Tableau administratif.

Tableau administratif.
Performance diffusa, 2025.
Invio di 50 lettere di deportazione
alle rappresentanze politiche e agli assessorati.
Deportato – Mohamed Shahin libero.

Il testo contenuto nelle lettere:

“Torino, 24 novembre 1941. Dal Ministero della Censura, della Paura e della Repressione. Egregio/a, PRESO ATTO delle Sue dichiarazioni pubbliche, in relazione alla carica da Lei ricoperta; RITENUTE suddette dichiarazioni concreta minaccia alla democrazia e in aperta violazione dei diritti umani; CONSIDERATO il precedente giuridico della sospensione delle garanzie costituzionali rappresentata dall’arresto e dalla deportazione di Mohamed Shahin nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio in Caltanissetta; APPRESO che la Sua persona, nella carica da Lei ricoperta, non si è espressa contrariamente in merito a questo atto illegittimo e anzi, con la Sua astensione dal denunciarlo, lo avalla indirettamente; RICORDANDOLE l’articolo 10 della Costituzione, che sancisce: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estrazione dello straniero per reati politici”; SI DISPONE con questa nostra a notificarLe che, in data immediatamente successiva alla ricezione della medesima, verrà deportato/a presso il sopra già citato CPR in quel di Caltanissetta.”

Nelle arti performative, svanito l’atto, resta il documento. In questa performance diffusa l’atto è il documento: il punto istante in cui la burocrazia diventa teatro, e il linguaggio amministrativo – solitamente opaco, neutro, anestetizzante – si incrina fino a svelare la sua vocazione più antica: essere un dispositivo di potere. L’invio di cinquanta lettere di deportazione alle rappresentanze politiche torinesi interviene su questa faglia, scegliendo di agire: non nello spazio protetto dell’arte decorativa, bensì nel territorio sensibile e non-mediato della comunicazione istituzionale. Questo gesto non mima il potere: lo usa, lo attraversa, lo rivolta contro i suoi destinatari. Il formato: la lettera – pagina, indirizzo, protocollo implicito – non è oggetto neutro. Porta con sé la forza della notifica, la solennità dell’avviso, la gravità del “si dispone”. È linguaggio che anticipa conseguenze. È un performativo allo stato puro: dire equivale a fare. Qui l’immagine non serve (non è al servizio): il testo è gesto, è corpo. Ciò che viene messo in scena / in atto non è un tableau vivant, ma il suo rovescio: un tableau administratif, assemblaggio di frasi formule decisioni che evocano un potere in azione. La lettera è una miniatura dello Stato, o meglio: di un certo modo di esercitare lo Stato.

La lettera è una copia carbone di un potere, ma di un potere fittizio. La sua falsità non la indebolisce; al contrario, ne amplifica l’efficacia simbolica. Usare una menzogna per smascherare una verità. E la data, che non è una data: l’intestazione della lettera – Torino, 24 novembre 1941 – non è un riferimento storico realistico. È un tempo sospeso, uno slittamento, un corto circuito. Produce un effetto di dissonanza: proietta la città nel pieno della Seconda guerra mondiale, nel cuore degli apparati di censura e repressione dei regimi totalitari (ma potrebbe essere Tebe ai tempi dell’editto di Creonte e delle decisioni di Antigone). In questo senso, l’opera si inscrive nella genealogia delle pratiche artistiche che usano la storia non come scenario, ma come cartina al tornasole del presente. Lo sdoppiamento temporale genera perturbanti effetti di riconoscimento: è stata spedita oggi, ma parla con la voce di un’autorità di ieri. Manipolare la temporalità: documenti fittizi, date impossibili, archivi costruiti, reperti che sembrano usciti da un futuro archeologico. Qui, la datazione retrograda non è décor; è un atto politico preciso. Serve a mostrare continuità possibili, derive latenti, rischi sempre presenti: la normalizzazione dell’arbitrio. La storia non è evocata per pietrificazione nostalgica, bensì per simmetria inquietante: anche / ancora oggi esistono luoghi in cui lo Stato sospende i diritti fondamentali. Si chiamano CPR. Quella della lettera è una deportazione simbolica: non si limita a costruire un’accusa, formula una condanna. Verrà deportato/a. Questa scelta lessicale è il punto più delicato e più radicale dell’intera operazione. È la parola che fa tremare il testo, che gli dà peso, che denuncia senza prediche. In un contesto politico in cui la retorica securitaria si è fatta linguaggio comune, si sceglie di restituire, attraverso una provocazione mimetica, l’eco del dispositivo che denuncia.

