4 centimetri al secondo

4 centimetri al secondo

“Vuoi darci un’occhiata, prima che le butti via?”
Le butti via, ha detto suo padre. Che cosa vuole buttare via che ha un articolo determinativo femminile plurale? Guarda dove lui sta indicando. C’è una scatola da scarpe verde, sul tavolo, che ovviamente non contiene un paio di scarpe, nessuna scatola da scarpe ha mai contenuto un paio di scarpe, pensa, in questa famiglia. Le scarpe stavano nel mobiletto del corridoio, se erano quelle di suo padre e di sua madre, oppure alla rinfusa sul pavimento della sua stanza, se erano le sue. Le scatole da scarpe servivano a mettere altre cose, in ordine, nell’armadio. Suo padre sente il bisogno di precisare, anche se lei, sua figlia, ha già buttato un’occhio dentro alla scatola di cartone: “Sono vecchie cassette, mc” dice, e da come pronuncia mc lei capisce che lui sta sottolineando che non si usano più.
“So che sono mc” gli fa il verso lei “ma cosa c’è dentro?”
“Eh, roba vecchia.”
“Sono tutte senza custodia.”
“E chi lo sa, che fine hanno fatto le custodie.”
Lei allora legge le scritte sulle etichette, iniziando a tirare fuori dalla scatola le musicassette, mettendole una sull’altra prima in un verso e poi nell’altro, così che la pila resti dritta. New trolls, Nomadi, Battisti. Le scritte sono tutte a matita, nella calligrafia di suo padre, e sembrano fatte al normografo. Nessuno sa più che cosa sia, il normografo. Si chiede quale percezione avesse suo padre del fatto che sono state tutte duplicate illegalmente, forse registrate alla radio. C’erano pochi soldi, ci si arrangiava. Cassette pirata, però la scritta sulle etichette fatta bene. Mina, Pooh, Mamma. Tiene la musicassetta sospesa, rilegge. Mamma. Vorrebbe guardare suo padre, seduto accanto a lei, ma non lo fa. “Perché le butti via?” gli chiede.
“Eh, roba vecchia.”
“Roba vecchia, ho capito, ma perché le butti via.”
“Siamo pieni di roba, cosa teniamo ‘ste cassette a fare che…”
“Ma che spazio occupano.”
“…che non so nemmeno se il mangiacassette funziona ancora, va a pile, figurati.”
Lei allora riprende a cercare nella scatola da scarpe: I Giganti, Beatles! con il punto esclamativo, Guccini, Mamma estate ’69. Mette le musicassette Mamma e Mamma estate ’69 sul tavolo accanto alla prima pila, e adesso però suo padre sì, lo guarda.
“Ma perché vuoi buttare via ‘ste cassette, le prendo io.”
“Cosa le prendi tu, che non hai neanche il mangianastri.”
“Tu le avresti buttate via, fai conto che le ho recuperate dall’immondizia.”
“Eh sì che tu ce l’hai quel vizio, di recuperare la roba dall’immondizia.”
Lei sa che lui si sta riferendo a quella volta che lei ha trovato una sedia che le piaceva, accanto al cassonetto, e se l’era portata nella sua nuova casa, e l’aveva sistemata, e quando lui le aveva chiesto la provenienza di quella nuova sedia e lei non gli aveva mentito, lui si era indignato e no, non ci si era mai più seduto sopra. Ma è stata l’unica cosa che ho preso dall’immondizia, pensa lei, e ancora me lo rinfacci.
“Non te le dovevo far vedere, cosa tieni tutta ‘sta roba vecchia che occupa spazio, e poi…”
“E poi cosa?” lo interrompe, e poi cosa, che cosa vuoi dire, non lo sai nemmeno tu, pensa.
Lui si gratta il naso, incrocia le dita delle mani davanti alla pancia come gli ha già visto fare un milione di volte, come lo vede fare da sempre, da quando era piccola e può ricordare e lui si appoggiava allo schienale della sedia e doveva dire qualcosa su cui non voleva transigere. Nota una macchia scura all’altezza dell’ombelico, sulla camicia del padre, tesa sulla sua pancia da sessantacinquenne, sembra cenere o forse una traccia di inchiostro lavato male.
“E poi dopo tutto questo tempo il nastro magnetico magari non si sente neanche più.”
“Ma cosa ne sai tu di magnetismo.”
“Beh, beh” il padre ondeggia il capo a destra e a sinistra. Ne so più di te, sta pensando.
“Hai provato?”
“Cosa provo, che ti ho appena detto che il mangianastri va a pile e…”
