A portata di mano.
Performance collettiva, 2026.
E’ stato chiesto alle persone partecipanti di inviarmi uno scatto di un oggetto a loro scelta, a portata di mano. Tra le 20:00 e le 23:30 del 16 giugno ho ricevuto 189 fotografie.
cosalogia ∩ cosaviglia ∩ cose ∩ corpi
infracosità ∩ cosamemoria ∩ cosacrazia
In anemoia* di Amelia Veronica Vescari
* anemoia: termine coniato da John Koenig nel suo Dictionary of Obscure Sorrows, descrive una dolce tristezza per vite immaginate, amori mai nati o epoche a cui non si è appartenutə.









“Il corpo non incontra le cose: il corpo è già una cosa tra le cose. Una cosa vulnerabile, porosa, esposta. La differenza è che alcune cose hanno ottenuto il privilegio di chiamarsi soggetti.” – Corpi minori e oggetti insubordinati, 2003.
Tra le figure più enigmatiche degli ultimi decenni, Amelia Veronica Vescari (AVV come amava abbreviarsi, “per lasciare spazio” diceva) occupa una posizione del tutto peculiare. Formata tra discipline apparentemente inconciliabili – semiotica ma dell’ordinario, tassonomia ma dell’inutile, antropologia domestica e archeologia dell’inframinimo – AVV dedicò la quasi totalità della propria ricerca a un oggetto di studio che la comunità accademica aveva fino ad allora sistematicamente sottovalutato o trascurato del tutto: le cose. Non le grandi cose della storia, della tecnica oppure del patrimonio monumentale, bensì le cose minori: ciò che rimane sui tavoli, negli interstizi delle tasche, sul fondo dei cassetti, negli angoli delle sale d’attesa, nelle scatole senza etichetta custodite sopra gli armadi.




“Ogni oggetto domestico custodisce una genealogia politica. Una pentola racconta chi ha cucinato e per chi; una scopa racconta chi ha pulito il mondo delle altre persone; un ferro da stiro registra il tempo sottratto a un desiderio. Le cose non sono mute: siamo noi ad aver imparato a non ascoltarle.” – La cosamemoria del lavoro invisibile, 2001.
Secondo AVV, la civiltà occidentale avrebbe costruito la propria identità sulla progressiva invisibilizzazione delle cose ordinarie. Ogni oggetto, una volta assolto il proprio compito funzionale, cesserebbe di esistere sul piano percettivo, e continuerebbe a operare nel mondo senza essere più guardato. Fu proprio questa forma di sparizione percettiva che la studiosa definì, nel suo ormai celebre saggio “Introduzione alla Cosalogia Generale” (pubblicato da una piccola casa editrice indipendente, chiusa nel 2016), con il termine di infracosità. L’infracosità indica il grado di esistenza di un oggetto inversamente proporzionale all’attenzione che gli viene dedicata. Più una cosa ci è familiare, meno la vediamo. Più è indispensabile, più scompare. Da questa intuizione nacquero alcune delle categorie teoriche che oggi costituiscono il lessico fondamentale della sua disciplina.


“Il patriarcato ha prodotto una gerarchia dei corpi e una gerarchia delle cose. Ha elevato alcuni strumenti a tecnologia e relegato altri a faccende. Ma ogni rivoluzione materiale inizia quando una mano prende in considerazione ciò che era stato giudicato insignificante.” – Introduzione alla cosacrazia diffusa, 2002
La cosamemoria, ad esempio, non coincide con il ricordo umano dell’oggetto, bensì con ciò che l’oggetto trattiene dei corpi che lo hanno attraversato: la deformazione di una maniglia, l’impronta oleosa su una tastiera, l’ammaccatura di una posata, il tessuto consumato sul bracciolo di una poltrona. Ogni cosa, sosteneva AVV, è un archivio inconsapevole. L’oggetto registra senza interpretare, conserva senza comprendere, accumula il passaggio dei viventi. In opposizione alla tradizione museale occidentale, fondata sulla preservazione e sull’isolamento, e spesso sul colonialismo predatorio, AVV propose il concetto di cosamorfosi: la lenta trasformazione degli oggetti attraverso l’uso. Una tazza scheggiata non è una tazza danneggiata, è una tazza che ha vissuto. Un pavimento consumato non è un pavimento deteriorato, è la cartografia di migliaia di attraversamenti. Le cose non decadono, diventano (ndr a mio avviso anticipando in forma letteraria teorie poi esposte in fisica da Heisenberg, in merito allo sguardo e al collasso della funzione d’onda probabilistica, e da Carlo Rovelli ne “L’ordine delle cose”).









