La creatura più solitaria del mondo.

La creatura più solitaria del mondo.
52 hertz – una storia vera.

Mio padre aveva il brevetto da pilota ma era troppo vecchio per andare al fronte, e quindi fu arruolato nella Civil Air Patrol. Gli USA erano appena entrati in guerra e consideravano la costa dell’Atlantico a rischio: così mio padre, come molti altri civili che fino a pochi giorni prima si erano occupati di tutt’altro, si trovò all’improvviso a dover sorvegliare l’oceano per segnalare eventuali sommergibili e sbarchi nemici. Ci trasferimmo a Wanchese, nella Carolina del Nord, in una piccola casa su una striscia di terra circondata dal mare. Tutti i giorni, dopo la scuola, appena terminati i compiti mi mettevo davanti alla radio CB di mio padre, indossavo le cuffie e giravo la manopola delle frequenze come un ladro fa con quella di una cassaforte: era vietato ascoltare le comunicazioni tra aerei e torre di controllo.

Aspettavo di sentire la voce di mio padre che chiedeva alla base aerea, distante qualche chilometro da casa, il permesso di rientrare dal suo turno di volo e atterrare. Ero piuttosto timido, non avevo molti amici, e quelle ore passate ad usare solo le mie orecchie per esplorare un mondo vastissimo e parallelo, quello delle comunicazioni radio, mi segnarono per sempre. Molti anni dopo, terminati gli studi al MIT di Boston, provai ad entrare alla NASA – avevo saputo del progetto Voyager e volevo far parte del team che se ne stava occupando – ma il colloquio non andò come avevo sperato. Grazie alla segnalazione di un compagno di studi iniziai a lavorare per un’agenzia di elaborazione dati: si trattava di analizzare i segnali captati dagli idrofoni collocati al largo delle coste del Pacifico, per scopi meteorologici e navali. E militari, aveva aggiunto il direttore del centro, spiegandomi che parte del nostro lavoro era in appoggio all’intelligence delle forze armate.

“Pronto… ciao pà… saluta tu la mamma che sono al telefono del laboratorio e non posso stare a lungo… come state… qui tutto bene, il lavoro procede, dai… no, alla fine ho sistemato casa, sì… sì, certo… eh, ancora due mesi e poi torno per le vacanze… no, il vostro pacco non è ancora arrivato… mah, qui il tempo è bello… no, non ho più provato ad entrare alla NASA… eh, pà, non basta essere bravi, al giorno d’oggi… pà, mi sono dovuto accontentare, per adesso va così, e poi il lavoro non è male, dai… però mi tengo aggiornato sulle questioni aerospaziali, via, resta la mia passione… senti, adesso devo andare… no, dai, salutala tu, davvero… vi richiamo presto… ciao pà, ciao…”

La guerra di mio padre era finita da un pezzo, ma ce n’era una nuova pronta per la mia generazione, la Guerra Fredda. Sound Surveillance System, Surveillance Towed Array Sensor System, Integrated Undersea Surveillance System, Progetto Hartwell, Jezebel, Michael, Caesar, Colossus… acustica a lungo raggio: centinaia di persone con le cuffie in testa, su turni che coprivano tutte le ore del giorno e della notte, a captare e decifrare ogni minimo sibilo strano che attraversava l’aria e gli oceani. Fu così che nel 1961 gli USA individuarono un sottomarino di classe Foxtrot in piena Crisi dei Missili di Cuba. Sulla mia scrivania, accanto alle apparecchiature radio e al computer per l’analisi dello spettro dei segnali, c’era un quaderno non molto diverso da quello che avevo da ragazzino, quando avevo iniziato ad annotare, curioso, frequenze diverse da quella sulla quale trasmetteva mio padre durante i suoi voli di pattuglia. Fu lo stesso quaderno che mi portai a bordo del Narcissus.

