“Solo il corpo pensa ciò che vive.”
– Simone Raviola.
Frequenze / sequenze.
Di voli, respiri, leggerezze e gravità.
Soffiando coriandoli, uno alla volta,
per due ore e trenta minuti.
Performance, 2025.
Di voli, respiri, leggerezze e gravità. Gravità, una delle quattro interazioni fondamentali della fisica; oppure gravità come qualità di un fatto: ad esempio “nessuno si accorse della gravità del diverbio” che nel 1910 Carlo Michelstaedter ebbe con la madre, e che lo portò a togliersi la vita; lui che – esploratore irrequieto insaziabile del linguaggio – quello stesso anno aveva scelto, come incipit per la sua tesi di laurea, proprio una metafora su peso e gravità. Capitalizzare informazione su un argomento non basta alla felicità, se non si ha la fortuna, almeno, della leggerezza: facile? conclusione, come un oggetto lasciato di mano non può che cadere lì, in quel punto, per precisa sequenza di causa ed effetto:
“Un peso pende ad un gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende. Lo vogliamo soddisfare: lo liberiamo dalla sua dipendenza; lo lasciamo andare, che sazi la sua fame del più basso, e scenda indipendente fino a che sia contento di scendere. – Ma in nessun punto raggiunto fermarsi lo accontenta e vuol pur scendere, ché il prossimo punto supera in bassezza quello che esso ogni volta tenga. E nessuno dei punti futuri sarà tale da accontentarlo, che necessario sarà alla sua vita, fintanto che lo aspetti più basso; ma ogni volta fatto presente, ogni punto gli sarà fatto vuoto d’ogni attrattiva non più essendo più basso; così che in ogni punto esso manca dei punti più bassi e vieppiù questi lo attraggono: sempre lo tiene un’ugual fame del più basso, e infinita gli resta pur sempre la volontà di scendere. – Che se in un punto gli fosse finita e in un punto potesse possedere l’infinito scendere dell’infinito futuro – in quel punto esso non sarebbe più quello che è: un peso.” [Carlo Michelstaedter, “La persuasione e la rettorica”, pubblicato postumo nel 1913]
“Che la gravità abbia inizio” è la scritta su un muro di San Salvario: una misteriosa intuizione, ambigua ma risonante, che sia attrazione e danze di corpi in traiettorie a giro oppure orbiting di tutt’altra specie patologica. A cercare online non si trova traccia dell’origine di questa frase¹, un po’ come “una risata vi seppellirà”, motto anarchico dell’Ottocento attribuito da alcune persone a Michail Bakunin. Che si possa ridere e giocare, con la gravità e la sua controparte, la leggerezza: eccetto per un curioso esperimento di laboratorio², non c’è modo che un solido possa essere più leggero dell’aria. La leggerezza resta sempre una misura incerta, soggettiva, comparata: con qualcosa di più o meno pesante. A meno che non (si) passi di stato, da solido a liquido a gassoso: e allora il volo, gli atomi che si lasciano andare gli uni gli altri, si muovono liberamente, nello spazio e nel tempo, sollecitando solleticando (anagrammi) domande di fisica sull’entropia, sulla possibilità di calcolarla, prevederla prima che accada, anticiparla. D’altronde, sono la gravità e i suoi pozzi gravitazionali a generare quello che chiamiamo: tempo.
