Pali, frasche e cedrate

“Saltare di palo in frasca” è un modo di dire che risale al 1500. Il palo era il simbolo araldico posto presso il ponte levatoio che dava accesso al castello, la frasca invece un altro modo di chiamare l’osteria. L’espressione significa “passare da argomenti nobili ad altri meno, senza nessun nesso logico”. Chi per primo pronunciò questa frase aveva quindi chiaro quali sono i pali e quali le frasche dell’esistenza; al contrario, in India i Kapalika – seguaci di Shiva nella sua epifania terrifica – seguono un’etica al rovescio, secondo la quale i pali sono le frasche e le frasche sono i pali, ciò che c’è di meno nobile diventa un precetto da seguire, come forma di meditazione estrema. Per quanto mi riguarda salterò di palo in frasca, perché oggi la differenza tra le due cose mi è meno chiara di ieri.

Leggendo le prossime righe ti sembrerà che io stia saltando di palo in frasca, ma ti prometto che alla fine di questo testo ogni pezzo del puzzle sarà al suo posto. Una delle poche cose che mi piace pensare di aver imparato è che non c’è tempo per tergiversare (dal latino tergum, ovvero schiena, e versare, che significa volgere). Il numero delle cartucce che possiamo sparare è sempre inferiore a quello che vorremmo; perché spararle in un modo piuttosto che in un altro, e verso quale bersaglio, è un ulteriore aspetto della questione, parimenti con la loro quantità scarsa. Perché dovrebbe essere interessante che cosa c’è sul mio desktop? Ho una scarsa autostima e ho bisogno di attenzione. Ovviamente no, non è questo. So qualcosa che altri non sanno. Nemmeno per questo. Il motivo è un altro.

Mi è capitato di far assaggiare per la prima volta ad un bambino la cedrata. Ho fatto attenzione, ho bevuto dal mio bicchiere esattamente mentre lui beveva dal suo. Appena ne ho percepito il sapore, ho provato ad immaginare che fosse una cosa nuova anche per me. Quel bambino ne ha bevuto un sorso, un altro, poi ha detto: “è buona”. In quel momento ho intuito qualcosa, una frasca come bere una cedrata è diventata un palo, che però non si lascia descrivere per intero con le parole. L’impazienza mi stava portando a scrivere: non bastiamo a noi stessi. Ma non è esattamente questo. A qualcuno, anche solo nella nostra immaginazione, raccontiamo sempre tutto, non tanto perché abbiamo bisogno che ci confermi che la cedrata è buona, oppure con il quale discutere se ci dice che è cattiva, e dividere il mondo in pali e frasche.

Il motivo per cui scrivo (queste righe, oppure perché faccio arte) – una delle ragioni, sicuramente non l’unica, ma almeno questa mi è nota, anche se in modo indistinto – è che sarebbe un palo non dare all’universo la possibilità di rivelarsi, seppur da un punto di vista infinitamente piccolo e frammentario come le mie frasche. Il mio non è un ruolo, non è una carica assegnatami da chissà chi, nemmeno una ricerca di uno scopo esistenziale. Questo istinto a raccontare – in mille forme diverse, ciascuno lo fa a modo suo – è un tassello di un mosaico molto più ampio che comprende pali e frasche di milioni di altre persone, un mosaico sconfinato che nel complesso si rivela essere una domanda. Rivolta all’universo, oppure a noi stessi, e quale sia questa domanda: resta un mistero.

Ricordo un tema che mi era stato assegnato alle elementari: “Che cosa vedo dalla mia finestra”. Ai tempi non c’erano molti personal computer in giro. Mio padre comprò un 286, bisognava scrivere i comandi nel prompt del dos c:\ per far partire programmi e giochi, che avevano una grafica orribile e gran parte del lavoro era lasciato all’immaginazione di chi li giocava. Era un esercizio: trasformazione alchemica di frasche in pali, forse. Per un certo periodo non ho avuto una camera mia, dormivo nel salotto, il divano diventava il mio letto. Il computer era su un mobiletto con le ruote, che si poteva chiudere e spostare per aprire la finestra. La finestra, che in realtà era una porta-finestra che dava su un piccolo balcone, si affacciava su una strada molto trafficata. Uno spartitraffico divideva le due corsie, con quattro o cinque fioriere, quelle sì che erano frasche in una altro senso del termine. Il palazzo davanti era di mattoni rossi.

Quando era notte, e le luci della strada illuminavano il soffitto della mia stanza che era il salotto – ma non tutte le sere, ricordo bene quelle volte in cui accadde – mio padre mi raccontava favole per farmi addormentare. Frasche. Ma non erano favole. Pali. Erano i miti greci, molto semplificati: Ulisse, Achille, Eracle. L’ho scoperto solo anni dopo, come se la cedrata fosse sempre cedrata ma ecco il nome vero di quel sapore. Avevo anche un mangiadischi, non so se sia questo il nome giusto, rosso e dalla forma smussata, era stato prima di mia madre in realtà; mettevi dentro i dischi che si compravano in edicola e quelle sì, erano favole, Cappuccetto Rosso, Pollicino, Biancaneve… Ricordo la voce di non so chi nel buio, mentre a letto aspettavo il sonno, la voce di qualcuno che mi raccontava quelle storie e non era importante chi fosse, che volto avesse, quella voce era diventata un tutt’uno con le storie stesse. Sparava le sue cartucce al buio, e mi colpiva sempre.

