600 metri s.l.m.

Lo riconobbi pochi istanti dopo essere entrato nell’autogrill. Era in coda al bancone, in attesa che venisse il suo turno per il caffè. Faceva caldo, dentro, abbassai la cerniera del giubbotto, raggiunsi finalmente la cassa, cercai un euro nella tasca dei pantaloni, dissi di no alla cassiera che mi proponeva un gratta e vinci, presi lo scontrino, e mi misi in fila anch’io. Era a pochi passi da me, non l’avevano ancora servito. Non era molto cambiato da quando andavamo al liceo, a parte qualche capello grigio in testa. Abiti scuri, forse addirittura gli stessi occhiali di quindici anni fa. La coda scorreva, e lui non riusciva a fermare il barista, gli passavano davanti tutti. Arrivai accanto a lui.

“E allora?” gli dissi all’improvviso, come se fossero passati pochi minuti dall’ultima volta che c’eravamo frequentati. Guardò me, poi il contenitore con le bustine di zucchero tra di noi, credendo di non aver capito; di nuovo me, e mi riconobbe. Gli diedi una pacca sul braccio destro. Osservò la mia mano con un’espressione sorpresa, come se lui fosse di un altro pianeta e non sapesse il significato di quel mio gesto; più prosaicamente perché poche volte qualcuno si era preso una confidenza simile con lui.
“Ma pensa te” disse finalmente.
“Ne è passato, di tempo, eh”
“Eh” quel sorriso storto da timido, abbassando lo sguardo. Non era proprio cambiato.
“Cosa fai qui?”
“Vorrei un caffè, ma mi passano tutti davanti” protestò, alzando lo scontrino.

In quel momento vidi con la coda dell’occhio il barista che ci indicava, ma non sentimmo che cosa ci chiedeva, nel brusio infernale di una comitiva appena scesa da qualche autobus in sosta come noi. Due caffè, gli feci segno con le dita, e quello si voltò alla macchina per prepararceli. Chissà che coda ai bagni, pensai, ma potevo rimandare fino all’arrivo. Comunque buttai un occhio: almeno una ventina di persone avevano bisogno di svuotare la vescica. Notai una vecchietta che entrava spavalda nel bagno degli uomini, eppure il cartello era grande e chiaro.

“Cosa fai qui nel senso dove stai andando” tornai al mio ex compagno di classe.
“Eh, al mare” questa volta un sorriso più largo, ma sempre a labbra strette.
Al mare con questo tempo, che decisione stramba, pensai; ma in fondo era da lui. Eppure, mentre lo diceva, affiorò qualcosa di luccicante, nei suoi occhi, che non sapevo interpretare. Era sempre stato un tipo strano, e questo lo aveva reso facile preda dei bulli della classe. Di noi bulli della classe: ormai potevo ammetterlo, erano passati tanti anni. Più di una volta mi ritagliai il mio piccolo ruolo nel branco, ridendo degli scherzi atroci che i più cattivi di noi non avevano sensi di colpa a fargli.

“E tu?” mi chiese, con un piccolo cenno del mento.
“Anche io al mare ma per lavoro” gli risposi. Lui annuì. “Faccio il rappresentante” aggiunsi. Mi accorsi solo dopo un secondo del mio ma detto senza pensare, come una carta da gioco caduta dalla mano con la faccia scoperta. Adesso sapeva che cosa supponevo: che lui, al mare, ci stesse andando per diletto, nonostante la giornata che prometteva pioggia, e non per lavorare.
“Non hai più visto nessuno degli altri?” mi incalzò.

Non mi aspettavo quella domanda: perché chiedermi dei nostri compagni, non erano certo stati anni sereni, per lui, quelli trascorsi in classe con loro. Con noi. Però, in effetti, di che altro potevamo parlare. Feci cenno di no con la testa, mentre il barista appoggiava sul bancone davanti a noi i due caffè. Aspettai che prendesse per primo lo zucchero. Aprì la bustina, fece scivolare il contenuto nella tazzina, prese il cucchiaino, “posso avere anche un po’ d’acqua?” chiese al barista. Miracolosamente quello lo sentì, riempì fino all’orlo uno di quei bicchierini da chupito, glielo mise davanti. Un istante dopo che appoggiammo all’unisono le tazzine vuote, chiese di nuovo, insistendo.
“Degli altri? Saputo più nulla?”
“No, mai più visto nessuno”. Pensai ancora un attimo, alzando le spalle. “No.”
“Nemmeno io” mi disse “però… ricordi… che classe di scalmanati che eravamo.”