“Ogni volta che pieghiamo un indumento, stiamo negoziando una forma del mondo. Ogni volta che apparecchiamo una tavola, distribuiamo prossimità e distanza. Non esistono gesti innocenti: esistono gesti talmente ripetuti da essere diventati invisibili.” – Fenomenologia del piegare, frammento da appunti, probabilmente 2002.
L’ipotesi più controversa emersa dai suoi studi fu tuttavia formulata negli ultimi anni della sua attività, e riguarda ciò che la studiosa chiamò cosacrazia diffusa. Secondo tale teoria, l’organizzazione delle società contemporanee non sarebbe governata esclusivamente dalle intenzioni umane, bensì da una fitta negoziazione tra soggetti e oggetti. Le chiavi decidono percorsi, le sedie distribuiscono posture, le porte regolano inclusioni ed esclusioni, gli armadi disciplinano il visibile, le liste della spesa strutturano desideri, i cestini determinano geografie dello scarto. Le cose non sarebbero dunque meri strumenti passivi, ma veri e propri agenti silenziosi: architetti dell’abitudine, coreografi del quotidiano.



“Le cose consumate mi commuovono più delle cose nuove. Un manico levigato da molte mani testimonia una comunità. L’usura è la forma materiale dell’affetto.” – Elogio delle superfici stanche, 1999.
Fu proprio durante una delle sue celebri derive metodologiche che AVV elaborò la nozione destinata a renderla famosa ben oltre gli ambienti specialistici: la cosaviglia. La cosaviglia non coincide con la meraviglia oppure lo stupore: non è l’effetto prodotto dall’eccezionale. Al contrario, è una specifica disposizione dell’attenzione: la capacità di osservare una cosa qualunque come se fosse la prima volta. Una graffetta. Una ricevuta. Un bottone spaiato. Una moneta fuori corso. Una scopa. Oggetti privi di prestigio simbolico che, sottratti all’automatismo percettivo, riacquistano improvvisamente spessore ontologico. La cosaviglia interrompe il consumo distratto del reale, rallenta il gesto, sospende la funzione, restituisce presenza. E’ una postura, corporea innanzitutto, rivoluzionaria, e di resistenza.


“Il femminismo mi ha insegnato che non basta chiedere chi parla. Occorre chiedere: chi lava le tazze dopo il convegno? Chi rimette a posto le sedie? Chi raccoglie i resti? La distribuzione degli oggetti è sempre una distribuzione del potere.” – Note per una teoria materiale della giustizia, 2005.
Nei suoi taccuini, la studiosa annotava spesso che il compito fondamentale della cosalogia non consiste nel classificare le cose, bensì nel lasciarsi modificare da esse. “Le cose”, scriveva, “non chiedono di essere comprese. Chiedono di essere frequentate.” Da questa affermazione derivò la nascita di pratiche sperimentali quali la cosamanzia, disciplina divinatoria basata sull’interpretazione delle configurazioni accidentali degli oggetti domestici; la costruzione di cosateche portatili, piccoli archivi affettivi di reperti insignificanti; e l’invenzione del cosascopio, dispositivo teorico capace di ingrandire l’infraordinario fino a renderlo nuovamente percepibile. Moltə liquidarono tali esperimenti come esercizi di poetica eccentrica; altrə vi riconobbero un tentativo radicale di ridefinire i confini stessi del sapere.









