roccioletti - 3 mesi senza fare nulla 01

3 months doing anything.

3 mesi senza fare nulla.
Sequenza fotografica.
Calco di pistola in cemento.
Performance, 2021.

3 months doing anything.
Photographic sequence.
Concrete cast of gun.
Performance, 2021.

Didascalie di Vilém Flusser
“Per una filosofia della fotografia”

 

Le immagini sono superfici significanti. Il significato delle immagini si trova sulla superficie, e presenta una sintesi di due intenzioni: quella che si manifesta nell’immagine e quella dell’osservatore.

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Le immagini non sono complessi simbolici denotativi (univoci), come per esempio i numeri, bensì connotativi (plurivoci): esse lasciano spazio alle interpretazioni.

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E’ sbagliato voler vedere nelle immagini eventi congelati. Esse sostituiscono gli eventi con stati di cose e li traducono in scene.

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Il potere magico delle immagini risiede nella loro qualità di superficie, e la loro intrinseca dialettica, la loro contraddizione va vista alla luce di questa magia.

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L’oggettività delle immagini tecniche è un’illusione. Tutto aspira a restare eternamente nella memoria e a diventare ripetibile all’infinito.

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Ogni azione perde al tempo stesso il suo carattere storico, riducendosi a un rituale magico e a un movimento ripetibile all’infinito.

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Gli apparecchi fotografici da una parte crescono a dismisura e rischiano di scomparire dal nostro campo visivo, dall’altra si ritraggono fino a raggiungere dimensioni microscopiche, per sottrarsi completamente al nostro intervento.

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Prima della rivoluzione industriale l’uomo è circondato da utensili, dopo di essa la macchina è circondata da uomini. Prima l’utensile è la variabile e l’uomo la costante, poi l’uomo diventa la variabile e la macchina la costante.

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L’apparecchio fa ciò che il fotografo esige da esso, benché il fotografo non sappia che cosa avvenga all’interno dell’apparecchio.

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Il funzionario domina l’apparecchio grazie al controllo che esercita sui suoi lati esterni – su input e output – ed è da esso dominato grazie all’opacità del suo interno. I funzionari controllano un gioco sul quale non possono avere competenza. Kafka.

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Il fotografo può registrare tutto: un viso, un pidocchio, una galassia. In realtà però egli può registrare soltanto ciò che è fotografabile: tutto ciò che figura nel programma. Soltanto gli stati di cose sono fotografabili.

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Il dilettante riesce a vedere il mondo soltanto attraverso l’apparecchio e secondo le categorie fotografiche. Egli non è al di sopra dell’atto fotografico, ma è divorato dall’avidità del suo apparecchio, è divenuto un prolungamento dell’autoscatto.

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Possiamo aggirare l’ostinazione dell’apparecchio. Possiamo introdurre clandestinamente nel suo programma intenzioni umane che non vi erano previste. Possiamo costringere l’apparecchio a generare qualcosa di imprevisto, di improbabile, di informativo. Possiamo disprezzare l’apparecchio e quanto da esso generato e distogliere in generale l’interesse dalla cosa, per concentrarlo sull’informazione.

 

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Il corpo digitale.
Geolocalizzazione hackerata all’interno dei musei.
Da lì, invio alle persone nei paraggi di messaggi Telegram.
Performance digitale, 2021.

The digital body.
Hacked geolocation inside museums.
From there, sending Telegram messages to nearby people.
Digital performance, 2021.

@Fondazione Sandretto / Torino
@Castello di Rivoli / Rivoli
@Guggenheim / Bilbao
@MAXXI / Roma
@MOMA / New York

 

























 

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Performance mai avvenute.

Una ballerina di tango, ferma,
nello spazio espositivo, per molte ore.

Un’opera pubblica con il calco in gesso degli indici
di tutti gli abitanti di un paese.

 

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Paul Valéry in “Impressioni mediterranee”:

 

“Ad ogni istante l’occhio può far riferimento alla presenza di una natura eternamente primitiva, intatta, inalterabile dall’uomo, costantemente e visibilmente sottoposta alle forze universali. Questo sguardo vi scopre in primo luogo l’opera irregolare del tempo. Poi, reciproca, l’opera degli uomini, le cui costruzioni accumulate, le forme geometriche che impiegano, la linea dritta, le superfici o gli archi si oppongono al disordine e alle forme accidentate della natura. Alle figure di caduta e di crollo geologico gli uomini oppongono la volontà contraria di edificazione, il lavoro ribelle della nostra razza. Così l’occhio abbraccia insieme l’umano e l’inumano. Piace all’occhio ciò che disgusta l’anima. Combattuto tra la ripugnanza e l’interesse, tra la fuga e l’analisi, il pensiero si volge a ciò che c’è di brutale e di sanguinoso nella poesia degli antichi.”