Il noi che mi riguardava mi pungeva con un vago senso di vergogna; sentirlo usare da lui, riferito anche a se stesso, mi fece tenerezza. Noi eravamo scalmanati, anzi: anche cattivi. Lui eri la vittima. Avrei potuto dirglielo, ma a cosa sarebbe servito, ormai. Notai che guardava fuori, il bicchierino d’acqua ancora in mano. Sorrideva. Poi tornò ad osservare me, le mie scarpe, il mio vestito, senza dissimulare la cosa. Mi sentii in imbarazzo. “E tu, che fai nella vita?” provai a chiedergli per cambiare argomento. Accanto a noi un tizio, verosimilmente un camionista, ignorava il bicchiere che gli era stato messo davanti e beveva la sua birra direttamente dalla bottiglia.
“Non c’è male, dai” rispose “scienze politiche, ma non mi è servito a molto, cioè non nelle intenzioni dichiarate, voglio dire, non sono diventato un politico”.

Rimasi sorpreso dalla sua improvvisa disinvoltura, non era così che me lo ricordavo. Mi sembrò quasi aggressivo. Proseguì “poi altre cose, sai, uno ci mette del tempo a capire che cosa vuole fare nella vita, no?” e si aspettava da me una risposta. Il camionista finì la sua birra, si passò il dorso della mano sulle labbra come si vede fare solo nei film, e si allontanò.
“Eh, è un momentaccio” risposi, cercando di prendere tempo “anche per me, non credere, sempre in giro, e non si guadagna moltissimo, anzi, poco” ma lui aveva infilato il suo sguardo nella crepa del mio discorso, tra una parola e l’altra mi parve che fosse risalito fino a me; e sì, ero in soggezione, me ne resi conto perché sfuggivo il contatto visivo, mi guardavo intorno.
“Guadagnare, dici” rimase nella mia scia di fuga come un missile a ricerca automatica; mi parve che si sporgesse leggermente verso di me con il busto. “Va beh, ma sei contento di quello che fai, almeno?” e mi fissava. Aveva infilato il dito nella piaga, finalmente, e me lo meritavo. Stavo per tirare fuori una frase di circostanza, qualcosa di generico ma vagamente ammiccante, e cioè che eravamo tutti sulla stessa barca. Ma quando salimmo su quella della vita da adulti, e abbandonammo quella sicura e ideale della scuola, lo facemmo nella completa impunità per i cinque anni di tormento che gli avevamo dato.

“Ma sì, dai, sono contento, andiamo avanti” gli risposi mentendo. E non fu di consolazione il fatto che mai avrei potuto dirgli la verità, in quell’autogrill e in quel momento, non c’era spazio, la folla ci assediava, il tempo era poco, dovevamo ripartire; e poi quale verità, che nemmeno io sapevo. Alle volte sì, ma raramente, mi pareva di intuirla, la biga di cui ci aveva parlato troppo tempo fa il nostro professore di filosofia citando Platone, trainata da un cavallo bianco e da uno nero, e chissà che metafora era, quella dei colori, a quali ragioni rispondeva un cavallo e a quali l’altro, nel condurre ciascuno verso il suo destino, assommando le forze contrapposte. Sostenni il suo sguardo. Lui rideva con gli occhi, in silenzio, ma senza scherno o supponenza, semplicemente come se fosse in piedi su uno sgabello e io più in basso. Aspettai, non potevo fare altro. E lui fu benevolo, non mi lasciò troppo a lungo nell’imbarazzo, e pose fine al nostro incontro.
“Mi ha fatto piacere rivederti” disse.