“La relazione non avviene tra persone autonome che decidono occasionalmente di toccarsi. La relazione precede la persona. Nasciamo già avvoltə in tessuti, sollevatə da braccia, nutritə da utensili, contenutə da stanze. Prima dell’io, c’è sempre un intreccio di corpi e cose.” – Ontologie della dipendenza, atti non pubblicati, 2002.
Per AVV studiare le cose significava dunque indagare le condizioni materiali dell’esistenza, interrogare il modo in cui veniamo continuamente plasmatə da ciò che crediamo di utilizzare, comprendere che l’ordinario non costituisce il residuo del reale, ma il suo nucleo più denso. Negli ultimi anni della sua ricerca, AVV amava definire la cosalogia come “una disciplina dell’attenzione”, una pratica minima, un’etica dello sguardo, un esercizio di rallentamento. Non un sapere sulle cose, ma un sapere con le cose. Forse è proprio qui che risiede l’eredità più significativa del suo lavoro. Nell’aver suggerito che il mondo non è composto da eventi straordinari intervallati da tempi morti, bensì da una moltitudine di presenze silenziose che attendono soltanto di essere nuovamente guardate. E che ogni rivoluzione percettiva potrebbe iniziare così: aprendo un cassetto, prendendo in mano un oggetto qualsiasi, e concedendogli, finalmente, il tempo di apparire.






Maria Letizia Vannucci – storica dell’arte contemporanea. “Non ho mai saputo se la Vescari fosse realmente interessata agli oggetti oppure alle forme della nostra distrazione. A distanza di anni, rileggendo i frammenti che ci restano dei suoi appunti, ho l’impressione che tutta la sua ricerca costituisse un tentativo sistematico di studiare ciò che sfugge allo sguardo nel momento stesso in cui diventa familiare. Ricordo una visita a un museo di arti decorative. Mentre il resto del gruppo osservava le opere esposte nelle vetrine, lei trascorse quasi venti minuti davanti ai segni lasciati dalle ruote dei carrelli sul pavimento del deposito. Disse soltanto: “Le collezioni sono interessanti. Ma sono le tracce della loro manutenzione a raccontare la verità del museo.” All’epoca mi sembrò una provocazione. Oggi penso che fosse una definizione della sua intera opera.”


Giulio Ferrante – antropologo delle pratiche quotidiane. “Molti hanno letto la cosalogia come una poetica degli oggetti. È un errore. AVV non romanticizzava le cose. Le prendeva terribilmente sul serio. La sua nozione di cosacrazia diffusa anticipò di molti anni quelle correnti teoriche che avrebbero poi descritto il ruolo attivo delle infrastrutture, dei dispositivi e degli ambienti nella costruzione del comportamento umano. Ma lei arrivò a conclusioni analoghe partendo da una scopa. O da una ciotola. O da una sedia di plastica. La sua grande intuizione fu che il potere raramente appare sotto forma di comando. Più spesso prende la forma di un’abitudine. E ogni abitudine possiede una materialità. Per questo motivo, credo che la sua opera sia stata molto più politica di quanto lei stessa amasse ammettere.”









Arturo Benassi – scrittore e saggista. “Incontrai AVV una sola volta. Pranzammo insieme durante un convegno a Ravenna. Parlammo quasi esclusivamente di una tazza. Non una tazza particolare, una tazza qualsiasi. Era scheggiata. Mentre io cercavo di orientare la conversazione verso argomenti più degni di una discussione accademica, lei continuava a osservare quel piccolo difetto sul bordo. A un certo punto disse: “Le cose nuove non hanno ancora una biografia.” Ricordo di aver annotato la frase su un tovagliolo. Non perché la condividessi, ma perché mi sembrò il genere di frase che si può comprendere soltanto molti anni dopo averla ascoltata. Oggi, ogni volta che esito a buttare un oggetto consumato, mi accorgo che la sua voce continua a lavorare dentro di me.”


Tommaso Re – pittore. “Chi non l’ha conosciuta immagina una teorica. Io ricordo soprattutto una maestra dell’attenzione. Durante il mio primo seminario arrivò con una scatola di cartone. La appoggiò sul tavolo e ne rovesciò il contenuto. C’erano elastici secchi, scontrini sbiaditi, tappi, bottoni, frammenti di matita, chiavi senza serratura. Rimanemmo in silenzio. Dopo qualche minuto qualcuno chiese quale fosse l’esercizio. Lei rispose: “L’esercizio è accorgersene.” Per molti anni ho creduto che quella fosse una battuta, ora penso che fosse il programma completo della cosalogia. Non imparare qualcosa sulle cose, imparare a diventare il tipo di persona che riesce ancora a vederle.”








