margine non argine

notacritica a margine non argine
una restituzione in possibile della performance
Cecì n’est pas un balai, 19 settembre 2026
@ Parco Lago Nord, Paderno Dugnano

+ Guerrilla Performing Tramanti
+ L’Amaca Teatro
+ Neurodivergentə Peripatetichə

Cecì n’est pas un balai appartiene a quella forma del per~formare che non si lascia archiviare docilmente [“non andartene docile in quella buona notte” Dylan Thomas 1947] nell’istante della sua conclusione: qualcosa della sua materia _ fisica relazionale immaginativa collettiva _ resta in chi ha partecipato, addosso tras~versale dentro. Forse perché questa performance non chiede di essere guardata, bensì attraversata e si mette di traverso: all’abitudine alla memoria muscolare alle autostrade del significato alle gerarchie interiori inconsce all’efficienza. E attraversare essere attraversatə significa segnifica mettere (mittere originariamente “mandare”) in gioco corpo, attenzione, disponibilità a lasciarsi sorprendere da un oggetto apparentemente troppo semplice per contenere tutto ciò che gli viene affidato [trovato dentro e portato fuori]: una scopa.

Una scopa: oggetto domestico, umile da humus [e in~fatti serve a raccogliere la terra la polvere] quasi invisibile per quanto appartiene alla normalità normoalità: strumento attrezzo che quotidiana~mente usiamo (siamo usatə da) senza guardarlo davvero da vero. Serve ci rende servə: a pulire, spostare la polvere, rimettere ordine. Cecì n’est pas un balai [prende] parte da questo equivoco percettivo: che una cosa sia ciò che sappiamo essere, nelle dinamiche delle cronogalere quotidiane. La scopa diventa dispositivo per disimparare la cosa / sé / il mondo: non è più soltanto una scopa, bensì presenza prolungamento del corpo gioco soglia peso traiettoria. Il titolo stesso, con il suo richiamo a Magritte, attenta alla fiducia nelle cose nominate: dire “questa non è una scopa” non vuole negare l’evidenza (ex-videns chiaro in se stesso), ma, aprire, una, crepa.

Ed è in questo potenziale gravitazionale che il progetto trova una delle sue possibili intuizioni perturbanti sovversive: trasformare la partecipazione in decostruzione, la decostruzione in esperienza, l’esperienza in forme di responsabilità condivisa. Quando un corpo entra nello spazio lo varia ne è variato reso vario vasto; una persona si avvicina, un’altra ricalibra la propria posizione; una scopa passa da una mano all’altra, cambia significato e relazione tra corpi. Il gesto più impercettibile produce conseguenze a cascata: percezione pensiero corpo la risalgono come il salmone del dubbio di Douglas Adams (“La vita non accade necessariamente in ordine cronologico”, cit). Il corpo non è soltanto luogo dove accade cade dentro la performance, è sua materia prima sorgiva: corpo che pesa inciampa cerca un equilibrio misura una distanza impara disimpara un gesto copia e reinventa. Un corpo che, sopra~tutto: torna a percepire percepirsi. In un tempo nel quale molte esperienze (credute) culturali sono divorate rapidamente attraverso uno schermo, Cecì n’est pas un balai restituisce alla presenza una qualità: quasi tattile. Ricorda che: essere insieme non equivale a trovarsi nello stesso luogo, ma negoziare continuamente uno spazio comune.

E la scopa diventa tramite di questa trattativa. C’è qualcosa di profondamente… attraente, nella sua snatura ambigua. È strumento di lavoro ∃ oggetto disponibile al gioco; appartiene alla casa ∃ può trasformarsi in elemento scenico; ha una funzione precisa ∃ diventa sorprendentemente fertile quando quella funzione viene sospesa sovvertita. La scopa spazza, ma può anche: indicare sostenere delimitare accompagnare disegnare nell’aria produrre suoni. E’ a contatto con il suolo ∃ può essere sollevata. Sostiene ∃ disequilibra sé e le altre persone. Può diventare confine oppure da attraversare. Può essere singola individuabile come individuale, ma nella relazione con altre scope produce un sistema: ritmo, figura collettiva. In questo passaggio dall’uso all’improvvisa~azione si apre uno dei territori più interessanti della performance: l’oggetto quotidiano smette di essere trasparente, invisibile, silenziosamente dispotico nel disporci per essere usato. Lo guardiamo [di] nuovo, guardiamo diversamente anche noi stessə.

E la capacità di non separare il gioco dalla ricerca: gioco non intervallo dentro una struttura pensatartistica, bensì metodo attra~verso cui la struttura viene costruita continuamente messa alla prova. Questa scelta porta con sé anche una domanda critica, zan zan zan! quanto può spingersi la partecipazione senza diventare prescrizione? Quando performer (e pubblico) sono davvero liberə di abitare un’esperienza e quando, invece, stanno eseguendo un dispositivo progettato da altrə? E questa è tensione inevitabile nei lavori partecipativi performativi, diventano perforativi se precipitano in gerarchie nascoste subdole. Cecì n’est pas un balai questo interrogativo non lo ignora, non lo cancella, non lo nasconde, non lo mimetizza. La rende percepibile, e centrale da affrontare.

