Ufficio Rifiuti

Era passato davanti a quella porta per quasi un anno, prima di rendersi conto che dietro non c’era quello che aveva sempre pensato. Eppure, la targhetta sul campanello non mentiva: Ufficio Rifiuti. Tutto ebbe inizio quando una pratica siglata PDT, in busta sigillata, era arrivata sulla sua scrivania. L’aveva mostrata al suo capoufficio, per avere spiegazioni. “PDT, sta per Perdita di Tempo. Avere a che fare con questa roba non ripaga, a conti fatti. E’ un lavoro per l’Ufficio Rifiuti.” Lui aveva gettato risolutamente la busta nel cestino, pensando fosse una battuta. “Ma no, che fai, è per l’Ufficio Rifiuti” aveva ribadito l’altro, guardandolo accigliato.
Aveva raccolto dal cestino la busta, sorridendo imbarazzato, ed era andato a suonare al campanello dell’Ufficio Rifiuti. Uno scatto secco, e la porta si era aperta. Una segretaria dall’aria molto indaffarata lo aveva salutato, senza distogliere l’attenzione dallo schermo del suo computer, tendendogli la mano non per stringergliela bensì per prendere la busta. L’aveva aperta, aveva osservato i documenti per qualche istante, aveva annuito dicendo “va bene” più per sé che per lui, ed era tornata a digitare sulla tastiera.

La settimana successiva aveva riflettuto molto su quello strano episodio. L’occasione buona arrivò quando un collega si alzò per portare all’Ufficio Rifiuti un’altra pratica PDT. Lo anticipò: “Lascia, la porto io, tanto poi devo scendere al piano di sotto” ed era tornato a suonare il campanello. La segretaria sembrava non essersi mossa da lì. Prima che lei potesse congedarlo silenziosamente dopo aver preso in carico la pratica, lui le chiese di che cosa si occupava quell’ufficio. “Scusi?” aveva chiesto la segretaria, restando con le mani ferme a mezz’aria sulla tastiera.
“Che cosa fate, mi scusi, perdoni la curiosità, in questo ufficio.”
“Registro le pratiche PDT prima che vengano smistate ai No-man.”
“No-man?”
Lei aveva appoggiato le mani sul tailleur grigio topo che le arrivava alle ginocchia “I No-man, quelli che si occupano dei rifiuti” gli aveva risposto come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Così aveva scoperto che la sua azienda aveva un apposito ufficio che si faceva carico dei rifiuti, ovvero aveva il compito di dire di no ai clienti: specialisti nel dire di no alle persone. “Non credere sia facile” gli aveva detto una collega con la quale, durante la pausa pranzo, aveva intavolato il discorso “sono dei professionisti della negazione, del rimbalzo, del rifiuto, chiamalo come vuoi…”
“Sì ma, addirittura un ufficio” aveva obiettato lui, tra un morso e l’altro ad un tramezzino che sapeva di gommapiuma. Allora lei gli aveva spiegato che non era così semplice dire di no a qualcuno in modo efficace, salvaguardando gli interessi dell’azienda. “Alcuni sono dei no temporanei, e allora il cliente non va perso, bisogna essere gentili. Altri sono dei no definitivi e inappellabili, ma vanno detti senza che ci siano ripercussioni future, perché un cliente scontento chissà che cosa è capace di fare: non deve comunque rovinarci la reputazione, giusto? Deve sentirsi lui in difetto. Altre volte ancora i no devono provocare di proposito reazioni negative, se queste servono ai piani futuri dei direttori commerciali… ma perché tutto questo interesse per l’Ufficio Rifiuti?” gli aveva chiesto la collega, controllando quanto mancasse alla fine della pausa pranzo.
“E come si fa a lavorare per l’Ufficio Rifiuti?” le aveva chiesto lui.

