Mia figlia Alabarda

Quello che stai per leggere non è opera di fantasia: è accaduto realmente.

Trovo un volantino: “Sei stanco? Sei infelice? Trova riposo e pace nella…” e segue il nome di un gruppo religioso mai sentito prima, che non riporto perché alcuni potrebbero farne parte in buona fede: spinti dal bisogno, dalla disperazione, dalla debolezza. Al fondo del volantino: due nomi e due numeri di cellulare.

Come operazione di marketing non è male: al giorno d’oggi il segmento di mercato (gli stanchi e gli infelici) è molto ampio, non c’è il rischio di restare senza proseliti. Dal sito ufficiale di questo culto apprendo che hanno protestato contro lo spettacolo intitolato “La Passione di Cristo” (andato in scena alla Biennale di Venezia, in cui è rappresentata un’orgia), e che hanno querelato la direttrice del Museion di Bolzano per l’esposizione della scultura di una rana crocefissa (opera dell’artista Martin Kippenberger) che, a loro dire, configura reato secondo gli articoli di legge 402 e 404. Leggo anche che hanno manifestato contro lo spettacolo di Madonna del 2006, giudicandolo blasfemo, e che hanno denunciato alla Magistratura il libro e il film “Il Codice da Vinci” per vilipendio alla religione cattolica.

Una crociata, insomma.

Esistono reati di questo tipo? Scopro – ma lascio l’ultima parola agli esperti di diritto – che molti degli articoli di legge a cui fanno riferimento sono stati abrogati, dichiarati illegittimi, anticostituzionali, depenalizzati, perché da un lato tutelavano solo una religione a discapito delle altre, e dall’altro non configuravano reato poiché lesive della libera espressione di ciascun individuo.

Ho a che fare con una setta religiosa che non solo cerca proseliti facendo leva sulla stanchezza e sull’infelicità, ma che vede un potenziale pericolo nell’arte, alle volte da censurare. Come ho anticipato, sul volantino ci sono due numeri di cellulare. Voglio fare in modo che entrino a far parte, a loro insaputa, di una performance di quell’arte che guardano con sospetto. Scrivo loro su Whatsapp.

 

 

Recito la parte del padre preoccupato per sua figlia. Il primo dei due che contatto prova a chiamarmi. Per rendere la cosa più credibile (sono al lavoro e non posso rispondere) mando una foto di una tastiera e di uno schermo, sul quale appaiono marchi di industrie farmaceutiche. Sul tavolo fa bella mostra di sé un’aspirina.

 

 

Sì, ho appena scritto che mia figlia si chiama Alabarda. Sono convinto che la recita stia per concludersi prima del previsto, e invece: il primo che ho contattato mi dice di scrivere al secondo numero presente sul volantino. E così faccio.

 

 

Forse il nome di mia figlia Alabarda è passato inosservato, rincaro la dose: dico di essere nato a Codroipo, e metto un apostrofo alla città di Torino. Ma non c’è limite all’incredibile…

 

 

Quindi, performance!

 

MIA FIGLIA ALABARDA
Serie: azioni impossibili.
Far pregare una setta di fondamentalisti
per Alabarda, che ascolta metal e fa la performer,
figlia di Andrea, nato a Codroipo, residente a T’orino.

 

 

A proposito: Alabarda sta meglio, la scorsa settimana l’ho sentita cantare un pezzo della Pausini, invece che andare nei musei adesso preferisce fare le vasche in via Roma con le amiche, l’altra sera abbiamo addirittura guardato insieme l’Isola dei Famosi.

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