Partecipare a una struttura in continuo dis~continuo di~venire senza ruoli prestabiliti in senso improvviso improvvisattivo – significa tra l’altro accettare di non sapere, non potersi preparare, non rifugiarsi nello studio a memoria di una parte. E’ lasciare accadere che: altro corpo altri corpi dicano per un momento il ritmo, scoprire che il proprio stare nello spazio produce effetti sulle altre persone, esporsi: alla possibilità che qualcosa non riesca, che un gesto non venga capito, che una relazione rimanga sospesa. E tutto questo accade, sempre; e accade anche molto altro. Questa vulnerabilità rende (anche nel senso di restituisce) l’esperienza più concreta di qualsiasi promessa premessa pretesa di co~involgimento.

Nel corso della performance, la scopa diventa anche misura del tempo: ogni suo movimento rende visibile una durata: la si può seguire perdere ritrovare scambiare lasciare lanciare. Il gesto ripetuto (re-petere chiedere di nuovo) produce ritmo, ma la reiterazione non è mai perfettamente identica: cambiano corpi, distanze, attenzione, in coreo~grafie che non appartengono interamente né a chi _in quel momento_ conduce né a chi partecipa. È una coreografia relazionale, costruita nel momento stesso in cui accade. Forse è anche questo il punto in cui Cecì n’est pas un balai mette una virgola e smette definitivamente di parlare di una scopa: mostra (senza una sola parola) come si attribuisca significato alle cose, alle relazioni, ai corpi nostri altrui, e come il significato [e l’identità, cfr la [nuova] fabbrica degli scorticamenti] non sia contenuto nei corpi negli oggetti una volta per tutte, bensì emerga dalle relazioni che costruiamo da cui siamo costruitə. Fa spazio alla possibilità di osservare una cosa ordinata ordinaria abbastanza a lungo da renderla nuovamente misteriosa profonda mutevole. E racconta: di una comunità temporanea, quando un gruppo di persone accoglie di condividere la stessa attenzione.

In Cecì n’est pas un balai una comunità di corpi (si) sperimenta insieme cosa può diventare un oggetto, quando si smette di chiedergli di essere utile, e si inizia ad ascoltare che cosa può rendere possibile. Poi la performance finisce, le scope tornano a essere scope, i corpi riprendono le proprie distanze, uscendo si rientra: nel proprio improprio quotidiano. Ma qualcosa è stato spostato, non soltanto nello spazio performativo: lo sguardo sulle cose sui corpi sulle relazioni. Ed è una minima incrinatura, ma il teatro (sì, questa parola, ora) dovrebbe principiare proprio da qui: da un corpo che si mette in ascolto fa ascoltare si ascolta, e da un gesto, che si coglie accoglie, di condividere.

Ringraziamenti.
Sono tanti i nomi, ma
nella diversità una cosa li accomuna tutti:

Ho avuto la fortuna, e il privilegio, di costruire condividere questo workshop prima e questa performance poi con persone amiche disposte ad entrare in uno spazio in un tempo a trovare mettere insieme che cosa sarebbe accaduto: affidandosi a un gesto, un oggetto, un’altra persona. Persone con le quali si è riso condiviso intensato ma anche affrontato il perturbante, perdendo per qualche istante la distanza rassicurante che [ci] protegge dalle cose. Persone che hanno saputo accogliere che una scopa smettesse di essere una scopa, un corpo diventasse altro da ciò che siamo abituatə a chiedergli, e stare insieme significasse qualcosa di più che trovarsi nello stesso dove come quando. A tutte queste meravigliose persone che hanno partecipato a Progetto Broom / Cecì n’est pas un balai: gratitudine. Grazie per aver dato impegno passione disponibilità, per aver accettato di provare, seguire, inventare, esporsi, per aver lasciato che una cosa apparentemente minima – una scopa, un gesto, una relazione – diventasse abbastanza grande da interrogarci. Per aver avuto il coraggio e la cura di costruire uno spazio non addomesticato non completamente prevedibile.

Partecipare davvero non è mai comodo: richiede fiducia ascolto attenzione, e accettare che qualcosa possa spostarsi. Non si tratta solo di riconoscersi, bensì andare insieme in direzione condivisa costruita; nonostante fatica, storie personali complesse, tristezze e attraversamenti di vita. Questa performance dunque è dedicata a chi non ha smesso di giocare, a chi si lascia sorprendere, a chi non ha bisogno che tutto sia di tornaconto, produttivo, comprensibile. A chi conserva la disponibilità nel farsi attraversare da un’esperienza. A chi permette al proprio corpo di essere ancora un luogo di scoperta. A chi chiude l’agenda e inizia ad agire fuori dal suo agio. In un mondo che ci ordina continuamente di essere efficienti, riconoscibili, performanti, sul lavoro nelle relazioni, Cecì n’est pas un balai è strumento profondamente sovversivo: ci ha chiesto rappresentato dato la possibilità di essere presenti. Di stare, provare, sbagliare, condividere una deviazione di percorso. E’ un gesto radicale: a ricordarci che possiamo ancora immaginare un altro modo di stare nelle cose con le altre persone. Grazie per aver preso parte a questa perturbazione, per aver spostato scope, corpi, sguardi, posture, modi di vedere. E per avermi averci ricordato che, finché ci sono persone disposte a dire sì a esperienze come questa, le cronogalere quotidiane [e i suoi volenterosi carnefici] non sono l’unico luogo che si può abitare.

Per tutti i dettagli tecnici, e il workshop Progetto Broom da cui è stata artivata la performance:



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