“E nello spazio e nel tempo d’un sogno
è racchiusa la nostra vita.”
Prospero, atto IV, scena I
La tempesta, William Shakespeare
E nello spazio e nel tempo d’un sogno.
Forbici, 60 metri di filo di lana. Tagliando 2 centimetri alla volta. Mettendo i frammenti in una fodera. Dormendo su quel cuscino. Performance e installazione, 2024.
Scissors, 60 meters of wool thread. Cutting 2 centimeters at a time. Putting the fragments into a cuschion cover. Sleeping on that pillow. Performance and installation, 2024.
Ciseaux, 60 mètres de laine. Couper 2 cm à la fois. En mettant les fragments dans une doublure. Dormir sur cet oreiller. Performance et installation, 2024.
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#corpo + #sogno
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Il corpo immediato, mediato, mediale.
Workshop di arti performative.
Lunedì 30 settembre, 0re 21:30
@ Greenbox, via s.Anselmo 25, Torino
Primo incontro conoscitivo gratuito
Per tutte le info, clicca qui sotto.
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Some retakes 2016 > 2023
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Da corpi.blog | a work, in progress
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Altri percorsi: letture.
“Noi siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni: è una frase leggendaria, la pronuncia il mago Prospero in un momento culminante della Tempesta, uno dei capolavori assoluti di Shakespeare e di ogni tempo. Il mago, duca di Milano esiliato su un’isola caraibica, magica, popolata di voci, paragona la nostra natura umana a quella dei sogni: impalpabili, per definizione, incerti. Appaiono e si dileguano, tale è la sostanza dell’uomo. Prospero sta indicando anche la realtà della scena, del teatro, che d’incanto fa apparire storie, eventi, tragedie, tutte destinate a svanire nel nulla quando cala il sipario. Purtroppo in italiano, si traduce sempre il termine stuff non con stoffa, letterale, in un inglese antico e ricercato, non a caso scelto dall’autore, ma con l’approssimativo sostanza. Sostanza è termine generico, sostanza è il ferro, duro e durevole, sostanza è il legno, solido anche se corruttibile, sostanza è l’acqua scorrevole e impalpabile, sostanza sono tante cose, solide o inconsistenti, più o meno dure o malleabili. La stoffa invece è una sostanza particolarissima: nasce dalla tessitura di fili, da un disegno che crea quella particolare, unica sostanza, dal nulla. Prima della stoffa, infatti, c’è il vuoto: la trama, a poco a poco, ordisce un tessuto, che acquista fisionomia, ma non solidità. Copre il nostro corpo o le pareti, o un mobile, o le finestre da cui si vedrebbe il paesaggio, mutando l’aspetto di tutto ciò che ammanta: stoffa sono i costumi degli attori, i lenzuoli dei fantasmi, stoffa è ciò che prende forma e illude proprio in quanto privo di consistenza propria. Ecco che dire che siamo della stessa stoffa dei sogni significa affermare la nostra natura effimera ma anche magica: nati dal nulla, da una trama invisibile, ci muoviamo leggeri sulla scena del mondo, e ciò che muove, ci anima, è un mistero celato da quel tessuto. La storia del pensiero e della letteratura sono il racconto del sogno. Di infiniti sogni e del sogno che tutti li genera, comprende e dissolve. Il sogno anima la visione della realtà ulteriore in Platone, che in sogno ascende alla luce e al canto delle muse e delle sirene. Il mondo omerico è mosso e popolato di sogni. La Divina Commedia è un sogno, che ha inizio nella zona buia dell’incubo, e dagli inferi risale alla luce celestiale di Beatrice. Le Metamorfosi di Ovidio, la mucca da cui tutti hanno attinto il latte, come si sarebbe detto di Goethe in tempi a noi più vicini, è un incessante sogno di metatrasformazioni, e il teatro nelle sue forme supreme è la manifestazione del sogno e della sua potenza rivelante: in sogno appare, evocato dai saggi, lo spettro del re Dario, che svela alla regina vedova e ai sapienti cortigiani la realtà della disfatta dell’esercito persiano in Grecia, e la causa di tale disfatta. Prima di svanire dissolvendosi nell’aria svela il vero. Il sogno è la quintessenza della realtà del mondo: nel grande teatro di Calderon de la Barca, La vita è sogno. In Shakespeare supremamente il sogno è portato e vissuto in tutta la sua potenza e inarrivabile complessità, dalle visioni incubose di Macbeth al Sogno di una notte di mezza estate, in cui la sua realtà nutre, notturnamente, l’uomo dormiente.”
da “La trama e l’ordito dei sogni: siamo noi”
R.Mussapi, 2017
“La condizione del sogno, in maniera non dissimile da altre cosmologie indigene, non può quindi essere pensata in opposizione a quella di veglia, in quanto: «La vita si estende oltre i confini di un particolare locus corporeo [embodied] di seità» (Kohn 2013, p. 196). L’esperienza del sogno, come perdita del proprio locus corporeo, non conduce ad alcuna forma di desoggettivazione; al contrario, consente l’accesso a prospettive altre e superiori a quella consueta e può fattivamente operare sul reale.”
da “Segni e sogni: Eduardo Kohn e la linguistica interspecie”
M.Gargiullo, 2023
“Ma il sogno non è solo morte, è anche inno alla vita, dominio degli dei, tanto irraggiungibili per gli esseri umani quanto lo sono i morti. Tuttavia, in questa irraggiungibilità, il sogno può creare uno spiraglio e dar modo ai numi di comunicare con i mortali. Non che una conversazione non possa avvenire in altre condizioni, ma, forse per l’aura di alterità e mistero che circonda i sogni, molto spesso essi vengono eletti a tramiti con il mondo umano. Il sogno può essere plasmato in infiniti modi, con il fine ultimo di generare gli scenari più adatti allo scopo, i personaggi che hanno più possibilità di fare breccia nell’interiorità del sognatore e portare l’individuo a compiere la volontà divina. E allora ecco che Penelope viene confortata dall’immagine della sorella Iftime, Nausicaa è spronata da Atena nei panni di una sua compagna di confidenze e Agamennone consigliato da un ombroso Nestore. Confortati ed ingannati. Fatto curioso e ancora più interessante è che tutte queste conversazioni avvengono secondo un modulo cosiddetto “teatrale”, uno schema ripetitivo e quasi da copione: un’immagine si palesa di fronte al sognatore, il quale però rimane come paralizzato di fronte al panorama onirico. Vede, sente ma non può parlare o toccare la propria visione perché gli risulta impossibile interagire attivamente con il proprio “interlocutore”, sebbene questo termine richieda un dialogo per poter esistere. Anzi, si può dire che la comunicazione avviene verso un’unica direzione (da apparizione a spettatore) e, anche se vi è una risposta, è come se proprio per l’alterità e l’anormalità del limbo del sonno i due piani fossero impossibilitati a comunicare, troppo diversi per avere un punto di contatto: il sogno “parla”, il dormiente tace.”
da “Il sogno nella Grecia antica: tra morte, dèi e follia”
E.Bonacina, 2024
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