Gli obbiettivi principali della sonda spaziale Voyager 1, il cui lancio avvenne il 5 settembre 1977 da Cape Canaveral a bordo di un razzo Titan IIIE, erano fotografare Giove, Saturno e i loro satelliti, e quindi abbandonare il Sistema Solare e dirigersi verso lo spazio interstellare, raccogliendo e trasmettendoci il maggior numero di informazioni possibili. Al suo interno, inoltre, era conservato un disco registrato placcato in oro, concepito per qualunque forma di vita extraterrestre, oppure per la specie umana del futuro, che lo avesse trovato. Conteneva immagini e suoni della Terra, tra i quali il primo movimento del Concerto Brandeburghese di Bach, Jonny B. Goode di Chuck Berry, la canzone tradizionale della Casa dell’Uomo della Nuova Guinea… e il canto delle balene.

Così, mentre nel 1977 la NASA affidava ad un disco d’oro a bordo della Voyager 1 il suo messaggio per un’eventuale civiltà aliena, io salivo a bordo di una nave da pesca riadattata a centro mobile per il rilevamento dei suoni sottomarini. Insieme a me, il fortunato che si sarebbe fatto spesare le compresse contro il mal di mare fu John Delisle, collega taciturno e dalle lenti spesse, che non parlava mai, e solo a monosillabi se interpellato. Furono anni in cui mi dividevo tra il mio lavoro a bordo del Narcissus e le serate nei locali della vicina Los Angeles, perché non volevo assomigliare in nulla a Delisle, in particolare al suo stato di single perenne. Certo, ero timido e non ero ancora riuscito ad intavolare un dialogo serio con una donna, ma almeno ci provavo, al contrario del mio collega, del quale si sentiva raramente la voce. E poi, un bel giorno, Delisle parlò. “Ferma la nave.”

E lo ripeté anche, visto che il comandante del Narcissus, incredulo come me, si era voltato a guardarmi con l’espressione di uno che aveva appena sentito la voce di un fantasma. “Ferma la nave.” Delisle era al suo posto di sempre, davanti al suo computer e alla sua radio, entrambe le mani sulle cuffie a premerle bene sulle orecchie, lo spettrogramma che si rifletteva dal video sulle sue lenti spesse. Mi accorsi che stavo trattenendo il fiato, tanto l’evento era insolito. Delisle alzò solo un braccio, lentamente, come se un movimento di troppo avrebbe potuto fargli sfuggire quello che stava sentendo in cuffia in quel momento, mi fece cenno con la mano di avvicinarmi. Raggiunsi la postazione di Delisle, lui si tolse le cuffie e me le passò.

Era il 20 aprile del 1989, la Voyager 1 aveva raggiunto e superato Plutone per proseguire la sua corsa nello spazio profondo, quando lo sentii per la prima volta: dagli abissi dell’oceano Pacifico, intermittente e netto, inequivocabilmente un suono, sui 52 hertz. Quando finì il nostro turno di navigazione dispiacque ad entrambi dover rientrare in porto; Delisle ed io rimanemmo al piazzale dove avevamo parcheggiato le nostre auto fino alle nove di sera, a discutere di quello che avevamo sentito. Lui diceva che quel suono era di origine biologica, io invece meccanica. Probabilmente aveva ragione lui, ma che sapessimo non c’erano mai stati precedenti di quel tipo. Il mattino dopo facemmo rapporto al direttore del centro. Ce lo aspettavamo, e infatti accadde: ci disse che la notizia doveva restare riservata, nel pomeriggio avremmo conferito con il nostro referente dell’intelligence.

Il primato della nostra scoperta durò poco: il nostro referente dell’intelligence militare, che nel corso degli anni avevamo imparato a conoscere come un uomo sorridente e cordiale a dispetto del suo ruolo istituzionale, ci spiegò che un segnale identico sui 52 hertz era già stata captato dalla loro rete di idrofoni disseminati per l’oceano Pacifico, e che anzi un’altra agenzia, la Woods Hole Oceanographic Institution, aveva seguito il segnale stabilendo che molto probabilmente si trattava di una specie sconosciuta di balena. Il giorno seguente il mio collega Delisle era tornato a chiudersi nel suo mondo silenzioso, io invece avevo preso contatti con quell’agenzia. Una balena, sì, mi confermarono al telefono. Ma le balene cantavano su frequenze molto più basse, tra i 15 e i 25 hertz, obiettai. Poteva essere un ibrido tra una balenottera azzurra e un altro tipo di balena, oppure un esemplare malformato; ed era da sola, conclusero: in un anno aveva percorso circa 11.000 chilometri, lanciando il suo richiamo, senza che nessuno le rispondesse.