 

 

“Ai greci non ripugnava evocare le scene più atroci. Gli eroi operavano come macellai. La mitologia, la poesia epica, la tragedia sono piene di sangue. L’arte è paragonabile a quello spessore limpido e cristallino attraverso cui si vedono le cose atroci: ci rende capaci di sguardi che tutti possono considerare. Che significa misurare? Opporre alla diversità dei nostri istanti, alla mobilità delle nostre impressioni e persino alla nostra specificità d’individui un io che riassume, domina, contiene. Noi sentiamo questo io universale – che non è la nostra persona contingente, determinata da una quantità infinita di condizioni e di casualità – quando meritiamo di sentirlo. Questo io universale che non ha nome, né storia, e per il quale la nostra vita osservabile, la vita da noi ricevuta e condotta o subita non è che una delle innumerevoli vite che questo identico io avrebbe potuto abbracciare.”



 

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(incompleta) de “La mostra delle atrocità” di J.G.Ballard.
Il link è valido 7 giorni.

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Letture consigliate

L.Vergine, L’arte non è faccenda di persone perbene, Rizzoli.
J.P.Vernant, Mito, Treccani.
P.Pecere, Il dio che danza, Nottetempo.
C.Koch, Sentirsi vivi, Cortina.
S.Kripke, Riferimento ed esistenza, Bollati.
R.Masland, Lo sappiamo quando lo vediamo, Einaudi.
L.Feldman, 7 lezioni e mezza sul cervello, Saggiatore.
B.C.Han, La società senza dolore, Einaudi.
J.Guerra, Il capitale amoroso, Bompiani.
U.Curi, La morte del tempo, Mulino.
P.Bloom, Il gran teatro del mondo, Marsilio.
F.Vercellone, L’archetipo cieco, Rosenberg&Sellier.
AAVV, The missing planet, Nero edition.
B.Bryson, The body, Penguin.
M.O’Connell, Essere una macchina, Adelphi.
A.Musi, Storia della solitudine, Neri Pozza.
G.DiGiacomo, La bellezza abbandonata, Mulino.
A.Romano, Musica e psiche, Cortina.
N.Mandarano, Musei e media digitali, Carocci.
S.Federici, il punto zero della rivoluzione, OmbreCorte.
W.McKenzie, Il capitale è morto e il peggio deve ancora venire, Nero.
A.D’Elia, Vederscorrere, Meltemi.
R.Braidotti, Il postumano, DeriveApprodi.
AAVV, Per soli uomini, Codice.

 

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Numeri da non chiamare.

Sobbing 0019784350163
All’s well that ends well 0014086342806
SCP Foundation 0019515722602
Binary 0018287560109
Clown Wrinkles 0014077340254
Sentences 0018586515050
Boothworld Industries I 0016302967536
Boothworld Industries II 0018018200263

 

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“Non si pensa né si legge un libro né si scrive allo stesso modo se siamo seduti in un ufficio, in una biblioteca, in un bar o in un parco. Non pensiamo allo stesso modo con qualcun altro presente nella stanza. Si direbbe che, collegati da antenne, i nostri pensieri sono turbati dal rumore statico di quelli che sono insieme a noi. L’esperienza che ne consegue non è collettiva, ma non è pensabile senza gli altri con i quali si ha qualcosa in comune, in questo caso lo spazio.”


da “Le parole migliori”, D.Gamper, Treccani.

 

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2 Comments

  1. Ho trovato molto interessante il ricomporsi dell’oggetto dell’immagine. La nostra vista concentrata nella totalità e nell’insieme degli oggetti non ci permette di soffermarci sullo scomposto, risorsa a parer mio indispensabile per ampliare il nostro campo visivo. Grazie sempre per i tuoi preziosi inviti a riflettere. Francesca

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    1. Il grado di entropia diminuisce ad ogni scatto, finché scende sotto la soglia entro la quale riconosciamo l’oggetto. Possiamo esercitarci per riconoscere l’oggetto anche a gradi maggiori di entropia, ma esiste una media antropologica e neurologica per tutti. Questo è naturale, utile alla sopravvivenza: è la quantità di informazione necessaria all’esistenza, e di più (o di meno) non ci serve (con una piega etimologica: “non è al nostro servizio”). Per questo l’entropia è una misura umana (Protagora was right anche se non intendeva questo con il suo: “L’essere umano è misura di tutte le cose”), perché fisicamente, nella realtà, la materia disordinata è ancora tutta lì, ma semplicemente non ci serve e non la riconosciamo come utile.

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