Chi riceve la lettera di deportazione viene improvvisamente spinta spinto nella posizione del soggetto vulnerabile. La lettera dichiara esplicitamente questa trasposizione: la storia di Mohamed Shahin – arrestato e detenuto illegittimamente nel CPR di Caltanissetta – non è un caso isolato. È precedente, anticipazione, monito. La performance non pretende di ricreare una sofferenza reale né simularla, bensì costruire una metafora tagliente: ciò che è accaduto a un cittadino straniero potrebbe accadere a chiunque. La lettera non accusa: rilancia l’esperienza della vulnerabilità verso l’alto della piramide sociale. È una torsione: poetica e politica. Tableau administratif opera agisce in un luogo raro e rischioso: quello della performance senza presenza. Non c’è il corpo dell’artista. Non c’è il pubblico. Non c’è la scena. Eppure, c’è tutto: ci sono mittenti, destinatari, un atto linguistico che produce uno scarto e, soprattutto, lo spazio mentale dell’inaspettato. E’ tutto ciò che si trova sul palcoscenico teatrale, fisicamente. Questa lettera è una modalità di performance che si inserisce nella tradizione degli interventi epistolari e postali da On Kawara a Ray Johnson, dai network della mail art alle pratiche più recenti della performatività amministrativa. Ma qui, a differenza delle genealogie storiche, il fine non è l’esplorazione estetica del mezzo postale: è innervare direttamente, senza filtri, il sistema politico locale.

Quando la lettera / l’opera arriva, non è annunciata come arte. Non è protetta da un museo, una galleria, una fondazione. Non è garantita dal contesto. È ospite indesiderato nella casella postale del potere. Questo aspetto la rende profondamente contemporanea: nessuna estetizzazione, nessuna cornice protettiva. Solo il gesto, diretto, frontale, burocraticamente impeccabile e politicamente esplosivo. La finzione non è un trucco: è un linguaggio, è un mezzo chirurgico per esporre ciò che il discorso pubblico tende a normalizzare, e traduce in forma estetica un cortocircuito legale e morale: l’esistenza stessa dei CPR come luoghi di sospensione dei diritti costituzionali. Il gesto performativo rende evidente ciò che il linguaggio tecnocratico tende a mascherare. Nella lettera di deportazione la legalità appare come un foglio sottile, facile da strappare, fragile. La verità giuridica e quella morale si incontrano in un punto di rottura; l’opera le costringe a specchiarsi l’una nell’altra. Il vero luogo della performance non è il momento dell’invio, né quello della ricezione. Il vero luogo è ciò che accade dopo. L’opera è un dispositivo temporale ritardato, azione che vive nelle reazioni, nella discussione, nel disagio, nella possibile indifferenza. È un atto che richiede alla persona destinataria una presa di posizione, anche nel rifiuto. Ciò che rimane non è l’oggetto, bensì il processo. Una lettera può essere ignorata. Può essere cestinata, segnalata, raccontata, nascosta. Ma non può non essere ricevuta. Lo spazio politico dell’opera è esattamente questo: l’ineludibilità. Per questo la performance possiede una forza non effimera. Non ha bisogno di durata, non ha bisogno di ripetizione. È già ripetizione: 50 volte lo stesso gesto, 50 possibili traiettorie. L’opera è un polittico invisibile, un’installazione distribuita nello spazio amministrativo della città.

La performance non intende chiudere un discorso. Lo apre. È una fenditura. E’ movimento tra ironia e severità, tra l’apparente freddezza del documento e la bruciante urgenza del reale. La lettera invita a guardare in faccia un paradosso: da un lato la celebrazione rituale della Costituzione; dall’altro la sua sospensione selettiva. L’opera non offre soluzioni. Non pretende. Non educa. Non fa conferenze o presentazioni. Non consola. Disturba. E nel farlo produce un’immagine etica potente: l’arte come dispositivo di responsabilizzazione, gesto che rompe la routine del potere, specchio che restituisce il riflesso che nessuno vuole vedere. Tableau administratif non è solo un commento politico: è una forma di resistenza simbolica. E come tutte le resistenze più autentiche, non cerca un palcoscenico e le sue promesse di visibilità. Semplicemente, accade.


Tableau vivant


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