“Pronto, pà… come stai… eh lo so, la mamma mi ha raccontato… devi stare a riposo… l’importante è che sia andata bene l’operazione, dai… no, Carla non è ancora rientrata… sai, il lavoro all’ospedale, alle volte fa il turno fino a tarda serata… certo, ve la saluto quando torna… e la mamma come sta… pà, abbiamo già fatto questo discorso… no, Carla ed io non abbiamo ancora deciso la data del matrimonio, per adesso stiamo così… intanto ristrutturiamo casa… eh lo so, è distante, anche a me, anche a noi sarebbe piaciuto stare vicino a voi… no, figurati, ma… ah, ecco… ok, dai… senti, pà, adesso devo andare… sì, volentieri, quando torna Carla ne parliamo, per le prossime vacanze… ok, un abbraccio…”

Le sorti della balena che cantava su quella frequenza unica al mondo mi stavano a cuore. La dottoressa Mary Ann Daher del Woods Hole Oceanographic Institution ed io l’avevamo ribattezzata “la creatura più solitaria del mondo”. Lavorai ancora per un paio di anni presso la mia agenzia, poi diventai consulente esterno a causa di alcuni tagli ai finanziamenti. Mia moglie Carla rimase incinta. Stavo per lunghi istanti con l’orecchio appoggiato al suo ventre, per percepire i movimenti di mio figlio, e scorrevo ogni giorno i tabulati delle registrazioni delle frequenze da analizzare per vedere se quella balena si era fatta sentire ancora. Nel 1992 finì la Guerra Fredda, e molte delle specifiche tecniche del sistema anti-sommergibile SOSUS furono desecretate, così che avevo accesso ad una quantità di dati molto maggiore, e alle registrazioni degli idrofoni nell’oceano Pacifico. La balena 52 hertz cantava ancora, su un tono leggermente diverso, indizio che lasciava pensare che nel frattempo, anche lei come me, era invecchiata. Fu nel 1996 che telefonai a Delisle, perché da qualche tempo stavo lavorando ad un progetto personale, ed era giunto il momento di metterlo in pratica.

Gli schemi di canto di questa particolare balena non assomigliavano né a quelli della balenottera comune, né a quelli della balenottera azzurra, entrambi più brevi e più costanti, oltre che basati su frequenze molto inferiori. Gli spostamenti della balena 52 hertz non erano correlati alla presenza o al movimento di altre specie di balene; tuttavia, proprio grazie a questi spostamenti unici, la squadra del WHOI aveva potuto seguirla continuativamente per alcune settimane, a volte anche per un intero anno, quando normalmente era possibile seguire una balena solo per alcune ore. La sua presenza venne rilevata ogni anno nell’oceano Pacifico tra agosto e dicembre. Si spostava a nord fino alle isole Aleutine e all’arcipelago Kodiak e a sud fino alla costa della California, percorrendo ogni giorno una distanza compresa tra i 30 e i 70 km.

Anche Delisle era invecchiato, ma non aveva perso il suo carattere taciturno, anzi. Non mi chiese né di mia moglie né di mio figlio. Non appena salpammo si mise alla sua postazione e indossò le cuffie. Quando gli avevo spiegato il mio progetto non aveva mosso alcuna obiezione, solo qualche domanda tecnica. Navigammo per quattro ore allontanandoci il più possibile dalla costa. Quella sera l’oceano era calmo: arrivammo facilmente al punto prestabilito. La mia idea era semplice: la balena 52 hertz, da anni, percorreva migliaia di chilometri cantando la sua canzone. Le avrei risposto, diffondendo nelle profondità degli abissi un segnale identico al suo. Calammo in acqua l’idrofono, a me non restava che premere un pulsante. Delisle, che aveva il compito di controllare l’eventuale risposta al mio richiamo della balena 52 hertz, mi guardò con aria interrogativa.