Georges Didi-Huberman. “AVV non studiava le cose: studiava la loro sopravvivenza. Come le immagini, anche gli oggetti conservano tracce che eccedono la loro funzione e il loro tempo. Una tazza scheggiata, nelle sue pagine, diventa un documento involontario, una piccola ferita materiale in cui il passato continua a depositarsi. La sua cosamemoria è una teoria della traccia portata fino alle soglie dell’invisibile.”









Bruno Latour. “Ciò che ho sempre apprezzato in AVV è il suo rifiuto di considerare gli oggetti come semplici intermediari. Le chiavi, le porte, le sedie: per lei erano attanti a pieno titolo. Mentre molti cercavano l’azione nelle istituzioni, lei la trovava nei cassetti della cucina. La cosacrazia diffusa non è una metafora poetica: è una descrizione rigorosa di come il mondo sociale venga continuamente negoziato.”



Sara Ahmed. “Le cose, per AVV, orientano i corpi. Ci insegnano dove andare, come sederci, cosa ricordare e cosa ignorare. Per questo la sua attenzione agli oggetti domestici è profondamente politica. Le sue domande non riguardavano soltanto chi occupa uno spazio, ma chi lo mantiene abitabile. La sua opera ci ricorda che il potere si nasconde spesso nelle superfici più familiari.”





Tim Ingold. “Ho sempre avuto l’impressione che AVV osservasse gli oggetti come altri osservano i paesaggi. Non vedeva cose finite ma processi in corso. Una scopa consumata, un pavimento levigato, una maniglia deformata: tutto parlava di relazioni, movimenti, attraversamenti. La cosamorfosi è forse il suo contributo più prezioso: l’idea che la vita si iscriva nella materia senza mai separarsene.”









Jane Bennett. “Molto prima che diventasse comune parlare della vitalità della materia, AVV aveva già intuito che gli oggetti partecipano al mondo in modi che sfuggono alle nostre categorie abituali. Ciò che chiamava cosaviglia non è altro che la sospensione dell’arroganza umana. Un momento in cui riconosciamo che la realtà non è composta soltanto da soggetti che agiscono, ma anche da cose che insistono, resistono e trasformano.”


“Abitare significa inevitabilmente lasciare impronte e ricevere impronte. Nessun corpo attraversa il mondo senza modificarlo e senza esserne modificato.” – Etica della cosaviglia, capitolo conclusivo.


“Forse la cosaviglia è questo: guardare una tazza scheggiata e riconoscervi non un difetto, ma una biografia. Guardare un corpo segnato e riconoscervi non una mancanza, ma il lavoro del tempo. Imparare, infine, a sottrarre tanto le cose quanto i corpi al ricatto della perfezione.”







Sono nomi senza cognomi ma per me è pratica di scrittura tempo speso in gratitudine per ciascuno di essi, e quindi special thanks:
Anna, Sergio, Donatella, Nicola, Davisc, Severino, Tiresia, Armando, Alessandro, Tiziana, Babi, Silvia, Veronica, LaChiara, Natalia, Matteo, Alessia, Eli, Cripiv, Canadian, Paolo, Luca, Fracesca, Fables, Egidio, Antonella, Agnese, Elisa, Enzo, Fra, Elimar, Elvira, Zoe, Federico, Rossana, Annalisa, Valter, Frederik, Francesca, Benedetta, Captain, Manuz, Matteo, Koma, Maria, Mariangela, Maurizio, Vanessa, Kla, Anton, Claudia, Loris, Elisa, Andrea, Silke, Alberto, Lorenzo, Dario, Clara, Kobra, Windy, Chiaraluce, Andreas, Debora, Michele, Sara, Barbarakay, Luna, Catwoman, Claudia, Abe, Lalla, Serena, Rivo, Domenico, Simone, Filomena, Valeria, Margherita, Ciccio, Roberto, Giacomo, Mattef, Mariateresa, Tess, Giorgia, Francescaz, Tamko, Alex, Michela, Fedecap, Alice, Veronica, Vito, Marina, Paolo, Piva, Tam, Helena, Lory, Enrico, Irene, Simona, Cleo, Silviamaria, Valez, Giada, Denny, Marion, Tonino, Sarah, Dido, Carlo, Ulisse, Venom, Medea…
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