Giustizia 2.0

A: Prima di tutto, grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista.
B: Grazie a lei.
A: L’argomento è complesso, e già si è letto molto di voi sui giornali…
B: Sì, se ne sono sentite parecchie su di noi, l’opinione pubblica si è divisa.
A: Direi di provare a ricostruire i fatti dall’inizio. Quando è iniziato tutto?
B: Quattro anni fa. Ho iniziato da solo. E’ stata una mia idea.
A: Che cosa è successo esattamente?
B: Su Facebook un pedofilo ha provato ad adescare mia sorella. Lei me lo disse…
A: Non pensò di denunciare il fatto alla polizia?
B: Ero furibondo, pieno di schifo. Volevo fare qualcosa, subito. Ho agito d’impulso.
A: Allora, che cosa accadde?
B: Feci gli screenshot delle conversazioni di questo tizio, e le misi su Facebook.

A: Non ha temuto ritorsioni da parte di quest’uomo?
B: Era lui che doveva vergognarsi. Tutti dovevano sapere. Lo avrebbe rifatto con altre.
A: E poi, che cosa è successo?
B: Che è partita la gogna mediatica. Centinaia di ricondivisioni e commenti.
A: A questo punto che cosa ha fatto?
B: Vogliamo darci del tu? Sarei più a mio agio.
A: Certo, grazie.
B: A quel punto ho iniziato a elaborare un’idea. Un gruppo su Facebook.
A: Quale gruppo? Con quale scopo?
B: Con lo scopo di denunciare pubblicamente persone spregevoli.
A: In che senso, spregevoli?
B: Persone spregevoli. Pedofili, molestatori, violenti contro le mogli, eccetera.
A: Come facevi a trovare queste persone?
B: La cosa è diventata grossa un po’ alla volta.
A: Facevi tutto da solo?
B: No, si sono uniti a me altri due amici, e poi altri due che condividevano l’idea.
A: E che cosa facevate?
B: Ad esempio preparavamo trappole. Falsi profili di ragazze minorenni sui social.
A: E quando qualcuno le contattava…
B: Screenshottavamo tutto, e poi pubblicavamo.

A: Mi hai parlato anche di molestatori o violenti…
B: Sì, man mano che la cosa si è ingrandita, iniziavano ad arrivare segnalazioni…
A: E come le verificavate?
B: Nel limite del possibile, raccogliamo informazioni da chi denuncia il fatto…
A: E poi pubblicate tutto.
B: Esattamente. Nel giro di quattro anni è diventata una cosa enorme.
A: Alcuni parlano di voi come di un’organizzazione… del fango.
B: Sì, lo so. Abbiamo centinaia di migliaia di follower, e riceviamo centinaia di messaggi.
A: Nessuno vi ha mai denunciato?
B: Sì, certo, abbiamo diverse denunce a nostro carico. Anche minacce.
A: Ma non siete ancora mai stati in tribunale.
B: No, per ora no. La giustizia, vedi, è lenta. Ottenere dati da Facebook anche…
A: Facebook non ha chiuso il vostro gruppo…
B: No, anche se molti lo hanno chiesto. Per ora il gruppo è attivo.
A: Nel corso della vostra… attività, vogliamo chiamarla così?
B: Sì…
A: Avete anche avuto a che fare con personaggi famosi…
B: Sì, un politico e un industriale.
A: Che cosa facevano?
B: Uno favoreggiamento della prostituzione…
A: Come l’avete saputo?
B: E’ stata una delle ragazze costrette a prostituirsi a dircelo…
A: E l’altro?
B: Fregava soldi un po’ a tutti: fornitori, operai…

A: Ed è qui, forse, che è esploso il vostro caso, siete finiti sui giornali.
B: Sì, le nostre foto sono state riprese dalla stampa, ci sono stati articoli…
A: Affrontiamo allora la questione spinosa. Ci sono altri che dovrebbero…
B: Sì, lo sappiamo. La polizia, i sindacati…
A: Vi fate giustizia da soli.
B: No. Noi mettiamo a disposizione di tutti le prove. Anche della polizia, se vogliono.
A: E infatti alcune indagini sono partite proprio dai vostri post…
B: Esatto.
A: Non avete mai avuto paura delle conseguenze?
B: Per noi? No, certo facciamo attenzione ma no…
A: No, paura per i familiari delle persone che voi denunciate, dico.
B: Ritorsioni, oppure che facciano qualche sciocchezza?
A: Esatto, che la gente si faccia giustizia da sola, oppure che si facciano del male…
B: E’ accaduto, in passato.
A: Che cosa, di preciso?
B: La moglie di un pedofilo ha preso la macchina, ubriaca, è andata a sbattere…
A: Un tentativo di suicidio, forse?
B: Così ci hanno detto.
A: Non vi sentite in colpa?
B: No, cioè non so gli altri che lavorano con me, ma personalmente no.
A: Perché?
B: Perché se ti comporti male, prima o poi ti accade qualcosa di brutto.

