Con sequenza.
1 scatto ogni 10 minuti, per un giorno intero.
Performance, 2025.
corpo ∩ fotografia ∩ tempo
Nell’articolo, una selezione dei 144 scatti della performance.
Serie (già in corpora inconscio tecnologico) di autoritratti, scatti dall’alto (posizione di sorveglianza, gerarchica); uno ogni dieci minuti per un giorno intero, mentre a letto con la febbre; condizione solitamente (culturalmente, socialmente) vissuta come privata e intima, traslata (a letto e) letta nella chiave di dispositivo poetico per avvertire sovvertire, durante e dopo: l’accadimento, la temporalità, l’intimità, la vulnerabilità e il rapporto tra corpo e percezione di sé.




Scattare (costruzione impersonale ma chi ha approntato, e con quale macchinario) fotografie a intervalli regolari: struttura temporale rigorosa / partitura, che vorrebbe essere documentaristica (statisticamente, nella media dei grandi numeri, qualcosa verrà colto?) ma: fallisce. E nelle crepe del suo fallimento lascia intra vedere istanti luminosi, di una qualche verità altra: sono io ma non mi riconosco, sono io ma non pensavo di essere così, sono io dunque è così che mi vedrebbero altre persone, e via dicendo disdicevole (contrariamente all’apparenza non è rovesciamento del verbo dire, bensì ha la stessa radice di decibilis, che significa: conveniente, appropriato). Il ritmo metodico delle immagini — un click ogni dieci minuti, senza possibilità di sapere quando sta per avvenire / accadere (cadere dall’alto), così da non potermi mettere in posa — scandisce un tempo d i l a t a t o , non immediato alla lettura, sospeso tra veglia dormiveglia presenza assenza.




Il corpo diventa soglia tra sé e altro; in un tempo soggettivo e oggettivo, essere presente (anche tempo verbale) ed essere in dissolvenza assenza. Si osserva mi osservo dall’esterno / dall’alto, ma la percezione resta interna, frammentata, sospesa, è una percezione ≠ sé-cezione e secessione dello sguardo che indaga cerca che cosa sta / stava accadendo. Anche: percezione VS precezione. Serie di scatti: processione e precessione, fenomeno gravitazionale che accelera il tempo. E non si tratta di narrazione lineare: ogni immagine è frammento di (in)esperienza, un residuo dell’esserci (essere qui ma anche essere noi, al plurale). E non si tratta di celebrazione del sé, anzi (ci) si perde: ma esplorazione dei limiti, delle fragilità, della temporalità. Il gesto di fotografarsi metodicamente senza artifici estetici è radicale: produce immagini che non sono compiacenti, ma.




Costretto / costrutto il corpo a una dimensione (tre dimensioni: quelle degli scatti fotografici, bidimensionali + quella del tempo, nella moltiplicazione di essi) a una dimensione di sospensione – là fuori c’è il sole, sento le auto passare giù in strada, qualcuno ride, il sole attraverso la finestra fa il suo giro per la stanza e poi tramonta, le ore si susseguono e l’universo, semplicemente, accade, mentre che io perimetro a letto – la temporalità scorre viscosa e percettibile, la registrazione fotografica nei suoi multipli (144 scatti) rende visibile ciò che altrimenti. Il letto, crocicchio di stati di simboli di situazioni: riposo, intimità, immobilità, fragilità, diventa diario visivo dello stare sospese sospesi, un’esplorazione dell’abitare l’assenza e(p)pure la presenza, tra quattro confini valicabili da chi perché quando.