Volevo provare a ricordare da quante finestre mi sono affacciato, nel corso della mia vita fino ad oggi, ma ho cambiato idea. Sarebbe benzina su braci che nascondono un fuoco che non si assopisce mai, una certa malinconia per le cose vissute, sono arrivato a chiedermi se sia un difetto di fabbrica mio oppure invecchiare voglia dire anche questo, gli assalti imprevedibili di ricordi che sono così vividi e la mente ne resta assordata come per il fragore di un fulmine caduto vicino. Non parlerò della mia finestra, né di quella della casa dei miei nonni, dove ho trascorso molto tempo della mia vita, né di nessuna altra finestra di altri. Da quei tempi in cui dormivo in salotto la tecnologia ha fatto enormi progressi, parlerò di questa finestra che è ora il mio desktop, così com’è ora, senza barare, cartella dopo cartella, file dopo file.

In alto a sinistra, sul mio desktop: le icone del disco fisso e di un hard disk esterno – ne avevo un altro, con migliaia di foto e di testi, almeno quindici anni di pali e frasche – ma quando vivevo in Olanda mi è caduto e si è rotto, mentre la mia ex moglie ed io preparavamo in fretta e furia i nostri bagagli perché avevamo scoperto che la casa dove avevamo preso una stanza in affitto era infestata dai topi, li avevo visti in cucina e allora avevamo deciso di andarcene subito in albergo. Conservo ancora quell’hard disk guasto, quando per strada vedo un negozio di computer alle volte entro e chiedo se possono darci un’occhiata e dirmi se è possibile ripararlo, ovviamente mi rispondono di sì, ma poi non torno mai a portarglielo. E’ una finestra che non so se riaprirò mai. E’ un peccato aver perso tutta quella roba, è stata una liberazione, non so quale sia il palo e quale la frasca.

A seguire, sul mio desktop, la cartella dei programmi: la maggior parte di grafica e di videomaking, che non uso quasi mai se non sempre gli stessi due o tre. Una cartella denominata “cose di casa”: documenti vari, bollette, non in bell’ordine, non me ne curo molto nella vita, ancora meno dal punto di vista digitale. Questo no, non l’ho preso da mio padre. Una cartella di giochi a cui non gioco, stanno lì, a prendere polvere di bit, perché non li cancello? Non li aprirò mai più. Sono frasche che una volta per me erano pali. Seconda colonna di cartelle sul desktop: arte 2019, con tutti i miei lavori fino ad oggi, quelli dell’ultimo anno. Questi sì, li tengo in ordine, per data. Ci sono le mie performance e i miei video. E’ quello che pubblico sul mio blog, e molte altre prove, cose che non sono andate in porto, oppure che non erano abbastanza pali.

Immediatamente sotto, le cartelle dei lavori degli anni passati, fino al 2013. Preparavo complessi fogli excel per tenerne il conto e di che cosa si trattava, tutti desideriamo segretamente che un giorno ci rilegga qualcuno, magari qualcuno in particolare; poi ho scoperto che aveva ragione un amico, quando mi diceva che mi concentravo solo su alcuni ricordi del mio passato, e se avessi avuto una visione più complessiva di pali e frasche avrei considerato diversamente la mia esistenza. Lui ha ragione, io però non riapro quei file, mi basta sapere che sono lì. Altra colonna: una cartella dove conservo tutti i miei contatti per provare a proporre a gallerie e spazi vari le mie opere.

C’è chi smitraglia le sue cartucce, sperando che statisticamente almeno una centri il bersaglio, chi prende la mira con cura per un lunghissimo tempo. Una volta all’anno, come se comprassi un gratta e vinci, provo a mandare i miei lavori ai contatti di cui sopra. Serve a me, a dirmi: l’hai fatto, questo palo, adesso torna a concentrarti sul tuo lavoro. Non ho tempo, non ho le capacità, per produrre pali e promuoverli allo stesso tempo. Sotto alla cartella dei contatti c’è quella dei miei lavori in incubazione. Ho sempre più progetti di quelli che posso realizzare, e forse più di quelli che varrebbe la pena provare a dare alla luce. Non cancello quelli che decido di abbandonare. Finiscono in una sottocartella, e stanno lì, nel limbo delle cose che chissà, avrebbero potuto essere pali oppure frasche. E poi c’è la cartella dei miei romanzi, quelli già pubblicati, quelli in lavorazione, le idee per scriverne altri. Infine, un singolo file; dove annoto tutti i miei sogni, dal 2006 ad oggi. Prima li scrivevo a mano, su un quaderno a righe.

Scrivo tutti i sogni che al risveglio riesco a ricordare e li conservo lì, in un file nella finestra del mio desktop, ma non per ragioni psicoanalitiche. E’ una questione legata, credo, al fatto che non voglio che vadano persi. Sono fotogrammi di un luogo in cui non ci sono pali e frasche, ma solo cedrate di gusti diversi, non si può tergiversare, non ci si deve preoccupare del numero di cartucce rimaste e quando le spari prendono traiettorie che la fisica di questo nostro mondo non consentirebbe. E’ un continente parallelo a questo della veglia, un continente sconfinato, mutevole, eppure in alcune sue parti persistente, come isole di ghiaccio che a volte si sciolgono, a volte cambiano forma, a volte navigano spinte dalla corrente per comporre geografie vecchie e nuove. In quel continente non c’è bisogno di mentire dicendo che alla fine di un testo ogni pezzo del puzzle sarebbe stato al suo posto. E’ un continente lontanissimo, ma per quanto si possa tenere chiusa la finestra, il rumore delle sue isole di ghiaccio che si scontrano e si rimodellano arriva fino a qui.

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