A: Convieni con me che sei ai limiti della legalità, anzi forse anche oltre…
B: Noi non facciamo altro che alzare uno specchio. E ti facciamo vedere chi sei.
A: Alcuni giornalisti hanno scritto che voi fomentate l’odio.
B: Questi personaggi orrendi non meritano odio?
A: Disapprovazione, ma poi dovrebbe pensarci la legge a…
B: Credi che non lo sappia?
A: Che cosa?
B: Che dovrebbe pensarci la legge.
A: E allora?
B: Ma non lo fa. Hanno le mani legate. Non hanno fondi, molto spesso…
A: Fondi per cosa?
B: Risorse per fare loro quello che facciamo noi. I finti profili, la caccia ai pedofili…
A: Questo non giustifica il vostro operato…
B: E intanto questri schifosi continuano a mietere vittime.
A: Non temete che la cosa possa sfuggirvi di mano?
B: Non saprei cosa risponderti…
A: Come giustificate il fatto…
B: Noi non abbiamo bisogno di giustificazioni.
A: In che senso?
B: Sappiamo la gravità di quello che facciamo. I rischi.
A: Ma non smettete di mettere alla gogna…
B: Anche noi vorremmo un mondo ideale in cui chi sbaglia paga. Ma non è così.

A: Sappiamo però che poi è successo anche altro…
B: A che cosa ti riferisci?
A: Ad un certo punto, si dice che siate passati all’azione.
B: Sì, so di quelle storie, ma non siamo noi.
A: Vuoi spiegarci?
B: Alcune persone che abbiamo denunciato hanno ricevuto mail di minacce…
A: Non solo, ma anche telefonate, aggressioni verbali per strada…
B: In una città qualcuno una volta ha appeso un poster di dieci metri per cinque…
A: Sì, ricordo l’articolo sul giornale. Con il volto di uno dei vostri denunciati…
B: Una specie di viral marketing al contrario.
A: Sinceramente, sono in imbarazzo…
B: Per quale ragione?
A: La gente non dovrebbe farsi giustizia da sola…
B: Lascio la valutazione giuridica e filosofica a chi ne sa…
A: In che senso?
B: Che sia la legge ad occuparsi delle conseguenze di tutto questo.
A: Non capisco…
B: Anche nei miei confronti. Mi prendo tutte le responsabilità.
A: Quindi sei consapevole che quello che stai facendo è sbagliato…
B: Ho dalla mia i numeri.
A: Quali numeri?
B: Vuoi che ti dica quanti pedofili abbiamo beccato negli ultimi 3 anni? Centinaia.
A: Mai avuto paura di far del male a degli innocenti?
B: Se vuoi ti faccio vedere le foto inequivocabili che certi tizi mandano alle ragazzine…
A: Quindi, tu dici che i numeri…
B: Dico che ho impedito che centinaia di pedofili facessero danni in giro.
A: Tuttavia, molti dicono che non hai nessun diritto di sostituirti alla legge…
B: E molti altri mi ringraziano. E comunque il giudizio della gente mi tocca ma fino a un certo punto. Ho fatto una scelta, la porto avanti, se un domani ci saranno conseguenze da pagare sono qui, non mi sottraggo alle mie responsabilità. Che tutto questo sia stato un bene oppure un male, è una valutazione che si potrà fare forse tra molto tempo, considerando tutte le conseguenze positive e negative di questa mia iniziativa. A me non interessa ora la tua approvazione, la tua come quella di chiunque altro. Voglio solo che sia chiaro il messaggio: se ti comporti male e sfrutti le debolezze della legge a vantaggio delle tue schifezze, sappi che da qualche parte c’è qualcuno che può giocarti contro altrettanto sporco, e fartela pagare. Un giorno ricevetti una telefonata, mi definivano un supereroe contemporaneo. Mi ha fatto molto ridere, ma anche riflettere. Non sono un supereroe, no. Forse un hacker sociale: prendo il tuo piano criminale, che hai montato fuori dalle regole, e altrettanto senza regole lo giro a tuo sfavore.

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Le persone ritratte nelle fotografie inserite nell’intervista non esistono. La spiegazione dall’articolo di Wired

“I loro volti sono fotorealistici ma non corrispondono ad alcuna identità e, se lo fanno, si tratta di una pura casualità. L’origine di questi pseudo individui è sintetica, e per la precisione sta negli algoritmi di intelligenza artificiale dei ricercatori Nvidia, che qualche settimana fa sono finiti sotto i riflettori della stampa specializzata e che ora muovono i server di un sito creato appositamente per metterli in mostra: Thispersondoesnotexist.com, una sorta di generatore automatico di persone inesistenti. Il nome (traducibile con “questa persona non esiste”) è appropriato: il sito incarica infatti gli algoritmi di generare un’immagine casuale pescando elementi dalla banca dati a propria disposizione, sintetizzando elementi e fattezze di un nuovo volto a più livelli di dettaglio per arrivare a un’immagine non priva di difetti ma comunque decisamente realistica.”

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