Di voli, respiri, gravità e leggerezze. “Enrico Mreule commise una leggerezza, quando – prima di partire per l’Argentina – consegnò all’amico Carlo Michelstaedter, dietro sua richiesta, la pistola con la quale da lì a poco quello si sarebbe tolto la vita.” Leggerezza come approssimazione, oppure come assenza di gravità; leggerezza è parola barometro (misura del peso dell’aria) cangiante e tra le più specchianti parole che ci consentono di riflettere e rifletterci; di primo acchito, in libere associazioni, le attribuiamo un colore che parla di noi stesse di noi stessi. Se dico leggerezza a che cosa pensi, che gusto ha, questa parola. E Italo Calvino:
“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire.[…] Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo.” [Italo Calvino, “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”, 1988]
E la scrittura: leggera e scorre e pesante e chiude in cerchi di evocazione in forma di parole angeli leggeri vaporosi e demoni pesanti dall’abisso e li circoscrive li intrappola ne impedisce la trasmutazione alchemica gli uni negli altri e viceversa (che non riusciamo a vivere senza dicotomie, davvero?); la scrittura leggera e pesante di cui non possiamo fare a meno e che non ci basta; ci racconta e ci travalica, come corpo in forma gassosa, e odore, racconta a chi ci legge ci annusa chi siamo, e come svaporiamo nell’aria, e abbandoniamo barattiamo pesantezze in desideri di volo. Gli odori i profumi l’olfatto che più degli altri sensi risvegliano memorie lontane sepolte, “la sindrome di Proust”: ma è stato un errore usare questa parola per definirla, che non è una malattia né una patologia, bensì un meccanismo psicologico che ci riguarda tutte e tutti; “i momenti madeleine”che punteggiano la nostra esistenza, quando un odore nell’aria e respirato innesca ricordi molto datati, risalenti fino al periodo dell’infanzia. Di voli nell’aria e di aria respirata ed espirata: quale è stato il primo odore che abbiamo sentito, fuori dal ventre materno?
Di voli, gravità, leggerezze e respiri. Il primo respiro, dopo che per nove mesi siamo state immerse immersi nel liquido amniotico, in assenza di peso. Le braccia, che abbiamo imparato a riconoscere prima ancora di chiamarle “braccia”, che ci hanno sostenute sostenuti perché non cadessimo; e invece: le inevitabili cadute, quando abbiamo provato a fare da sole da soli; il primo passo, che ha commosso chi ci stava amorevole accanto; la prima caduta che abbiamo imparato a controllare, a farne altro, nonostante, della gravità, del peso, del tempo.
Scrive Marta Zucchina, in “Floorwork, l’importanza di cadere”:
“Come si impara a camminare? Solo cadendo. E cosa vuol dire cadere? Tornare inesorabilmente al suolo. Il danzatore che salta in aria riesce a proiettarsi in alto perché paradossalmente ha sperimentato negli anni una lunga, intensa esperienza del basso. Non esiste elevazione senza caduta, non esiste salto senza affondo, non esiste proiezione celeste senza visita al sottosuolo. Un corpo che danza è un corpo che ha conosciuto l’abbandono, la forza incessante della gravità, l’ineluttabilità della precipitazione. Tutta la vita il danzatore impara a “contrattare” con la natura della caduta che coinvolge tutto il suo essere. E se pensiamo alla nostra vita? Quante lezioni ci ha impartito la caduta, anche nostro malgrado? Come avremmo imparato a rialzarci senza cadere, non una ma innumerevoli volte? Come saremmo tornati alla verticalità senza aver imparato a riorganizzare tutto il nostro corpo per la risalita? La vita è un’autentica esperienza di quello che in danza contemporanea viene chiamato floorwork, dove si passa dalla caduta alla scoperta di una nuova leva, dalla flessione all’estensione, dalla verticale al volo, e dal volo di nuovo al tuffo, in un’alternanza che è al centro di ogni nostra dinamica esistenziale. Ecco perché è importante tornare al suolo, riappropriarsi della sensazione del cadere, del cedere. Dove abita in fondo la danza se non in quello spazio tra la terra e il cielo?”
