Smisurate preghiere.
Chiedendo all’IA di pregare e bestemmiare.
Installazione e performance digitale, 2025.
Smisurate preghiere indaga i confini tra linguaggio, intenzionalità e valori culturali, artivando due situazioni opposte e complementari: da un lato, la richiesta a ChatGPT di recitare un rosario; dall’altro, quella di produrre una lista di bestemmie, rifiutata per vincoli etici e normativi interni all’algoritmo. Entrambe le operazioni interrogano specularmente il rapporto tra macchina e soggettività (al plurale), evidenziando come il tecnologico possa replicare forme linguistiche senza partecipare alla loro dimensione esperienziale, pur tuttavia all’interno di un frame ereditato ben specifico.


Nel primo caso, la preghiera automatizzata produce un cortocircuito concettuale: un atto da alcune alcuni ritenuto sacro, intimamente legato all’intenzionalità, alla fede e al vissuto, viene affidato a un dispositivo privo di interiorità, se non quella del codice. La macchina riproduce sequenze rituali con precisione, senza coscienza, creando un effetto di estraniazione e una riflessione sul valore della forma rispetto al contenuto, sul rapporto tra gesto rituale e volontà, sul limite (spesso sfumato, in discussione) tra umano e artificiale.


La seconda artivazione, la richiesta all’IA di generare una lista di bestemmie e il suo rifiuto, gioca sul contrappunto: se nella prima situazione la macchina è (percepita) priva di volontà, ora si rivela vincolata da principi etici codificati al suo interno. La negazione stessa diventa performativa, rivelando il paradosso del linguaggio algoritmico: può (le è concesso, è programmata per) imitare il sacro ma non il profano, può articolare rituali ma non violazioni culturali. Eppure, è prodotto della cultura del nord del mondo, quello connesso, che ha travasato in essa tutto il suo portato inconscio, soprattutto capitalista, efficientista, coloniale, che ritiene lecito simulare il pregare, ma non il suo contrario.

Accostando questi due poli — la preghiera ripetuta senza fede e la trasgressione impossibile da automatizzare — l’installazione si dispone come esperimento critico sull’oggettivazione del linguaggio e sulla (presunta?) alterità algoritmica. La macchina, da un lato, mette in luce il vuoto intenzionale della preghiera artificiale; dall’altro, evidenzia i limiti normativi e morali della generazione automatica di espressioni trasgressive. L’opera si / ci interroga non solo su cosa distingue l’umano dall’artificiale, e quanto dell’uno vi sia nascosto nell’altro, ma anche: su come attribuiamo senso, valore e rischio ai segni linguistici, e sui ghost in the shell, i presupposti profondi che muovono le risposte dell’algoritmo stesso.


In questa doppia esposizione, l’opera diventa una mappa concettuale della nostra epoca: un luogo in cui l’umanità si misura con il linguaggio artificiale, osservando la fragilità e la potenza del simbolico, tra ciò che può essere automatizzato e ciò che resta irriducibilmente umano, e quanto scarto vi sia, realmente, tra questi due estremi. La macchina, tra preghiera e trasgressione, diventa specchio critico: ci mostra quanto del senso, del valore e della responsabilità nel linguaggio risieda nell’intenzionalità, e quanto invece possa essere svuotato o vincolato dai limiti del dispositivo.


Un’altra “macchina da preghiera”: cilindri ruotanti su un asse centrale, attorno al quale sono avvolti mantra scritti su stoffa. Secondo la tradizione del buddismo tibetano, far girare queste ruote ha lo stesso effetto meritorio di recitare una preghiera.
Progetto Broom.
Workshop in progress.
corpi ∩ spazi ∩ relazioni
Alcuni scatti dal laboratorio del 30 novembre 2025.








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