“The time is out of joint: O cursed spite,
That ever I was born to set it right”
William Shakespeare, Amleto
Atto I, scena V.
Tempo fuor di sesto.
Cronosismi e sincronismi.
Work in progress. Prossimamente date e luoghi.
Riccardo Pautasso nasce nel 1934 e muore nel 2005. Di bassa scolarizzazione e con un modesto impiego, decide di investire i suoi risparmi, anno dopo anno, per viaggiare e scattare fotografie, mettendo insieme 56 album fotografici: più di 1000 scatti, dal 1955 al 2003, realizzati durante soggiorni in circa 30 nazioni del mondo.
La performance ha come leitmotiv lo scorrere del tempo, il cambiamento e l’impermanenza:
– nella fotografia: i primi scatti dell’archivio Pautasso sono di piccolo formato, in bianco e nero; quelli degli anni 80 virati al rosso, a causa del degradamento chimico della carta fotografica; gli ultimi di grosso formato, dai colori brillanti.
– nei soggetti fotografati: le architetture oggi scomparse, dal Muro di Berlino alle Torri Gemelle; i ghiacciai, ai nostri giorni drasticamente ridotti; le mode di paesi vicini e lontani, gli abiti dei passanti, fotografati per caso, durante la loro quotidianità; le automobili che oggi diremmo d’epoca; il lettering delle insegne delle attività commerciali, e così via.

– nel corpo: per ogni anno, sono state scelte una o più fotografie in cui compare lo stesso Pautasso: messi in sequenza, gli scatti raccontano di un corpo dai diciotto anni fino alla sua scomparsa, i segni del tempo, i cambiamenti fisiologici.

– nella forma: l’album di famiglia (con la nascita nel 1855 della fotografia commerciale, nello studio di Parigi di André Adolphe Eugène Disdéri, grazie alla quale la borghesia ridefiniva se stessa in parallelo alle genealogie aristocratiche) come oggetto-fatto, dotato di spessore, peso, consistenza al tatto, che necessitava di uno spazio dedicato nella propria abitazione; contrapposto alla digitalizzazione della fotografia, alla smaterializzazione della sua fisicità in bites, conservati sui nostri smartphone oppure in cloud di proprietà altrui.
La performance prevede l’assemblaggio a parete degli scatti: l’asse delle X rappresenterà lo scorrere del tempo, scandito in anni; quello delle Y possibili ricollocazioni per temi delle fotografie, in cieli, vette, città, pianure, porti, spiagge, mari. Il filo conduttore, in basso sull’asse delle X, sarà quello del corpo del fotografo, negli scatti che lo ritraggono: il suo cambiare nel tempo, impermanente e intersecantesi con luoghi ancora esistenti oppure scomparsi.
Il corpo del performer, prestato al lavoro di smontaggio degli album fotografici messi insieme in cinquant’anni di viaggi, scatti e sviluppi, spenderà il suo tempo in un’azione di ricollocazione, rilettura, risignificazione nel dettaglio e d’insieme. Il work in progress sarà visitabile dal pubblico dall’inizio del lavoro fino alla sua conclusione.
Il risultato finale della performance sarà un vasto affresco fotografico, che porrà l’accento sui cambiamenti sopra esposti; alcuni scatti dell’archivio Pautasso, come forma di restituzione, saranno a disposizione del pubblico, che potrà appropriarsene, affrontando così il vertiginoso possesso del frammento di un’esistenza altra e altrui, indecifrabile eppure riempito a vista di significati personali sovrascritti, e la decisione conseguente di conservarlo o meno.
Da una certa distanza, l’opera metterà in luce i macrocambiamenti del mezzo fotografico; da vicino, sarà possibile cogliere lo scorrere del tempo e l’impermanenza di corpi, paesaggi, architetture, mode.
