sul ring, l’adrenalina, le aspettative, la paura, il sudore addosso, il dolore. Le ore di allenamento, sempre lo stesso gesto, per giorni, mesi, anni, fino a farlo diventare proprio, fino a che se lo ricordano i muscoli, prima ancora che la testa. Oggi però sembra stanco, oppure perso in pensieri che prova a rendermi chiari parlandone, come se servisse a lui stesso sentirseli dire.

“E’ lo stesso è per l’amore. Se conosci l’altro da troppo vicino, non funziona…”

Mi ha raccontato che sta con la stessa donna da quando aveva ventinove anni, si sono sposati, due figli, tre nipoti, lei è mancata per un brutto ictus qualche anno fa, all’età di sessantanove anni. La sua biografia è piena di episodi romantici con lei. Un po’ troppo scontato, il fatto che lei non voleva che lui combattesse, alle volte la vita assomiglia ai luoghi comuni; e se la racconti così, il lettore si insospettisce, non ci crede. E poi l’esistenza ha i suoi lunghi tempi morti, le sue ragioni indicibili, scrivere la propria biografia significa fare i conti con le semplificazioni, il raccontarsela come piace, pochi accettano di scendere a fondo nelle sconfitte, nelle bassezze, nel fatto che sia spesso in mano al caso e non di nostra proprietà.

Durante il minuto di pausa tra un round e l’altro Borghese al suo angolo si è fatto risistemare l’osso della spalla nel suo alloggiamento, ma un altro colpo molto potente che non riesce a portare a segno – Franceschi è balzato indietro, ottimo occhio per le distanze – e di nuovo sembra che la spalla sia fuori uso. Adesso Borghese non riesce nemmeno più a tenere la destra alta, sta boxando solo con la sinistra. Franceschi è una furia, e vuole finirlo, è una tempesta di pugni, posso vedere distintamente il sudore di Borghese che schizza via dal corpo ad ogni colpo dell’avversario.

Il fatto che mi abbia detto questa cosa mi lascia perplesso. Mi sembra una cosa indiscreta, contrastante con quello che mi ha raccontato fino ad ora del rapporto bello, senza ombre, con sua moglie. Come fai a stare tutta la vita con qualcuno che non conosci fino in fondo, gli chiedo. Mi è uscita così, la domanda. Sono pronto a chiedergli scusa, è un uomo d’altri tempi, non vorrei averlo offeso. Lui inspira profondamente, guarda in alto.

“Prendi me, per esempio. Ci ho messo una vita a capire che non ero fatto per il pugilato. Avrei voluto, con tutte le mie forze, nonostante questo mi è sempre mancato quel qualcosa in più. E’ stato difficile ammetterlo, in primis con me stesso. Quindi, per rispondere alla tua domanda, su come fai a stare con qualcuno che non conosci del tutto: accetti il fatto che anche l’altro è alla scoperta di quello che è, proprio come te. Se ti innamori di questo, allora sei su un gradino diverso, con quella persona.

Inaspettatamente, Borghese avanza invece di indietreggiare. Accorcia la distanza, passa tra un pugno e l’altro di Franceschi, che non ha più spazio per caricare i colpi e si trova l’avversario letteralmente tra le braccia. Borghese ha ancora il braccio destro penzoloni, la spalla lussata malamente. Carica con tutta la forza che gli è rimasta il sinistro, pronto a portarlo al mento dell’avversario con un montante, in un gesto disperato e risolutivo che ribalti la situazione, cercando spazio tra il suo sterno e quello dell’altro. Franceschi capisce, prova a fare lo stesso. L’arbitro non li separa, per un istante che sembra eterno restano abbracciati così, sul ring, finché ecco il tempo riparte, il pubblico è in piedi e urla eppure si sente distintamente il rumore di un guantone che colpisce, e sono ancora lì, abbracciati, non si capisce chi ha colpito chi.

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