mimesis, alea, agon, ilinx

mimesis, alea, agon, ilinx
a che gioco giochiamo

Trucchi, dadi, arco e frecce; corpi.
Performance, 2024.

Rossella Ferrero, Vanessa Depetris,
Andrea Roccioletti

 

 

mimesis: interpretazione, immedesimazione
alea: caso
agon: agonismo, antagonismo
ilinx: vortice, stordimento, ebbrezza

 

Roccioletti

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Roccioletti

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Roccioletti

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“Stanno giocando a un gioco.
Stanno giocando a non giocare un gioco.
Se mostro loro che li vedo giocare,
infrangerò le regole e mi puniranno.
Devo giocare al loro gioco,
di non vedere che vedo il gioco.”
– R.D.Laing, Nodi, 1970.

 

Roccioletti

 

“Il grandissimo numero e l’infinita varietà dei giochi fa inizialmente disperare di trovare un principio di classificazione che consenta di suddividerli tutti in un numero limitato di categorie ben definite.[..] Dopo un esame delle diverse possibilità, proporrei a questo scopo una suddivisione in quattro categorie principali a seconda che, nei giochi considerati, predomini il ruolo della competizione, del caso, del simulacro o della vertigine. Le ho chiamate rispettivamente Agon, Alea, Mimicry e Ilinx. Tutte e quattro appartengono a pieno titolo al campo dei giochi: si gioca al calcio, a biglie o a scacchi (agon), si gioca alla roulette o alla lotteria (alea), si gioca ai pirati o si recita la parte di Nerone o Amleto (mimicry), ci si diverte, si gioca a provocare in noi, con un movimento accelerato di rotazione o caduta, uno stato organico di perdita di coscienza e di smarrimento (ilinx). Tuttavia, queste designazioni non esauriscono ancora l’intero universo del gioco. [..] Ma all’interno di questi settori, i vari giochi si scaglionano nello stesso ordine, secondo una progressione comparabile. E li si può contemporaneamente ordinare fra due poli antagonisti. A una estremità regna, quasi incondizionatamente un principio comune di divertimento di turbolenza, di libera improvvisazione e spensierata pienezza vitale, attraverso di cui si manifesta una fantasia di tipo incontrollato, che si può denominare col nome di paidìa. All’estremità opposta, questa esuberanza irrequieta e spontanea è quasi totalmente assorbita, e comunque disciplinata, da una tendenza complementare, opposta sotto certi aspetti, ma non tutti, alla sua natura anarchica e capricciosa: un’esigenza crescente di piegarla a delle convenzioni arbitrarie, imperative e di proposito ostacolanti, di contrastarla sempre di più drizzandole avanti ostacoli via via più ingombranti allo scopo di renderle più arduo il pervenire al risultato ambito. Quest’ultimo diventa perfettamente inutile, benché esiga una somma sempre più grande di sforzi, di tenacia, di abilità o sagacia. A questa seconda componente do il nome di lùdus.” – R.Callois, I giochi e gli uomini, 1958

 

Roccioletti

 

“Il gioco e la creazione del gioco debbono essere visti come un unico fenomeno e anzi, dal punto di vista soggettivo, è plausibile dire che la sequenza può essere veramente giocata solo finché conserva qualche elemento creativo e inatteso. Se la sequenza è del tutto nota, essa è rituale, benché forse sempre formativa del carattere. […] Si noti che il termine gioco non limita né definisce gli atti che costituiscono il gioco (…). Nel linguaggio ordinario “gioco” non è il nome di un atto o di un’azione: è il nome di una cornice per l’azione. Possiamo attenderci allora che il gioco non sia soggetto alle regolari norme del rinforzo. Anzi, chiunque abbia cercato di far smettere di giocare dei bambini sa cosa si prova vedendo che i propri sforzi vengono semplicemente incorporati nella struttura del loro gioco!” – G.Bateson, Mente e natura, 1988.

 

“Gioco non è la vita ordinaria o vera. È un allontanarsi da quella per entrare in una sfera temporanea di attività con finalità tutta propria. […] In quest’idea del soltanto per scherzo, come è nel gioco, sta racchiusa la coscienza dell’inferiorità della celia di fronte al serio, coscienza che sembra essere primaria. Già osservammo però che tale coscienza di giocare soltanto, non esclude affatto che questo giocare soltanto non possa avvenire con la massima serietà, anzi con un abbandono che si fa estasi ed elimina nel modo più completo, per la durata dell’azione, la qualifica soltanto. Ogni gioco può in qualunque momento impossessarsi completamente del giocatore. L’antitesi gioco-serietà resta sempre un’antitesi instabile. L’inferiorità del gioco ha i suoi limiti nella superiorità della serietà. Il gioco si converte in serietà, la serietà in gioco. Il gioco sa innalzarsi a vette di bellezza e di santità che la serietà non raggiunge.” – J.Huizinga, Homo ludens, 1972.

 

Roccioletti

 

“L’analisi di Callois parte dai primordi dell’umanità, quando nelle tribù gli uomini si riunivano intorno al fuoco. L’autore definisce questa come una società di tipo “tohu-bohu” (delle maschere rituali), ossia una società dominata dall’uso delle maschere come strumenti di un gioco sacro, un gioco che però prima o poi sconfina nell’aberrazione del potere dell’uomo sull’uomo attraverso la forza della maschera stessa, nel creare l’illusione e la paura. La maschera gira in una sacra e vorticosa danza che rappresenta la manifestazione di poteri sovraumani. La maschera e la danza usata dal capo creano una distanza, un distacco che rende comune l’individuo del gruppo e separa il capo nella sfera del sacro. Attorno al mistero riservato solo ai pochi adepti scelti dal capotribù si costituiscono così i primi gruppi di potere. Ciò che accade nel rito è un mutamento del soggetto, il quale assume una fittizia identità. Il potere si esercita sui propri simili, in virtù di un’illusione che crea un dislivello e sostiene la superiorità di alcuni. Qui – nota l’autore – troviamo in effetti un sistema sociale (e politico) in cui la coppia simulacro e vertigine (mimicry e ilinx), come elementi accoppiati inscindibilmente, offre uno strumento di dominio per l’élite culturale. Callois in seguito passa all’indagine delle successive forme sociali che l’umanità mostra. Ad un certo punto gli uomini iniziano a creare Stati: si riuniscono attorno ad un ordine che viene attuato sulla base di norme, di regole, di prescrizioni. Nascono così le società burocratiche ossia quelle in cui – proprio per opera di un qualche misterioso fattore il cui ritrovamento è obiettivo del testo – l’ordine inizia a limitare e sostituire il caos, la misura limita la sfrenatezza, la decisione razionale soppianta l’istinto. In effetti – rileva Callois – nelle società classiche a noi note possiamo ritrovare una diversa coppia di categorie psicologiche come fondamento del “gioco sociale”: alla coppia simulacro-vertigine si sostituisce la coppia agon-alea che esprime un’organizzazione delle energie, una certa regolarità, una legge. In effetti nasce pian piano una nuova forma di potere che da un lato appiana le differenze con la norma generale (l’agon è competizione regolata, l’essenza era la modificazione del mondo in senso uniformante) e dall’altro rende legge l’ereditarietà del potere (l’alea stabilisce una casualità nella possibilità di nascere con un maggior o minor potere, ma il potere ricevuto in sorte viene però riconosciuto come un diritto). Le società burocratiche trovano quindi una nuova e opposta relazione sociale, si sviluppa sempre meglio l’idea e la possibilità di modificare il mondo e di creare regole arbitrarie ma oggettive.”

– L.Pignalosa, Filosofia del gioco, 2013.

 

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