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“Pautasso è per Torino ciò che Esposito è per Napoli, ciò che Brambilla è per Milano; è un cognome che riassume un’intera città. Pautasso da pauta, che in piemontese significa fango. Gente venuta dal fango della campagna, che spesso dalla pauta è uscita, ma che ogni tanto c’è ritornata. I cognomi sono importanti, sono racconti in miniatura. (…) Sono flash-bulbs, i sociologi li chiamano così. Flash. Lampi. Sono ricordi cristallizzati nella memoria collettiva come scatti fotografici, come istantanee. (…) In realtà, ognuna delle persone che ci attraversano la vita lascia un piccolo segno nella nostra esistenza, una di quelle scalfitture che, durante le lezioni di meccanica all’istituto tecnico, mi avevano insegnato a chiamare microcricche: dopo che un certo numero di microcricche si sono concentrate in una zona ristretta, il pezzo di metallo si rompe, all’improvviso, e l’aereo cade.”
Alessandro Perissinotto, “Le colpe dei padri”
citato da Elisa Tonani in Enciclopedia Treccani, 13 giugno 2013.
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Andrea Roccioletti (1979). Organizzatore di eventi e performer. Ha frequentato, tra gli altri, il corso di organizzazione teatrale di Mimma Gallina (Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano), il laboratorio di teatro di Duccio Bellugi Vannuccini (Theatre du Soleil), allievo di Carolina Gomez (Scuola di Danza Aires Nuevos). È stato CTA Community Teaching Assistant per il California Institute of Performing Art sotto la direzione di Stephan Koplowitz (USA), organizzatore teatrale per il Teatro Espace, responsabile eventi per il Gruppo Feltrinelli, resident artist presso la Kunsthallekleinbasel (Basilea), il PAF Performing Art Forum (Reims), Trame De Soi (Tulle). Ha portato le sue performance e ha esposto alle Officine Caos con Michelangelo Pistoletto, alla Nroom Art Gallery (Tokyo), al DOCVA Documentation Center for Visual Arts e al Teatro Elfo (Milano), al Teatro Astra (Torino), al De Peper (Amsterdam), al Centre de Congrès de Québec (Canada), ad Artissima (Torino) e alla Biennale di Venezia (2015).
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Altri percorsi
corpi.blog
a work, in progress.
#corpo #fotografia
Il corpo certificato.
Mar Arabico, 2 maggio 2011.
“Come scrive Ferdinando Scianna ne “Lo specchio vuoto”, l’ossessione di identificare il criminale attraverso la fotografia, nata come autodifesa, si è mutata in un’ansia generalizzata a tal punto che nelle società strutturate le persone devono circolare con un documento in tasca, la carta di identità. Alla piccola foto che vi è apposta si attribuisce il ruolo di certificare ciò che di più delicato ci appartiene, la nostra identità. Se un poliziotto ci ferma per un’infrazione, ci chiede la patente o la carta di identità, pretende che siamo noi ad assomigliare alla fotografia più che la fotografia assomigli a noi. Sembra una faccenda di ordine pubblico, ma ha una portata culturale enorme: significa che la nostra società, ad un certo momento della storia, ha deciso di delegare all’immagine e non più alla persona il concetto di identità.” Prosegue qui.
Il corpo testimone.
“Il 1929 viene ricordato come l’anno di una delle crisi economiche più spaventose di tutto il ‘900. Inizia dagli USA, si propaga velocemente in Europa, si merita il nome di Grande Depressione. Uno dei settori più colpiti dalla crisi, negli Stati Uniti, è quello dell’agricoltura: nel 1937 la Farm Security Administration, agenzia del governo creata per combattere la povertà delle zone rurali, incarica alcuni dei più importanti fotografi dell’epoca di documentare le condizioni di vita dei lavoratori. Sono scatti di grande ricerca estetica, e l’uso che se ne farà sarà soprattutto politico: documentare e sensibilizzare l’opinione pubblica e le parti politiche ad intervenire per risolvere la crisi.” Prosegue qui.
Il corpo archiviato.
500.000 a.C. – 2023 d.C.
