Farsi spazio.

Suono di onde del mare in molte poesie,
mai che si scriva del ruolo dei ciottoli.

– Wincent Raca, 2010.

 

Farsi spazio.
Nel senso: fare di sé uno spazio.
30 ore di pensieri altrui.
17 – 24 giugno 2025.
Performance collettiva, 2025.

 

Il messaggio che è stato inviato: “Da questo momento, per i prossimi sessanta minuti, non farò nient’altro se non pensare intensamente a qualcosa. Puoi scegliere tu a che cosa: scrivimelo qui in chat, per favore (no messaggi vocali). Può essere una cosa, un animale, un luogo, un concetto astratto, a tua scelta. La mia attenzione sarà rivolta solo a ciò che mi avrai suggerito, e a ciò che mi verrà in mente in relazione ad esso. Se visualizzi tardi questo messaggio, non ti preoccupare. Puoi comunque scrivermi che cosa hai scelto, ed io replicherò la performance con altri 60 minuti a partire da quando mi avrai risposto. Tutti i pensieri suggeriti verranno raccolti e resi pubblici, così come i risultati della performance; la tua identità resterà segreta.”

Sono pervenuti 30 suggerimenti, per un totale di 30 ore. Dedicando un’ora a ciascuno di essi, quattro volte al giorno, la performance si concluderà il 24 giugno 2025.

 

Note critiche, sparse.

 

Profuma d’eresia che – contravvenendo alla liturgia del potere e della crononormatività – parte del tempo della giornata non sia ottimizzato, ma venga dedicato (i volenterosi carnefici della succitata liturgia direbbero: sprecato) totalmente a pensieri altrui. Il tempo, sempre ottimizzato (da optimus: ricchezza forza) lasciato invece: tra le ditanarchiche di un’idea radicale di performance.

 

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Alcuni dei suggerimenti pervenuti.

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E ce lo dicono che il tempo è l’unica ricchezza che possediamo, per poi imporci: in quale banca depositarlo, investirlo, lasciare che siano altre altri (i delegati amministratori le amministratrici delegate) a spenderlo, magari per finanziare, nel mentre che la nostra paura travestita da indifferenza, guerre vicine lontane.

 

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Gli appunti presi durante l’ora dedicata al primo pensiero suggerito.

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Profuma d’eresia che – con buona pace di Platone & friends – non si consideri il cranio a tenuta stagna, inviolabile, un fatto privato (privato, sì: del corpo, che pensa ragiona fa cose, con le quali si finisce per convivere da separati in casa); nella presunzione di sapere sempre, quando, come pensieri altrui ci attraversino si radichino germoglino in piante che invece non abbiamo scelto per il nostro giardino.

 

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Abdicare, abiurare il proprio sovrano interiore, rinunciare al suo controllo, al suo calcolo, abbandonar si; e dedicare energie, e tempo, a girare rigirare pensieri altrui che mai avremmo avuto, estranei; e sentire come – comunque – cambiano rotta spinti da correnti venti (mollare la presa osservare la magia del timone che vira da solo) verso la nostra esperienza personale; e lì, proprio lì, sentirsi parlare, sentirsi ragionare, vedersi, riflesse riflessi.

 

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All’obiezione dicotomica pensiero / azione, cioè che: star lì a pensare non è esattamente fare qualcosa; allora estremizzare il gesto: durante l’ora dedicata al pensiero altrui non concedersi nemmeno di fare, nel frattempo, qualcosa. Stare lì, e stare, stare: in quel pensiero che un po’ diventa mio un po’ mi resta estraneo. Come nel Gioco della Campana: in equilibrio che è caduta in avanti saltare su un piede solo a passo di danza la linea di demarcazione tra i pensieri che decidiamo di pensare, i pensieri che ci vengono in mente per caso, e tutte quelle cose oppure persone a cui, semplicemente, non pensiamo, senza renderci conto che non lo stiamo facendo.

 

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Pensare tra sé e sé, chi troppo pensa nulla fa, ti ho pensata, ci pensiamo domani, pensa per te, non pensarci più, pensa positivo, a pensare male si indovina, ci ho ripensato, penso dunque sono, pensare con la pancia. I modi di dire sono i canti da stadio delle tifoserie culturali, spettatori (pure paganti) spremuti come agrumi dal potere delle società calcificate.

 

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I pensieri che mi sono stati regalati: respirare insieme al vento; la voce dei nonni; ricette per fare i muffin dolci oppure salati; la maniglia della porta; perdere la vista; un cuore sacro con una fiamma in cima che arde; il pubblico; un grande prato in alta montagna, in cima a un passo di confine, due file di cime aguzze ai lati, diversi sentieri che dal prato partono e si addentrano tra i monti intorno, primavera; il deodorante per il corpo; come seccano i fiori; l’opportunità di emanciparsi dalla propria condizione socio-economica di partenza; fare le valigie velocemente e senza dimenticare niente; uscire dalla confort zone affrontando un ambiente musicale ostile; la madonna addolorata; la grazia; le persone che parlano con i cani; il sol dell’avvenire; l’imperfezione; l’anatomia…

Grazie a tutte le persone che hanno partecipato.

 

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Altri percorsi paralleli.

 

una precisAzione

Il corpo cosa.

Il corpo persona e il corpo creatura.

Il corpo decapitato.

Anatomia.

etimologìa | e ti mollo già.

 

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