Qualche giorno dopo si era trovato a dover consegnare di nuovo una busta chiusa all’Ufficio Rifiuti. Se l’era nascosta in tasca, era andato in bagno e l’aveva aperta con cura. Era il suo curriculum, che aveva inoltrato all’Ufficio del Personale per chiedere di essere spostato all’Ufficio Rifiuti, con una lettera motivazionale che sapeva goffa e inconcludente, nella quale esprimeva il suo desiderio di essere trasferito. Si chiese se era stata l’ironia del destino, che lui stesso dovesse consegnare la sua domanda a chi gli avrebbe dovuto dire di no, oppure se qualcuno si stava divertendo crudelmente alle sue spalle. Aveva richiuso tutto e aveva portato la busta all’Ufficio Rifiuti.
Dieci giorni dopo aveva ricevuto la risposta: sulla sua scrivania aveva trovato una lettera con la quale gli comunicavano che all’attuale stato delle cose non erano previsti ampliamenti dell’organico dell’Ufficio Rifiuti, ma lo ringraziavano per la sua candidatura. Lui non si era accontentato, e aveva chiesto un colloquio individuale con l’Ufficio del Personale, che gli era stato gentilmente concesso.
“Ci dispiace” gli aveva detto l’assistente del Direttore del Personale.
“No, certo, chiaro, solo vorrei capire”
La segretaria sorrideva come si fa con un bambino simpatico ma testardo.
“E’ perché non ci sono posti liberi, oppure perché non va bene il mio curriculum?”
“Non conosco il contenuto della risposta” la segretaria si era sporta verso di lui sulla scrivania, in modo confidenziale “ma se le hanno scritto così sarà per quello”
“Forse ho posto male la domanda” insistette “che curriculum bisogna avere per candidarsi al ruolo di No-man?”
“L’Ufficio Rifiuti è indipendente rispetto al resto dell’organigramma” lei si era accomodata sullo schienale della poltrona, tornando sulle sue, professionale “e risponde direttamente solo all’Amministratore Delegato.”
Dall’atteggiamento di lei capì che non avrebbe fatto passi avanti nella sua ricerca, salutò e tornò alla sua postazione di lavoro.

Decise che il passo successivo sarebbe stato identificare uno dei No-man, per parlargli di persona. Iniziò a tenere d’occhio la porta dell’Ufficio Rifiuti, per ricordarsi i volti di quelli che entravano e uscivano, ai quali fino a poco tempo fa non aveva fatto caso. Un tizio piuttosto giovane e vestito in modo più sportivo degli altri, dopo qualche giorno di attente osservazioni, gli sembrò il contatto perfetto con il quale entrare in confidenza. Quando lo vide attendere l’ascensore, abbandonò la sua scrivania al volo e scese con lui. Nel parcheggio sotterraneo si presentò, l’altro gli strinse la mano cordialmente.
“Senta, mi perdoni, lo so che può sembrare curioso”
“Dica, dica” l’altro sorrideva, amichevole.
“Vorrei farle qualche domanda sul suo lavoro”
“Ah” il tizio aveva guardato in direzione della sua auto “ma ho un appuntamento”
“Sì, ovviamente non voglio farle perdere tempo, solo sapere”
“Cosa?”
“Come ha fatto a lavorare per l’Ufficio Rifiuti”
“In che senso?” l’altro era perplesso.
“Quale curriculum, quali studi, ecco”
Il tizio sorrise. “La mia azienda mi ha mandato, su chiamata”
“Cioè, lei è un esterno, mi sta dicendo che l’Ufficio Rifiuti è gestito da altri e non da noi, che i No-man dipendo da…”
“No-man? Non so che cosa siano” lo aveva interrotto il tizio “Io faccio la manutenzione ordinaria dei terminali e dei server, sono un tecnico del software…”
Aveva salutato imbarazzato, ma quando era risalito al quinto piano e aveva ripreso posto alla sua scrivania, gli era venuto il sospetto che forse quel tizio gli avesse mentito.

[continua]

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