La sedia presa dall’immondizia te la ricordi, pensa lei, epperò quelle cassette invece; ma dice solo: “Sono ricordi.”
Lui allora gira la testa verso l’angolo della cucina, anche se non c’è niente da guardare da quella parte; una mezzaluna di piatto ancora da lavare fa capolino dal lavandino. Non dice nulla, ma lei sa che lui sta pensando che lei non avrebbe dovuto ricorrere a quel colpo basso. Tempo fa si sarebbe sentita in colpa, ma ora non più. Rigira tra le mani un’altra musicassetta, sente la plastica leggera tra le dita, prova ad infilare l’indice nel buco per riavvolgere un po’ di nastro magnetico che è uscito da sotto, allentandosi. Celentano virgola Stai lontana da me dice l’etichetta ingiallita. Subito la sente in testa, quella canzone. Rigorosamente tutto a matita, eh, pensa; che non si sa mai che ci si debba registrare di nuovo sopra, a Celentano. E infatti, come volevasi dimostrare, non è accaduto, conclude sorridendo appena. Mette anche quella musicassetta sulla pila di quelle che non vuole portarsi via. Controlla ancora nella scatola da scarpe.
“Ho un’altra scatola con te che leggi le poesie” le dice.
“Io che leggo le poesie.”
“Eh. Te che leggi le poesie.”
“Che poesie?”
“Ti avevo registrato piccola che leggevi le poesie, quelle cassette mica le butto.”
“Le tieni, quelle.”
“Le tengo, perché devo buttarle? poi un giorno le ascolti.” e alza le spalle, come se quella fosse la cosa più normale del mondo, certo che accadrà. Sì, ora ha un vaghissimo ricordo di lei che legge le poesie di fronte ad un registratore ronzante, e aveva un odore strano, addirittura ricorda l’odore, ma non ricorda quali poesie. Comunque era molto piccola, e le poesie non le leggeva, o forse le leggeva appena, molto probabilmente gliele avevano insegnate a memoria, all’asilo, che a casa mai capitato di sentire poesie.
“Fammi capire” gli dice.
“Cosa.”
“Hai appena detto che non sai nemmeno se si sentono ancora e il registratore va a pile.”
“Eh, vabbè, ma magari.”
“Ehvabbèmamagari cosa” lo incalza lei.
Lui sbuffa.
“Comunque. Quelle che dico le poesie le tieni.”
“Eh.”
“Quelle le tieni, e queste invece le butti.”
“Eh.”
“Vado” dice lei e si alza, raccoglie da terra la borsa, infila dentro Mamma e Mamma estate ’69. Il padre si alza anche lui, resta lì con le braccia penzoloni, senza sapere bene che cosa fare. Non l’aveva mai visto fare quel gesto, alzarsi in piedi, che sembra più una cortesia di fronte ad un ospite con il quale non si ha molta confidenza. Forse l’ha stupito la sua decisione di andare, improvvisa. Lo guarda e gli legge in faccia una specie di imbarazzo perplesso.
Si studiano in silenzio per circa 4 secondi. Chissà che cosa penserebbero se sapessero che la velocità di scorrimento di un nastro magnetico di una cassetta è di 4 centimetri al secondo. Lui ha lasciato in lei molte cose, come eredità, delle quali lei non è consapevole, compreso il non credere alle coincidenze volute dal destino. Darebbero la stessa risposta: è un caso. Se lo sapessero, la storia prenderebbe una direzione diversa.
Ma non lo sanno.
“Butta via tutto, butta” le dice lei, e si incammina nel corridoio verso la porta di casa.
“No ma le tue le tengo. E quando ripassi? Come è andato poi il colloquio?”
“Non lo so ancora, mi faranno sapere, come sempre”
“Eh, speriamo, eh?” lui la guarda aprire la porta di casa, lei è già sul tappetino appena fuori della porta, benvenuti c’è scritto sopra, ma il tappetino andrebbe lavato.
“Va beh, speriamo, eh? Mi fai sapere” insiste lui.
“Certo, papà, ti faccio sapere” lei vede con la coda dell’occhio che l’ascensore non è al piano, allora decide di prendere le scale. Lui chiude la porta, lei sente che fa girare la chiave nella serratura, una precauzione che ha insistito lei, “Però togli le chiavi dalla serratura dentro” ripete a mezza voce, da sola, mentre scende le scale.

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