roccioletti - sette respiri trattenuti 5

14 Comments

    1. E’ una bellissima domanda, e ti ringrazio, perché mi mette in difficoltà. Non lo so. Nella tua affermazione ci sono troppe parole che non conosco. Coraggio non so se ne ho. C’è il coraggio del gesto esplosivo, e c’è il coraggio della costanza, e in entrambi i casi è coraggio solo se si è pienamente consapevoli del suo contrario, ovvero della paura, dei rischi. E se si è consapevoli delle conseguenze. Credo che sia limitato, il nostro campo visivo. L’orizzonte degli eventi che davvero prevediamo, con le nostre azioni, è limitato, la totalità dei rischi corsi e delle conseguenze prodotte ci sfugge. Ci sfuggirà, sempre. Per nostra natura fisica, direi.

      Ciascuno di noi sa, intimamente, che esiste un per sempre. Il fatto importante, cioè che porta qualcosa alla nostra esistenza, è come ci si relaziona, che scelte si fanno in relazione a quel “per sempre” trascendente. Chi lo piega al proprio interesse. Chi non se ne accorge. Chi sta vivendo quello che gli è stato insegnato da altri. Sicuramente c’è un per sempre che ci sovrasta tutti, e sfortunatamente (o per fortuna, non so) solo in pochi fortunati casi coincide con il per sempre che si vorrebbe per sé. Non credo alla provvidenza né alla natura madre premurosa. Quindi, forse, non posso che risponderti con un’altra domanda: chi ha il coraggio di accettare il suo per sempre anche se non è quello delle proprie speranze e delle proprie pretese? Però, intanto, grazie per questa domanda che mi sta facendo riflettere.

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    1. Sono convinto che l’opera d’arte debba essere un campo da gioco per l’osservatore. Troppo protagonismo da parte dell’artista e troppa critica esuberante (e non accompagnante) hanno allontanano il pubblico dal suo preciso ruolo: far vivere l’opera con la propria interpretazione, e soprattutto vedersi riflessi nell’opera, a seconda delle proprie reazioni ad essa. L’artista mette il corredo genetico dell’opera, ma è l’osservatore a farla vivere davvero. Secoli di dicotomie utili alla produttività hanno forgiato termini (termini nel senso che fanno terminare) e definizioni che hanno ingabbiato la vera natura dell’animo umano, o almeno una di esse, ovvero partecipare all’atto creativo. Il pubblico partecipa all’atto creativo. Tutto il resto è definizione di comodo, per le proprie serie TV personali che ci si racconta, per controllo, oppure per quantità di informazione minima necessaria alla sopravvivenza. Ma sopravvivere non basta.

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