Di voli e cadute e corpi: quello di Buster Keaton, che continuamente incespica inciampa cade si rialza perde l’equilibrio ricade e si rialza ancora, ondeggia e cerca perennemente il suo equilibrio di volo in volo senza mai trovarlo, il suolo come imbarcazione che beccheggia nel mare in tempesta. Di ogni caduta un decollo, di ogni peso un lancio una parabola, ma attenzione: non c’è superomismo in questo, né retoriche metafore self-imprenditoriali, testardaggine presunzione travestiti da altro; non c’è merito nel sostenere la frustrazione; forse abbandono, che ritrova nature insospettabili di sé, che si dimentica dell’illusione di poter essere altro rispetto all’ambiente abitato, e le sue correnti sottomarine potenti. “Buster Keaton scopre che non si può vincere né perdere […] su una terra sferica, unta, completamente ricoperta di sapone si scivola, si scivola, si scivola continuamente; e qualche volta uno può anche trovare un momento di equilibrio, e dire et voilà! e si potrebbe anche fare i furbi, fingere che le cose stiano in piedi, come Charlie Chaplin, ma a che pro? per avere successo? soldi? Questo Buster Keaton non lo fa, e scivola, cade, si rialza, continuamente.” (Carmelo Bene su Buster Keaton, 1972). E ancora, scrive Simone Raviola, in merito al saggio di Gianluca Solla su Buster Keaton, “Sovrapposizioni: gesti, corpi e resistenza”:
“Corpi, cose e gesti sono forme di un’originaria resistenza. Essa co-abita l’attore, lo spettatore, il cineasta; ma loro letteralmente non lo sanno. Esso è inappropriabile, non può essere conosciuto o saputo, al massimo solo pensato, ma sempre e solo nella pratica e nel movimento, mai teoreticamente: occorre essere funamboli, danzare, cadere: solo il corpo pensa ciò che vive. La fonte delle resistenza, una vita mai vista prima, viene vissuta per la prima volta (anche) nel concatenamento cinematografico. Una sorgente che vive e si protrae nello scarto tra l’attore e se stesso, tra il gesto corporeo e lo spazio, tra lo schermo e lo spettatore. Una sorgente che non si esaurisce mai nella sua cristallizzata abitudine, nella ripetizione. E in fondo, ciò che fa di Buster Keaton, la funzione così ben descritta da Gianluca Solla, è proprio lo sgorgare incessante della resistenza, sia essa rivolta alla “Polizia” del capitolo sesto o alla città di Hard Luck: a far ridere è quel particolare, quell’insistenza di un dettaglio infimo, quel tic in cui, con più evidenza che altrove, si rivela la non coincidenza di una vita con se stessa. Quel particolare, che è tanta parte della sua vita, gli si sottrae alla vista: non ne sa nulla, alla lettera. Là è il punto in cui è ostaggio della propria corporeità, ma è anche il punto in cui ci è sottratta qualsiasi visuale su noi stessi. Non siamo mai tanto presenti alla nostra esistenza che là dove la manchiamo. Su di essa non regna nessun nome tutelare. Là una vita è lasciata a se stessa, abbandonata, forse libera da sé per la prima volta.”
Di voli, gravità, leggerezze, respiri: con quale frequenza, in quale sequenza, sospingono fanno volare, ad uno ad uno, ogni coriandolo e singolarmente preso e lasciato,
ogni respiro lanciato lasciato
perso preso
al volo,
Note:
1 – “Che la gravità abbia inizio”: in realtà esiste un preciso riferimento a questa frase, online. Non è stata una ricerca semplice e c’è voluto del tempo, dopo la stesura definitiva di questa nota critica alla performance. E’ lo slogan di un DSN sinkhole, ovvero uno stratagemma informatico che serve a bloccare gli spot pubblicitari. Il software è presentato su un sito che ha come copertina l’immagine di un buco nero, e la metafora è che tutte le informazioni di spam ci finiscono dentro, così come una blacklist di siti selezionabili da chi vuole avvalersi di questo servizio.
2 – Un solido più leggero dell’aria: si chiama aerogel, è composto per il 99,8% di aria e si presenta come fumo ghiacciato; fu creato per la prima volta da Steven Kistler nel 1931, come il risultato di una scommessa con Charles Learned: avrebbe vinto chi dei due per primo avesse sostituito il liquido con un gas in un gel, ma senza causarne il collasso.
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