Strinsi la mano che mi tese. La ressa intorno a noi ci premeva da entrambi i lati, e dovemmo spostarci per consentire anche agli altri di avvicinarsi al bancone. Una coppia di tedeschi, lei con un bambino biondissimo in braccio, prese il nostro posto. Raggiunsi l’uscita, lui mi tenne aperta la porta, grazie, ciao, buon viaggio eh, ciao, ci salutammo, andai verso il parcheggio. Quando chiudere la portiera della mia auto fu la scusa per voltarmi nella direzione in cui era andato lui, lo vidi salire dal lato del passeggero su una berlina nera, e molto costosa. Non so perché, ma mi aspettavo qualcosa di simile, una sorpresa, un piccolo colpo di scena. Mi avrebbe fatto piacere che il destino fosse stato generoso con lui, per ripagarlo delle angherie subite. Ovviamente non accade così nella vita, pensai mentre infilavo le chiavi nel cruscotto e avviavo il motore della mia utilitaria. Il destino non è equo per il semplice fatto che siamo al mondo, non ci deve nulla.

Mi chiesi chi fosse alla guida della berlina sulla quale era salito. A dirla tutta, tornando indietro con la memoria, non ricordavo che avesse preso la patente durante l’ultimo anno di liceo, a differenza mia e di tutti gli altri. Guidando lungo l’autostrada, poco alla volta, mi si ripresentarono, uno dopo l’altro ma non proprio in ordine cronologico, i ricordi degli anni del liceo: la mia fidanzata di allora, mio padre ancora vivo, l’esame di maturità, i professori, com’era fatta la classe, il colore del banco, gli intervalli in cortile oppure in corridoio, quella volta che il bidello sorprese le ragazze più grandi a fumare in bagno.

Sul parabrezza iniziarono a cadere alcune gocce, che pochi minuti dopo divennero un acquazzone; tergicristalli, rallentare, e il ricordo ancora dei pomeriggi che sembravano così liberi ed eterni e la convinzione che ce ne sarebbero stati altrettanti, per sempre, e invece erano andati e adesso ero meno, ma davvero molto meno, padrone del mio tempo; e le sfortune di quel periodo della vita, che a rivederle adesso erano davvero poca cosa, ma sembravano occupare, allora, l’intero campo visivo. La berlina nera era davanti a me, a una ventina di metri, nella corsia lenta. Rallentai d’istinto, per non sorpassarla. Viaggiammo così per qualche chilometro, poi mise la freccia e si diresse verso le colline, ben prima dell’uscita per il mare. Mi aveva mentito? E per quale ragione? Ma quando premetti di nuovo il pedale dell’acceleratore, mi venne da pensare che non c’era nessuna ragione, né per la verità che alle nostre spalle era sepolta, né per quella futura che né lui né io conoscevamo dell’altro, e nemmeno di noi stessi. Troppe cose erano state diverse da come ce l’eravamo figurate. “Vado al mare” dissi parlando da solo, e scossi la testa sorridendo ed eccola, un’altra bugia.

E invece lui non aveva mentito.
Stava andando davvero al mare, ma ad un mare che mai avrei potuto immaginare.

 

 

Teatro dei Battuti – Rodello (Alba)
LA PROPRIETA’ COMMUTATIVA
installazione artistica abitabile

dal 15 al 20 novembre 2018

Durante la Fiera Internazionale di Alba e le manifestazioni correlate di novembre, Rossella Ferrero e Andrea Roccioletti hanno proposto “La proprietà commutativa”, installazione che ha occupato interamente tutto lo spazio del Teatro dei Battuti.

Naturale proseguimento del tema dello stare e del viaggiare proposto nella videoarte trasmessa sugli schermi della Metropolitana di Torino, “La proprietà commutativa” offre al pubblico la manomissione di ambienti distanti centinaia di chilometri, in una riflessione sull’abitare digitale e sull’abitare reale.

Con il Patrocinio del Comune di Rodello

Thanks to

Anna Bau
Miriam Tahri
Rawsht Twana
Franco Aledda
Claudio Ottenga
Michele Di Erre

Sponsored by Aldo Ferrero ph.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

———-

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.