“Abbiamo parlato, parliamo e sempre parleremo di corpi e da corpi. A poterle contare, sono più numerose le volte che non sapevamo, non sappiamo e non sapremo di farlo; e sono quelle le occasioni in cui siamo state, siamo e saremo più sincere: da addormentate, per esempio, oppure nell’irreplicabile istante di un gesto spontaneo, che contiene la dimenticanza e l’assoluta coincidenza dell’essere un sé. Più rare sono le occasioni per parlare di corpi, consapevoli di farlo, perché: abbagliate da un intento; annegate nel tempo; abitando l’architettura di una grammatica, con le sue parole da contrattare; nello scorrere di uno spartito musicale, da sinistra verso destra e non viceversa; nel margine di una fotografia, che taglia fuori dall’inquadratura e che cosa; nei ventiquattro fotogrammi al secondo necessari all’illusione di movimento; in una scultura che negozia la sua presenza con lo spazio; in un passo di danza che nel suo sollevarsi da terra già racchiude la sua discesa verso la massa immensa di questo pianeta, che lo attrae e lo intrappola, appunto, nel tempo.” Prosegue qui.
Il corpo volto.
Quartier generale di Instagram.
Menlo Park, California. 12 giugno 2022.
“Corpi che rappresentano se stessi o altri corpi. A volerne trovare le ragioni, innumerevoli, ci si perde. Consce o inconsce, magiche o scientifiche. Per sconfinare il limite dell’esistenza biologica e restare nel tempo, oppure per raccontare un istante. Farsi vedere, ma prima ancora vedersi: nell’acqua delle pozzanghere dopo un diluvio, nel paleolitico, in pietre appositamente levigate, ritrovate in Anatolia (6.000 a.C.), nei primi specchi egizi di rame o bronzo (2.500 a.C.), in una diapositiva, in una fotografia conservata in un album di famiglia, sullo schermo di un cellulare. I primi specchi a figura intera erano costosissimi, e solo le persone più abbienti se li potevano permettere. E ancora: la vetrinizzazione sociale, che separa chi compra da chi vende, epperò quante volte ci è capitato di vederci riflesse in quella vetrina, sovrapposta la nostra immagine all’oggetto in vendita.” Prosegue qui.
Il corpo radiografato.
Spazio, ultima frontiera. 24mo secolo d.C.
“Nel romanzo “Star Trek Federazione” di Judith e Garfield Reeves Stevens, uno dei protagonisti, menzionando la placca di Burgess, afferma che nessuna delle razze aliene con le quali si è entrate in contatto è stata in grado di decodificarla. Molti membri della comunità scientifica hanno avanzato obiezioni sensate: il messaggio della placca sul Pioneer è antropocentrico, ad esempio la freccia che indica la traiettoria nello spazio della sonda è retaggio di una società di cacciatori-raccoglitori, senza significato per esseri viventi che potrebbero avere un’eredità culturale differente.” Prosegue qui.
Il corpo filmato.
“Ludovico Cantisani, su Minima&Moralia di settembre 2021, inizia la sua riflessione sul filmico e sul mortale partendo dai notiziari dell’estate del 2014, durante i quali vari video diffusi dall’ISIS, trasmessi e ritrasmessi, mostravano gli istanti immediatamente precedenti le decapitazioni di giornalisti americani ad opera di terroristi guidati dal famigerato jihadista John. In quegli anni nessuno si pose mai davvero la domanda sull’opportunità o meno di trasmettere e diffondere quei filmati, di quanto diritto e dovere all’informazione fossero assolutizzabili, e di quanto invece quei video contribuissero al consolidarsi di una certa versione del terrorismo mediatico, in particolare dopo l’11 settembre.” Prosegue qui.
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Roccioletti.com
arte altra altrove
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L’educazione sentimentale.
Videocamera 8mm, carta, proiettore,
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a radiofrequenze, schermo,
corpo, fiamme, libro:
“L’educazione sentimentale”
di Gustave Flaubert.
Performance, 2023.
Manipolazioni.
Corpo, immagini, forbici.
Selezione di immagini da video.
Performance, 2022.
Dispositivo all’estremo
Macchina fotografica in fiamme,
contenitore, acqua, specchio.
Performance, 2020.
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G.Gianmarchi, “Autoritratto”, 2023.
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