I canti delle balene seguono una struttura distinta e gerarchica. Le unità di base del canto sono emissioni unitarie e ininterrotte di suoni che durano alcuni secondi. Questi suoni variano in frequenza da 20 Hz a 10 kHz. Le unità possono essere modulate in frequenza (la tonalità può salire, scendere o rimanere costante durante la nota) o anche modulato in ampiezza (salire di volume o diventare più silente). Una collezione di quattro o cinque unità viene detta “sotto-frase” (10 secondi circa di durata). Una collezione di “due sotto-frasi” costituisce una “frase”. Una balena ripete solitamente la stessa “frase” da due a quattro minuti dando origine ad un “tema”. Una collezione di “temi” è riconosciuta come un “canto”. La balena ripete lo stesso canto, che può durare circa venti minuti, per ore e persino per giorni. Inoltre, ogni canto di balena evolve lentamente col tempo. Una particolare unità che era cominciata come una tonalità con gradazione verso l’alto può lentamente appiattirsi e divenire una nota costante, mentre un’altra unità può aumentare di volume. Cambia anche il ritmo di evoluzione del canto di una balena: in alcuni anni il canto può variare abbastanza velocemente, in altri anni potrebbe non essere annotata una grande variazione. Man mano che la canzone evolve sembra che i vecchi motivi non vengano rivisitati.

“Torniamo indietro” gli dissi “ho cambiato idea.” Delisle sorrise, si tolse le cuffie, cercò qualcosa in tasca, tirò fuori un pacchetto di sigarette. Non mi ero mai accorto che fumasse, forse aveva iniziato da poco. Non mi chiese perché avessi rinunciato, e fu un bene perché non avrei saputo rispondergli. Non potevo fare nulla per la balena 52 hertz: lanciare quel falso segnale sarebbe stato un orribile inganno, un tentativo grossolano, presuntuoso, di porre rimedio a qualcosa di tragico, ma naturale e inevitabile. Delisle ed io restammo al largo della costa per un po’, alla deriva, seduti a guardare l’oceano scuro e le stelle, senza parlare, ascoltando solo il rumore delle onde contro lo scafo. Chissà a che punto del suo viaggio era arrivata la Voyager 1. Laggiù, nelle profondità dell’oceano, non arrivava luce, onde elettromagnetiche, segnali infrarossi, microonde, gps, niente. Solo suono, ed io non potevo fare altro che stare ad ascoltarla, quella balena, assistere alla sua solitudine e ai suoi tentativi struggenti di trovare un essere simile a lei, alla sua ricerca infinita come ad un fatto dato, irrimediabile, compiuto in sé; come al cospetto di un evento cosmico che fatichiamo a dire naturale, perché non si accorda con il nostro desiderio di natura buona e giusta e lieto fine per ogni storia. Fu Delisle a issare a bordo l’idrofono dalle profondità dell’oceano, riaccendere i motori del Narcissus e fare rotta verso il porto.

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Questa della balena 52 hertz è una storia vera.

Bill Watkins è morto nel 2004.

Nel 2010 due idrofoni molti distanti l’uno dall’altro hanno captato contemporaneamente un segnale sui 52 hertz: ad ascoltarlo c’era uno stagista della Scripps Institution of Oceanography della California. Sono state quindi formulate nuove ipotesi: forse la balena 52 hertz era un esemplare di un branco sfuggente, un singolo che più volte si è avvicinato troppo alle coste, allontanandosi dagli altri della sua specie. Oppure, “la creatura più solitaria del mondo” ha finalmente trovato la sua anima gemella.

Dal 2010 nessuno ha più ascoltato il canto della balena 52 hertz.

La Voyager 1 è ancora funzionante, ed è l’oggetto costruito dall’uomo più distante dalla Terra. Si trova a 21 miliari di chilometri dal sole. Si sta dirigendo verso la costellazione dell’Ofiuco e tra circa 38.000 anni passerà ad una distanza di circa 1,7 anni luce dalla stella Gliese 445 situata nella costellazione della Giraffa.

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Clicca qui per ascoltare il canto della balena 52 hertz

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Fonti

https://www.whoi.edu/oceanus/feature/warping-sound-in-the-ocean/
https://monitor.noaa.gov/obxtrail/john.html
https://www.whoi.edu/page.do?pid=126458&tid=3622&cid=4721
https://www.pmel.noaa.gov/acoustics/whales/sounds/whalewav/ak52_10x.wav

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In copertina:

“Contact”
Installazione del collettivo Mé
Mori Art Museum, Tokyo

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